La luce lungo la costa algerina andrebbe sottratta ai poeti e consegnata ai fisici: niente a che vedere con il pittoresco delle cartoline ingiallite nelle vetrine. È una luce che fa male, scortica la retina, schiaccia l’uomo contro il suolo per ricordargli che è carne deperibile. Sotto il piombo del mezzogiorno la campagna è nera di un sole così assoluto da fabbricare il buio: teniamocelo stretto, il paradosso, perché è il nucleo incandescente [e tuttora frainteso] di L’estate e altri saggi solari, un libro su cui si è depositata troppa pigrizia critica. Si, perchè l’estate di Camus non è una stagione ma una categoria dell’essere, e non lo vede chi scuce l’autore de Lo straniero dal saggista “solare” che ha scritto queste pagine. Questi taccuini brevi e frammentari di ambientazione mediterranea sono il fondale roccioso di tutto il resto.
L’operazione che li raduna sotto l’insegna di una solarità irriducibile è un atto di giustizia filosofica: ricolloca i frammenti di quel progetto meridiano che Camus accarezzò senza chiuderlo, e che chiamava Festa. Il filo rosso è il Mediterraneo come mitologia del reale: valori tangibili [la carne, l’acqua, la pietra calda] contro le astrazioni che uccidono. Siamo nel secondo dopoguerra, decennio livido dal ’45 al ’55: l’Europa è un cimitero fumante, ha appena finito di bruciare corpi nei forni in nome della razza. Nei caffè della Rive Gauche si respira esistenzialismo da una parte, marxismo intriso di Hegel dall’altra: un milieu che ha deciso che il fine giustifica i mezzi e che la Storia è una rotaia diritta verso il sol dell’avvenire. Il nichilismo si traveste da impegno civile, la virtù si fa poliziesca. In questi anni Camus si ammala di nostalgia in una città di uomini che amano l’Umanità con la U maiuscola nei saggi e tollerano i campi di lavoro nel concreto, pur di non ammettere che la teoria fa acqua.
La più celebre rottura del dopoguerra [quella che lacererà l’amicizia con Sartre] nasce qui, per una questione di luce e di clima. Da una parte l’idea nordica, livida: l’uomo non ha natura, è pura esistenza scaraventata a caso nel mondo, condannata a farsi attraverso un’azione politica senza limiti, salvo l’orizzonte salvifico della Rivoluzione. Dall’altra la pensée de midi: la convinzione ostinata che una natura umana esista eccome, un nucleo inviolabile, una misura che trova cassa di risonanza nel paesaggio mediterraneo, dove l’intelligenza è sorella della luce dura e i confini del corpo dettano quelli della morale.
Anatomia della rivolta
Come fanno un mare azzurro e un campo di rovine a diventare un manifesto politico? La risposta sta nelle profondità scavate ne L’uomo in rivolta, che ne L’estate affiorano in forma lirica. L’uomo moderno ha abbattuto Dio e si è affrettato a forgiarsi catene nuove, più strette: la virtù, un tempo ancella della fede, rinasce laica e feroce, predica un “amore del lontano” che si traduce in odio per il vicino. La tragedia del Novecento, dice Camus, è che il crimine è diventato di famiglia: torturatori che leggono Kant o Marx prima di eseguire la condanna, e al culmine del nichilismo l’assassinio perde sangue, passione, sacro, diventa pratica amministrativa.
Che differenza passa, allora, tra il ribelle [l’homme révolté] e il rivoluzionario? Il rivoluzionario, prigioniero dell’ideologia tedesca da Hegel a Marx, odia la natura: per lui è ostacolo, materia bruta da piegare alla Storia. Agisce in nome del Nous serons, Noi saremo: liquidati i nemici di classe, la vera comunità sboccerà. La proiezione nel domani autorizza il massacro nell’oggi: se in fondo c’è il Paradiso, cosa conta attraversare un mare di sangue? Il ribelle meridiano agisce invece in nome del Nous sommes, Noi siamo: la sua rivolta germoglia da un “no” viscerale, un limite. Dichiara che in lui c’è qualcosa da difendere e, poiché quel qualcosa appartiene anche agli altri, fonda nello stesso istante una solidarietà tangibile: rivela la natura umana invece di promettere di costruirla domani.
L’esilio di Elena
Questa requisitoria politica finisce nel paesaggio con saggi come L’esilio di Elena, del 1948, scritto con furia trattenuta e che ci dice che l’Europa moderna ha esiliato deliberatamente la bellezza. I Greci non separarono mai l’intelligenza dal mondo fisico; conoscevano la dismisura [la hybris sta al centro di ogni loro tragedia] ma la contenevano col limite che la natura impone. L’Europa contemporanea, invece, si è innamorata dell’astrazione: cattedrali di concetti senza finestre, la bruttezza delle città industriali, dei dogmi che schiacciano il dissenso. A Camus resta una speranza testarda: che la natura umana, ridotta a ingranaggio, prima o poi riaffiori per istinto di sopravvivenza.
In un altro saggio della raccolta: Il Minotauro, o la sosta di Orano c’è una radiografia del vuoto di cui stiamo parlando. Orano è una città senza passato, l’anti-Atene, dove l’umano si è incistato nel commercio e ha compiuto il gesto imperdonabile per il codice camusiano: ha voltato le spalle al mare. Il Minotauro della periferia moderna è più subdolo del mostro antropofago della tradizione: è la noia, l’alienazione di chi abita uno spazio orientato solo all’accumulo… una polvere secca sulle vetrine, sui ragazzi prigionieri di una fissità minerale. Eppure anche in questo trionfo della banalità Camus cerca la fessura. Altrove scrive “con la pelle, decifravo la scrittura del mondo”: un trattato di gnoseologia in sei parole. Il Minotauro metaforico non si sconfigge coi sillogismi, ma toccando la pietra rovente. Per Camus il corpo è lo strumento ultimo di misura del vero, e tutto ciò che ne nega le esigenze [ideologia, lavoro alienato, virtù ascetica] è nemico della vita.

Il fango di Tipasa
Quello che rende rivoluzionari i saggi di questa raccolta è che in essi l’analisi intellettuale collassa sotto il peso di un’emozione pura: accade in Ritorno a Tipasa, del 1953, il testo a mio giudizio più potente di tutti. Camus, logorato dalle polemiche parigine e dalla tubercolosi che lavora in silenzio nei polmoni [e gli rammenta ogni giorno che la clessidra sta esaurendo la sabbia], compie un viaggio all’indietro: torna a Tipasa, il teatro pagano di Nozze, le rovine romane affacciate sull’acqua dei suoi vent’anni. Ma non ci si bagna due volte nello stesso mare, figuriamoci nello stesso ricordo: tra Nozze e L’estate sono passati 15 anni, l’innocenza del mondo è stata spazzata via… la guerra, i campi di sterminio, e sul piano privato la giovinezza. Prima la bellezza si offriva con sfacciataggine a chiunque avesse occhi e corpo per accoglierla; ora, quando Camus scende dall’auto, piove, la terra è fango, le rovine pietre scivolose. La bellezza non è più un regalo: va riconquistata con uno sforzo quasi disumano.
L’incipit è prosa vivida, sinestetica, difficilmente eguagliabile: tra le rovine non restano che pietre corrose, assenzio ed elicriso, il cui profumo amaro e medicinale satura l’aria fino al cervello. C’è una continuità geometrica impressionante tra il cielo pesante, il Chenoua che incombe e l’acqua, che finisce per inghiottire chi guarda. In Camus il paesaggio esiste a prescindere da te, e la sua indifferenza è la sua forza. A Tipasa “vedere equivale a credere”, e Camus si aggrappa alla materia: “Non mi ostino a negare ciò che la mia mano può toccare”. È qui che partorisce la frase poi strappata dal contesto, masticata dal mercato, stampata sulle tazze e appiccicata sotto le foto in costume fino a svuotarla del suo potere eversivo: “Nel mezzo dell’inverno, imparavo infine che vi era in me un’estate invincibile”. È il prodotto finale di un’ascesi atroce: la consapevolezza che, nonostante l’abiezione intorno e la marcia delle ideologie di massa, esiste nel fondo dell’uomo una riserva di vitalità, un nucleo di sole incorruttibile.
La potenza metaforica della descrizione è tutto ma non è tutto. Difficile, alla fine, scrivere di Tipasa fingendo di non avere una Tipasa nella propria mente. Esiste, per molti di noi, un oggetto [a volte un luogo, a volte una persona, a volte, banalmente, un libro] che funziona esattamente così. Riserve di luce sotto il grigiore della vita ordinaria e banale, momenti in cui ci si riconnette con la propria giovinezza. Uno di questi, per me, è legato proprio al volume di cui ora stiamo parlando. Vecchia edizione, letta in un certo anno. Intorno a quella lettura si è coagulato un periodo che ogni rilettura restituisce ancora intero. C’era qualcosa che gridava giovinezza nel modo in cui solo certe stagioni sanno gridarla, spensieratezza che si impara a chiamare col suo nome troppo tardi. Sono passati dieci anni e ogni volta che riapro queste pagine succede ciò che a Camus succedeva tornando tra le rovine bagnate: una specie di scossa fisica, intatta, che mi ricorda che quel sole è esistito davvero e che, in qualche piega di me, esiste ancora. Riserva personale di meraviglia, la prova che l’estate invincibile è qualcosa che si tocca, se si è stati abbastanza fortunati da viverla almeno una volta.
Essere simili a un dio, nel vocabolario severo di Camus, significa possedere quella forma rarissima di felicità che nasce dalla coesistenza di due cose inconciliabili: la rassegnazione e l’ostinazione. Rassegnazione davanti all’ineluttabilità della morte e ai limiti della condizione umana; ostinazione feroce nel difendere la gioia, il piacere e la dignità nel misero frammento di tempo concesso tra la culla e la tomba. È il miracolo di Tipasa: l’estasi lucida di chi sa che tutto finirà, e proprio per questo decide di amare la luce con una disperazione allegra.

L’oceano
Come si chiude un libro che rifiuta per principio le conclusioni teologiche? Con l’unico elemento capace di contenere le contraddizioni senza pretendere di risolverle: l’acqua. Il mare da più vicino, ultimo saggio del 1954, è un diario di bordo, una navigazione fisica e mentale, uno dei punti più alti della prosa del secolo. Se a Tipasa la terra invitava all’immersione e al radicamento, l’oceano è il richiamo opposto: al viaggio, allo strappo. È vasto, inumano, sbatacchia il guscio di noce della nave; niente requie, niente grembo materno, niente Freud nella distesa blu. L’oceano lava via le sovrastrutture dell’ideologia europea, le teorie astratte, le chiacchiere dei salotti, le utopie sanguinarie. Resta soltanto la cosa, l’acqua, il sale: la misura del vero.
Fatevi il favore di leggere questo libro.
(in copertina: Tipasa, Le rovine romane)
L’autore. Albert Camus (Mondovi, Algeria, 1913 – Villeblevin, Francia, 1960), scrittore, saggista, drammaturgo e giornalista francese di origine algerina, è tra le voci centrali del pensiero europeo del Novecento. Affermatosi con Lo straniero e Il mito di Sisifo (1942), conobbe il riconoscimento del grande pubblico con La peste (1947). Caporedattore nel dopoguerra del giornale Combat, ruppe clamorosamente con Sartre dopo l’uscita de L’uomo in rivolta (1951), articolazione del suo “pensiero meridiano” contro il nichilismo. Nel 1957 ottenne il Premio Nobel per la Letteratura. Morì in un incidente automobilistico a quarantasei anni.
Coordinate bibliografiche. Albert Camus, L’estate e altri saggi solari, a cura di Caterina Pastura e Silvio Perrella, introduzione di Silvio Perrella, traduzione di Sergio Morando, Milano, Bompiani, collana “Tascabili. Saggi”, 2019, 208 pp., ISBN 9788845299506. (Edizione ampliata e rivista del volume Bompiani originariamente apparso nel 2003.)




