Il prezzo di restare

Ubik è un libro strano. Difficile scegliere di cosa parlare. Si può dire, per esempio, che in questo romanzo c’è un tizio che litiga con la propria porta, che pretende cinque centesimi per aprirsi (e lui non li ha). Joe Chip minaccia di smontarla, la porta lo informa che in tal caso lo citerà in giudizio. Siamo tipo al terzo capitolo e Philip K. Dick ha di fatto già steso, codificato e archiviato il vero nucleo del libro. O meglio, quell’iper-testo sotterraneo che la stragrande maggioranza dei suoi lettori finirà per sfiorare in uno stato di totale cecità selettiva, troppo intenta a sprintare a perdifiato (e con una certa ansia da prestazione filosofica) verso la Grande Domanda Metafisica™ per accorgersi del vero, deprimente orrore infrastrutturale della faccenda: in questo specifico universo la gratuità è un concetto estinto, e tu paghi per tutto. Ti tocca letteralmente sborsare dei soldi anche solo per aprire una porta e varcare una soglia. O, se è per questo, per il privilegio decisamente più escatologico di continuare a parlare con i morti.
La Grande Domanda c’è, per carità. Ubik è il libro che la vulgata addita come profezia di Matrix, apologo sul dubbio che il mondo sia vero, trisavolo di ogni realtà simulata che il cinema ci avrebbe poi rivenduto al rallentatore. Lettura ineccepibile che però qui possiamo divertirci ad approfondire e a stressare un pochetto. Perché Ubik alla domanda «cos’è reale» una risposta la dà. La dà in ogni pagina. Solo che è un articolo da scaffale.
I romanzi che mettono in dubbio la realtà ci lasciano, di solito, a non sapere su che pavimento camminiamo. Ubik il pavimento lo nomina, ti spiega che si sta sfaldando e ti comunica il prezzo di listino del prodotto che lo farà reggere per un altro po’. I suoi personaggi non possono limitarsi a chiedersi se esistono. Hanno un problema di manutenzione. Di bollette.
Si, possiamo tranquillamente leggere Ubik come una dissertazione attorno alla domanda ‘cosa è reale?’ ma è più divertente inquadrarlo nella sottocategoria di ‘quanto costa restare reali?’. Soldi. In ogni pagina, fino all’ossessione. La merce, qui, è la lingua in cui il romanzo pensa la morte e la salvezza.
Quel tanto di trama che serve
Siamo in un 1992 immaginato dal 1969. L’umanità ha colonizzato la Luna e i poteri psionici sono un banale settore merceologico. Le multinazionali usano telepati e chiaroveggenti per fare spionaggio industriale rubando i segreti dei concorrenti. Per arginare il fenomeno, l’imprenditore Glen Runciter gestisce un’agenzia che affitta inerziali: individui capaci di annullare i poteri psichici altrui, insomma dei veri e propri “antivirus umani” a noleggio. Il miglior tecnico di Runciter è il nostro Joe Chip, un uomo perennemente al verde e indebitato fino al collo.
In questo capitalismo nevrotico, dicevamo, aleggia un’idea della mortalità altrettanto mercificata. La moglie di Runciter, Ella, è morta, ma non del tutto: giace in semivita, una sospensione che concede ai defunti un resto di coscienza finché il credito di lucidità non si esaurisce.
La trama precipita quando Runciter e la sua squadra di punta vengono attirati sulla Luna per un grosso incarico che si rivela essere una trappola. Un ordigno esplode e Runciter sembra essere l’unica vittima. Joe Chip e gli altri sopravvissuti fuggono disperatamente verso la Terra per infilare il corpo del capo in semivita prima che il suo cervello si spenga del tutto. Da quel secondo il mondo dei sopravvissuti regredisce: le sigarette si sbriciolano vecchie di anni, il caffè nasce rancido nella tazza, l’ascensore torna un modello di ottant’anni prima, il denaro si copre della faccia di Runciter. I personaggi, uno dopo l’altro, iniziano a lamentare un freddo disumano e avvizziscono nel giro di pochi minuti, consumati dal tempo e ridotti come frutta scordata in fondo a un cesto.
L’unico argine contro questo disfacimento è un assurdo prodotto commerciale che compare prima in inquietanti spot televisivi e poi, materialmente, come un miraggio sugli scaffali: si chiama Ubik. Venduto sotto forma di una banale bomboletta spray, l’Ubik ha il potere di ripristinare la realtà, respingendo il logoramento. Per un po’. Finché l’effetto non svanisce e bisogna trovarne dell’altra. Morire somiglia meno a spegnersi che ad andare in rosso… “ce la farò a pagare la prossima dose di realtà?”

La grazia in bomboletta
Nelle mitologie la salvezza è gratis o è impagabile, tipo una grazia che piove dal cielo. Ubik inventa la terza via, la più nostra: la salvezza ha un prezzo al dettaglio. Ubik si compra, si esaurisce, si ricompra. È un bene di consumo come il dentifricio, salvo che invece dei denti ti tiene insieme l’anima. L’ostia non finisce a metà messa costringendoti a correre dal tabaccaio; la grazia non porta la data di scadenza stampata sul fondo della lattina. Ubik sì. Funziona lo stesso. Non è solo la sostanza dentro la bomboletta a salvare i personaggi, è la fede nella promessa che li salverà. La trascendenza ha la struttura esatta dell’acquisto: credi nel marchio, paghi, e il marchio ti regge finché ci credi e finché paghi. Dick aveva capito, con vent’anni di vantaggio sui pubblicitari, che tra una religione e un programma fedeltà corrono meno differenze di quanto ci faccia comodo. Non oppone il sacro al mercato, come farebbe un predicatore: gli fa prendere la forma del mercato. Dio si fa mercanzia, sale sullo scaffale, si lascia vendere a spray.
Sedici réclame e una teofania
In Ubik la struttura è la tesi. Ognuno dei diciassette capitoli si apre con un piccolo spot di Ubik, e ogni volta Ubik è un’altra cosa: un’automobile in saldo, il caffè istantaneo che farà esclamare al marito «e pensare che il tuo caffè lo trovavo così così», poi birra, condimento per insalata, lametta da barba, una finanziaria. Sedici capitoli, e Ubik è qualunque cosa stia su un banco.
Poi il diciassettesimo cambia voce. Non vende più niente. Dice: «Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io sono. (…) Mi chiamano Ubik, ma non è il mio nome. Io sono. Io sarò per sempre». È, sillaba per sillaba, il Dio dell’Esodo e di Giovanni: l’«Io sono» prima del mondo. Solo che arriva dopo sedici réclame. La teofania spunta in fondo al catalogo. Per sedici capitoli il sacro si è travestito da merce; all’ultimo si toglie la maschera, e sotto c’era Dio che per farsi ascoltare da noi ha dovuto prima passare dal reparto offerte. Lo riconobbe lo stesso Dick: l’entità Ubik comincia come una serie di pubblicità volgari e a buon mercato e finisce dicendo «Io sono Ubik». È la parabola di un’epoca [la sua, la nostra] in cui anche la trascendenza, per essere creduta, va prima reclamizzata.
Una porta a gettone, un frigorifero che fattura ogni apertura: nel 1969 era distopia comica, l’uomo ridotto a debitore perpetuo dei propri stessi oggetti. Aveva il buon gusto di sembrare assurda. La risata ci esce male in questa epoca dove non si possiede quasi nulla e si noleggia quasi tutto: la musica, i film… mondo di paywall, microtransazioni, accessi che scadono a mezzanotte. Ubik ne aveva toccato il fondo metafisico: quando tutto si affitta, anche restare sé diventa un servizio a canone, con la sua tariffa e la sua data di rinnovo. La realtà virtuale va bene, ma c’è di più: c’è la realtà in leasing.

Philip K. Dick (Chicago, 1928 – Santa Ana, 1982) è stato uno dei più influenti scrittori americani di fantascienza. Nei suoi romanzi, spesso popolati da uomini comuni intrappolati in sistemi economici, politici e tecnologici più grandi di loro, ha esplorato l’instabilità della realtà, la fragilità dell’identità e il confine incerto tra umano e artificiale. Tra le sue opere più note figurano L’uomo nell’alto castello, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Ubik e VALIS. La sua fortuna, cresciuta enormemente dopo la morte, ha esercitato un’influenza profonda sulla letteratura e sul cinema contemporanei.
Philip K. Dick, Ubik, traduzione di Marinella Magrì, Milano, Mondadori, «Oscar moderni. Cult», 2021 [ed. or. Ubik, 1969].




