In Sotto il Vulcano, unico romanzo degno di nota di Malcolm Lowry, c’è, piantato nella terra umida di un giardino messicano, un cartello di legno: “¿Le gusta este jardín? ¿Que es suyo? ¡Evite que sus hijos lo destruyan!“. Per un apparato cognitivo non saturato da ettolitri di mescal e da una disperazione cosmica, il messaggio è cristallino: “Vi piace questo giardino? È vostro? Evitate che i vostri figli lo distruggano”. Un monito alla manutenzione, esattamente come l’Eden con la sua avvertenza annessa: non trasgredire.
Geoffrey Firmin, protagonista, Console britannico incagliato in una sbornia che ha i contorni di una vera epistemologia, fissa il legno e con uno spagnolo reso zoppicante dall’alcol vi legge (o decide di leggervi) altro: We evict those who destroy. Noi sfrattiamo chi distrugge. L’abisso tra l’evitare e lo sfrattare è una voragine teologica: se il cartello invita alla manutenzione, il Paradiso è ancora terrestre e richiede una noiosa, borghese vigilanza quotidiana; ma se minaccia lo sfratto irrevocabile da parte di un ente superiore [un Dio, o un consiglio comunale azteco] allora la Caduta è già in atto, e l’umanità una massa di inquilini morosi avviati al marciapiede della Storia. Il Console preferisce la tragedia assoluta della cacciata: assolve da ogni responsabilità, mentre la manutenzione costringe a resistere… ed è ciò che lui si rifiuta di fare.
Del resto il giardino non invita a ritrovare alcun centro di gravità: tra i peri si nascondono serpenti, c’è un machete nell’erba e un forcone identico a quello sull’etichetta dell’anís. L’alcolismo di Firmin non è il nucleo del problema, è la lente attraverso cui luce e tenebre del mondo vengono rifratte e comprese. L’errore di traduzione davanti al cartello è il manifesto di una generazione che riconosce il giardino distrutto, la civiltà fallita, e si siede tra le rovine ad aspettare lo sfratto stringendo un bicchiere vuoto. Esattamente così.
L’ontologia della sbronza
Quest’opera, uscita nel 1947, ebbe la sorte di essere oscurata da narrativa coeva sugli ubriachi perduti; ma la malattia non è il punto, è lo strumento gnoseologico con cui la realtà viene smontata. A differenza del romanzo convenzionale, dove il motore è lo sviluppo del protagonista lungo una linea temporale, qui tutto si fonda sulla stasi: il Console è già irrimediabilmente caduto prima che il libro si apra. L’uomo è all’Inferno, e l’Inferno è uno stato spirituale preciso: rifiuto di partecipare agli affari umani, annichilimento dell’affetto. La grandezza tragica sta nel fatto che mantenerlo non è debolezza ma forza titanica: restare sull’orlo del cratere fissando la lava richiede più energia che scivolare giù.
A fare da contraltare a Firmin c’è il fratellastro Hugh, giornalista dalle simpatie sinistrorse giunto in Messico per documentare il fascismo: nasconde i propri dispacci repubblicani nelle tasche del Console di cui indossa gli abiti, controfigura ipercinetica dell’uomo che agisce nella Storia mentre il parente la guarda marcire.
Poi c’è Yvonne, l’ex moglie di Firmin che torna a proporre progetti a lungo termine in un mondo dove il “lungo termine” sta per essere cancellato dalle bombe; le sue infedeltà sono quasi secondarie rispetto al tradimento fondamentale, l’incomprensione dell’Inferno. Ne risulta un’opera poliedrica, un saggio sul fascismo e una vertiginosa poesia in prosa che García Márquez dichiarò il romanzo riletto più volte in assoluto.
Sant’Agostino, Chamberlain e la Battaglia dell’Ebro
L’errore più grossolano è rinchiudere Sotto il Vulcano nell’insieme dei drammi domestici. Il Console non è “soltanto” un uomo che si distrugge il fegato col mescal: è l’incarnazione del fallimento della volontà occidentale di fronte all’ascesa del Fascismo. Corre il 1938, quel “basso e disonesto decennio” al culmine: mentre l’Europa collassa, in sottofondo, costante come un acufene, risuona l’eco della Battaglia dell’Ebro, e le democrazie, guidate dalla miope politica di appeasement di Chamberlain, assistono inerti al massacro. Il Console è, ironia suprema, il rappresentante in congedo di una nazione che ha abdicato al proprio ruolo etico, e la sua immobilità alcolica ne è la traslazione perfetta.
Sotto c’è il vero cortocircuito della modernità: la perdita della doppia focalizzazione agostiniana. Agostino aveva fornito all’Occidente un sistema operativo stabilissimo, le due città: quella di Dio e quella dell’Uomo, distinte ma in perfetto multiplexing dentro l’animo. Poi la Riforma e il bisturi illuminista incrinano la lente bifocale, e l’uomo moderno si risveglia spiritualmente amputato, con una nostalgia fantasma per un Assoluto; ed è in questo vuoto pneumatico che si insinuano le ideologie fasciste, surrogato mortifero di scopo cosmico. Firmin ne incarna il rovescio passivo: non hybris, ma inedia terminale, il cittadino iper-riflessivo di un Impero al capolinea che, fissando l’avanzata delle tenebre, si versa un altro bicchiere. Muore [spoiler] nel modo più squallido immaginabile: pestato a morte nel Farolito di Parian, scambiato per spione, scaraventato come un sacchetto di umido in un burrone. La banalità del male trionfa schiacciando un bene troppo stanco e sbronzo per alzarsi dalla sedia.
Geometrie del Tartaro
L’intera meccanica del testo è governata da una figura precisa: il cerchio, il ritorno eterno che promette dinamismo ma non porta da nessuna parte. Causa ed effetto si manifestano in movimenti circolari ossessivi: il sole che transita sopra il Giorno dei Morti e, più grottesco, il giro di una ruota del luna park. Nel settimo capitolo il Console si imbatte nei resti di una fiera semi-abbandonata, dominata dalla Máquina Infernal, il cui nome rievoca l’opera di Cocteau intravista sul tavolo del rivale Laruelle: non un’elegante ruota panoramica ma un marchingegno tentacolare, una piovra con abitacoli simili a confessionali. Vi sale per impulso masochistico; la macchina lo rovescia a testa in giù, e tutto ciò che lo ancora all’identità civile gli piove dalle tasche nel vuoto. La critica ha talvolta inquadrato questa via crucis sotto il segno eroico di Prometeo. Lettura fallace: la passività del Console è agli antipodi della “gloria dell’attività” del Prometeo di Eschilo, colui che ruba il fuoco per elevare l’umanità. Qui non c’è alcun dono per il genere umano: il vero mito è quello, più sordido, di Issione, legato per l’eternità a una ruota di fuoco che rotola senza traguardo. Reo di aver tentato di violare Era, Zeus gli sostituì una falsa Era fatta di nuvole, e lui, “troppo ubriaco per accorgersi dell’inganno”, si congiunse al fantasma. La simmetria è chirurgica: impotente davanti alla vera Yvonne, il Console si rifugia in un postribolo tra le braccia di una prostituta il cui volto, contro la finestra, diventa “curiosamente simile a quello di Yvonne”. Come Issione, l’uomo si congiunge a una nuvola. Prigioniero della propria ruota chimica, gira su se stesso ma non compie un solo passo in avanti. Mai.
Dovere della Caduta
L’autore in carne e ossa non morì sulle pendici di un vulcano: si spense nel 1957 in un microscopico villaggio del Sussex dal nome quietissimo, Ripe. Soffocò nel proprio vomito dopo dosi letali di gin, e si sussurrò di un flacone di barbiturici. Ma, come osservò la prima moglie, il suicidio convenzionale non si addiceva a chi aveva passato la vita ad analizzare la propria biografia su un vetrino: l’uomo che scriveva quaranta pagine per difendere un singolo simbolo non avrebbe mai abdicato senza vergare un trattato. Una fine scomposta, forse più aderente alla banalità disperata che innerva le nostre fragilissime esistenze.
Si è così sbalzati al punto di partenza: davanti a quel cartello di legno. L’onestà temibile di questo testo non sta nell’offrire formule di fuga. La scelta etica imposta al lettore non è condannare o compatire il Console ubriacone, ma accettare senza ipocrisie la feroce lucidità della sua diagnosi: l’umanità ha fallito, le istituzioni liberali hanno ceduto al fascino del quieto vivere, e l’immensa ruota panoramica continua a girare a vuoto nel cielo nero. Il giardino è compromesso: i figli irresponsabili lo hanno calpestato molto prima che noi arrivassimo a goderne l’ombra, e il padrone di casa metafisico non è un giardiniere benevolo ma un burocrate spietato che corre giù dalla collina con la lettera di sfratto già timbrata. Al lettore moderno, come al Console perso nei miasmi del mescal, non resta che l’oscuro privilegio di assistere, avvolto in una catartica, erudita, sbronza paralisi, alla chiusura definitiva dei cancelli dell’Eden.

Coda — Nota bio-bibliografica
Malcolm Lowry (Birkenhead, 1909 – Ripe, Sussex, 1957) nacque in una famiglia di agiati commercianti metodisti. Marinaio per scelta prima che scrittore, esordì nel 1933 con Ultramarine, ma è con Sotto il vulcano (1947), concepito come una «Divina Commedia ubriaca» e poi portato sullo schermo da John Huston, che consegnò al Novecento uno dei suoi capolavori assoluti. Visse braccato dall’alcol e da un perfezionismo ossessivo, riscrivendo per oltre un decennio l’unico libro che gli garantì l’immortalità.
Coordinate dell’edizione Malcolm Lowry, Sotto il vulcano (Under the Volcano, 1947), traduzione di Marco Rossari, Milano, Feltrinelli, «Universale Economica», 2020, 426 pp., brossura. EAN 9788807893032. € 15,00.




