Il corpo del Maestro galleggia nelle acque gelide di un lago montano, spogliato delle sue vesti cerimoniali, privato di quella suprema autorità intellettuale che lo aveva reso il vertice assoluto di un’intera civiltà. Chiamiamolo per nome, Joseph Knecht, il che in tedesco vuol dire più o meno «servo», ma anche «cavaliere-servente» (Hesse era uno che pesava i nomi). Il Maestro si butta in un lago di montagna, all’alba, in acque ancora gelide. Lo fa per inseguire un ragazzo, suo allievo da circa quattro giorni, che ha appena fatto il primo tuffo sfidandolo. Knecht ha fatto due conti rapidi: clima rigido, viaggio appena concluso, e (cosa non secondaria) lui non è più un ventenne. Si tuffa lo stesso… e muore.
Detta così sembra un incidente di montagna su quei trafiletti di cronaca che leggiamo distrattamente bevendo il caffè. Solo che il signore di mezza età è il Magister Ludi, ossia letteralmente «Maestro del Gioco»: il vertice intellettuale assoluto della società più colta che la fantasia umanistica occidentale abbia mai partorito. Pochi giorni prima ha abdicato. Si è dimesso dalla carica suprema con una lettera circolare che è uno dei testi più lucidi mai scritti sull’auto-ironia delle élite culturali. Hermann Hesse, che ha lavorato a Il giuoco delle perle di vetro per dodici anni chiude così il suo ultimo romanzo, quello del Nobel 1946. Un’utopia che finisce in un incidente di nuoto.
Il pianeta sotto vetro
Il libro è ambientato nel XXIII secolo. Il narratore [un archivista accademico che scrive da circa due secoli ancora più in là, intorno all’inizio del XXV] ricostruisce la vita di Knecht come fosse una Vita di santo medievale. Tenete a mente questo doppio specchio temporale: tutto il romanzo è giocato su un’ironia di prospettiva. Noi lettori del XXI secolo leggiamo, attraverso le lenti di un biografo del XXV, la vita di un uomo del XXIII. Il biografo, devotissimo e un po’ tonto, non si accorge della tragedia che racconta. Il dispositivo è geniale, e il lettore lo capta dopo le prime trenta pagine, alzando un sopracciglio.
L’archivista descrive un’epoca buia precedente (la nostra, sostanzialmente) chiamata «Epoca dell’Appendice» (in tedesco feuilletonistisches Zeitalter, dal Feuilleton, la rubrichetta culturale dei giornali). È la civiltà delle liste di curiosità, dei listicle, delle recensioni che durano lo spazio di uno scroll, del chiacchiericcio onnipotente, della cultura ridotta a ornamento e merce. Suona familiare? Hesse scriveva queste pagine tra il 1931 e il 1943. Il pubblico, ci dice il biografo, era affamato di distrazione e costituzionalmente incapace di concentrazione prolungata. (Lascio al lettore il piacere amaro di chiudere e riaprire Instagram qui, prima di proseguire.)
A questa decadenza risponde, nel romanzo, una mossa istituzionale colossale: si crea Castalia, una provincia separata, un ordine quasi-monastico laico [interamente maschile, niente donne nemmeno l’ombra, niente matrimoni, niente sesso] al quale lo Stato garantisce sopravvivenza eterna in cambio di una sola, decisiva astensione: gli intellettuali rinunciano a fare politica. Mai. Per sempre. Si chiudono dietro il vetro. Chiamiamolo, anche se non è di Hesse, un patto faustiano alla rovescia: Faust vendeva l’anima per il sapere; Castalia vende la presa sulla realtà per la sicurezza del sapere.
Il Gioco, finalmente
Il Gioco delle Perle di Vetro è, alle origini, un abaco musicale: una specie di pallottoliere con perle colorate inventato da un tale Bastian Perrot di Calw per illustrare combinazioni contrappuntistiche. (Il nome viene da Heinrich Perrot, proprietario dell’officina meccanica dove Hesse lavorò davvero da ragazzo: il libro è disseminato di queste piccole vendette autobiografiche.) Poi succede la cosa. Un musicologo svizzero con la passione per la matematica [Hesse lo ribattezza Joculator Basiliensis, «il Giocatore di Basilea»] capisce che le perle sono solo un’interfaccia. Il contenuto è altrove. Sviluppa una grammatica formale che permette di tradurre in un unico linguaggio simbolico la matematica, la musica, l’astronomia, la filosofia: tutto. Un esagramma dell’I-Ching, una fuga di Bach, una formula di Leibniz, un mito antico… diventano mosse dello stesso gioco, traducibili l’una nell’altra. L’obiettivo è la trascendenza semantica: usare il codice per attingere a una grammatica universale dello spirito. Hesse lo chiama unio mystica. Una specie di alchimia algoritmica. Avete mai sognato un’app che tenga insieme tutto quello che avete imparato? Quella è il Gioco.
E qui, tutto si rompe.
Il sospetto di Knecht
Joseph Knecht [bambino dotato per la musica, scoperto e portato a Castalia, allievo modello, virtuoso, infine Magister Ludi] comincia ad avvertire un disagio difficile da formulare. Il Gioco perfetto, eseguito con eleganza algebrica e simmetria irreprensibile, gli sembra a un certo punto vuoto. Una fuga combinatoria che gira a vuoto. Hesse ne parla come di una macchina celibe: un dispositivo formale che produce sintassi senza più semantica. Eleganza senza riferimento. Un GPT del XXIII secolo, se volete una metafora indecente ma utile.
Il sospetto matura attraverso due incontri con figure che vengono da fuori. Il primo è Padre Jacobus, monaco benedettino di Mariafels, storico, con cui Knecht intrattiene lunghe dispute. (Una precisazione, perché si trova spesso scritta storta: Padre Jacobus è benedettino nel romanzo, ma il modello reale su cui Hesse lo costruisce è Jacob Burckhardt, storico svizzero della cultura, autore della Civiltà del Rinascimento in Italia… monaco non era affatto. Dettaglio, ma fa differenza: la sapienza che entra in dialogo con Knecht è di uno storico secolare, non di un asceta.) Il secondo è Plinio Designori, vecchio compagno di studi di Knecht ma non castaliano, uscito dalla provincia per fare politica nel mondo borghese. Designori, semplicemente, gli urla in faccia che Castalia è una torre d’avorio.
Knecht, lentamente, si convince che hanno ragione. Si convince che gli intellettuali che si ritirano in pura contemplazione, mentre fuori la storia diventa atroce, non salvano la cultura: la condannano all’irrilevanza. La torre d’avorio non protegge, abbandona. (Hesse aveva aiutato dalla Svizzera Walter Benjamin, Musil e altri intellettuali in fuga; sua moglie Ninon Ausländer era ebrea, e parte della sua famiglia fu sterminata nei campi. Quando Hesse fa scrivere a Knecht la lettera di dimissioni, sta scrivendo anche un suo atto di posizionamento.)
Knecht si dimette. Una lettera circolare al Direttorio dell’Ordine e poi se ne va, scegliendo come unico incarico quello di precettore privato di un singolo ragazzo: Tito, figlio del vecchio Designori. Non torna a salvare la cultura. Va a fare il maestro elementare a un solo allievo. Il gesto è di un’umiltà quasi insopportabile.
Quattro giorni dopo, sul lago di Belpunt Knecht si tuffa per inseguire Tito e muore. Il Maestro perfetto del Sistema Perfetto annega in cinque minuti. Non c’è morale esplicita. Hesse non la fornisce. Il biografo del XXV secolo registra educatamente il fatto e chiude. Sta a noi capire.
Cosa stiamo capendo, esattamente?
Che il sogno di un sistema perfetto [siano accademie autoreferenziali, burocrazie statali immuni dal controllo democratico, o (oggi, estendendo il monito al nostro presente: Hesse ovviamente non poteva pensarci) reti neurali linguisticamente impeccabili e prive di radici storiche] è un sogno mortale ogni volta che recide il legame con il corpo, la storia, la sofferenza, il particolare. Eleganza senza esperienza vissuta è una macchina celibe. Sintassi senza semantica.
L’unico atto autenticamente umano, suggerisce Hesse, è alzarsi dal tavolo da gioco quando il gioco diventa fine a se stesso. Uscire. Tuffarsi nel lago freddo, anche sapendo che potrebbe ucciderti. Perché qualunque sapere che non passi per l’imperfezione del corpo e per la responsabilità storica è, alla lunga, un sapere morto.
Knecht muore. Tito lo guarda annegare. Un debito. Un risveglio. Una storia che riprende a scorrere.
—–
Hermann Hesse (Calw, Württemberg, 1877 – Montagnola, Canton Ticino, 1962) è stato romanziere, poeta e pittore di formazione tedesca, naturalizzato svizzero nel 1923. Cresciuto in una famiglia di missionari protestanti con radici tra la Germania e l’India, sviluppò fin da giovane un interesse profondo per le filosofie orientali, il misticismo e la psicologia junghiana. Dopo il successo di Peter Camenzind (1904), si stabilì definitivamente in Svizzera nel 1912, prima a Berna e poi a Montagnola, nel Canton Ticino, dove visse fino alla morte. Tra i suoi romanzi principali: Demian (1919), Siddhartha (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930). Il giuoco delle perle di vetro, scritto tra il 1931 e il 1943 e rifiutato dalla Germania nazista, è il suo capolavoro e l’opera per la quale gli fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura nel 1946.
Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro Titolo originale: Das Glasperlenspiel (Fretz & Wasmuth, Zurigo, 1943) Traduzione italiana di Ervino Pocar Mondadori, Milano (collana Oscar Moderni) Prima edizione italiana: 1945 ISBN edizione corrente: 978-88-04-70073-9





