Il Re Pallido (The Pale King), l’opera postuma, incompleta, dolorosa e magnificamente noiosa di David Foster Wallace. Nel 2011, tre anni dopo la tragica scomparsa del suo autore, ha visto la luce questo romanzo assemblato dall’editor Michael Pietsch. Pietsch ha raccolto e ordinato le migliaia di pagine sparse [capitoli dattiloscritti, appunti, floppy disk] che Wallace aveva lasciato in un garage, ricavandone circa 50 capitoli e dando forma editoriale a quello che Wallace chiamava ironicamente il suo “long thing”. Nasce così un libro anomalo, un monumento ipnotico in cui Wallace osa ciò che nessuno aveva mai concepito: fare della noia un’esperienza letteraria profonda, un grandioso e inaudito altare all’ordinario.
Perché ora? Perché qui? La risposta, temo, risiede non tanto nella letteratura quanto nell’infrastruttura. Il Re Pallido si pone come un oggetto di resistenza. È un libro che richiede tempo. Suggerisce che la noia è ciò che si frappone tra noi e la verità. Se non riusciamo a tollerare la noia di leggere un documento tecnico sul consumo di suolo a Lodi , non sapremo mai la verità su come il nostro territorio viene trasformato. La letteratura, qui, diventa addestramento civico.
La “trama” de Il Re Pallido è più un pretesto che un vero intreccio: siamo in un centro regionale dell’Agenzia delle Entrate a Peoria, Illinois, nel 1985, dove un gruppo di impiegati trascorre le giornate elaborando dichiarazioni dei redditi. Sulla carta, il nulla narrativo: “un lavoro impiegatizio tra i più noiosi e monotoni d’America”, come recita lo stesso romanzo. Infatti non succede quasi niente: i capitoli presentano scene scollegate, frammenti di vite di vari personaggi, documenti, dialoghi e digressioni saggistiche. Molti capitoli sembrano inizi di storie mai completate, “beginnings” che promettono svolte poi lasciate in sospeso. L’azione è minima. Si voltano pagine. Si ascolta il rumore dei carrelli. Si suda sotto le luci al neon. Si pensa. Si ricorda. È un libro sulla burocrazia come sistema nervoso del capitalismo, un sistema che, per funzionare, richiede che gli esseri umani si trasformino in componenti della macchina. Dentro c’è Claude Sylvanshine, “psichico dei fatti” tormentato da flussi incessanti di informazioni irrilevanti; c’è David Cusk, afflitto da sudorazione incontrollabile per l’ansia; c’è il meticoloso Lane Dean Jr., l’incarnazione della coscienza che vacilla davanti alla routine; c’è Shane Drinion, detto ironicamente Mr. Excitement, così assorto e serafico nel lavoro da sembrare immune a ogni stimolo esterno. E ancora: un impiegato che conta tutte le parole di ogni conversazione; uno talmente concentrato da levitare sulla sedia; due fantasmi che infestano l’ufficio; un giovanissimo contorsionista assunto per le sue doti (in un capitolo già uscito come racconto sul New Yorker). Ogni personaggio è portatore di manie, idiosincrasie, superpoteri o disfunzioni che oscillano tra il comico grottesco e il patetico. Il Re Pallido è strutturato come un romanzo corale, o meglio un album di racconti e monologhi che convergono attorno a quel luogo (l’ufficio fiscale) e a quel tema centrale (la noia burocratica). C’è perfino Wallace stesso [in forma di personaggio-autore “David Wallace”] che compare nel testo fingendo di narrarci in prima persona il suo anno trascorso davvero a Peoria come stagista (evento in realtà inventato). Questa trovata metanarrativa (il finto memoir, completo di numero di previdenza sociale e dettagli autobiografici) mescola ulteriormente le carte tra finzione e realtà, dandoci l’illusione di una testimonianza diretta. Soprattutto, l’escamotage autobiografico aggiunge un elemento emotivo: la mise en scène dell’autore “in carne e ossa” è commovente, sapendo che il romanzo è rimasto incompiuto a causa del suo suicidio. In mezzo a tanta impersonalità burocratica, intravedere l’uomo David Wallace [con le sue nevrosi, persino l’acne giovanile] crea un’inedita empatia nel lettore, come se l’autore cercasse di mitigare la pervasiva desolazione della noia con la propria voce umana.
Wallace scrive: “Se sei immune alla noia, non c’è letteralmente nulla che tu non possa realizzare”. Questa frase è il mantra de Il Re Pallido. Nel romanzo, un personaggio (un supplente di contabilità gesuitico) spiega che l’eroismo vero non è quello dei film. “Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c’è pubblico. Nessuno che applauda, nessuno che ammiri… Ecco la verità: l’eroismo vero non riceve ovazioni, non intrattiene nessuno. Nessuno fa la fila per vederlo.” L’eroismo è “minuti, ore, settimane, anni di esercizio quieto, preciso, giudizioso di probità e cura”. Questo lungo monologo è di Chris “Irrelevant” Fogle, un ex fannullone che racconta la propria conversione alla vocazione contabile dopo aver assistito a una lezione tenuta da un gesuita sui generis. Il sacerdote paragona i grigi impiegati del fisco ai cowboy di frontiera, proclamando che “i veri eroi del nostro tempo” sono proprio loro: uomini e donne capaci di adempiere a compiti ripetitivi e apparentemente insignificanti con dedizione assoluta. “Il vero eroismo è incompatibile con il pubblico e gli applausi”, spiega il gesuita, “anzi, più un lavoro sembra poco interessante, più grande è il suo potenziale di autentico eroismo e di gioia”. Questa dichiarazione paradossale accende qualcosa in Fogle: per la prima volta il ragazzo intravede un senso profondo nella disciplina e nella concentrazione, quasi fosse un percorso spirituale. Decide così di “farsi chiamare” [come un prete] alla missione contabile: servire il bene comune svolgendo “uno dei lavori più noiosi che esistano” e facendolo nonostante tutto (non a caso il motto scherzoso dell’IRS di Wallace è in latino “Alicui Tamen Faciendum Est – Tuttavia qualcuno deve farlo’’). La storia di Fogle, un Bildungsroman interno al romanzo, più di cento pagine che si possono leggere come racconto autonomo, rappresenta il cuore filosofico de Il Re Pallido. Wallace vi riversa tutta la sua riflessione sull’importanza morale dell’attenzione. Essere in grado di mantenere alta l’attenzione anche nelle circostanze più monotone diventa, per i personaggi, una forma di elevazione. È un’idea che potrebbe sembrare utopica o perfino ironica, ma Wallace la presenta con profonda serietà etica. Ne Il Re Pallido la noia diventa una sorta di prova iniziatica: un “processo di auto-definizione” per i protagonisti, un percorso attraverso cui essi prendono coscienza di sé. Il personaggio di Shane Drinion incarna emblematicamente questo traguardo (e il suo rischio): Drinion sembra aver talmente vinto la noia da risultare del tutto imperturbabile [è lui che durante le riunioni resta concentrato al punto da galleggiare a mezz’aria!] ma in cambio appare quasi disumano, privo di desideri e di empatia.
Tutto questo accade in mezzo a tutta la fatica quotidiana del vivere moderno. Il Re Pallido dipinge persone intrappolate in lavori ripetitivi, alienate da un sistema più grande di loro, ma che proprio nell’abnegazione a quei compiti umili trovano tracce di senso e di dignità. Sono ignorati e derisi dal resto del mondo, ma sorretti da un dolore silenzioso che sopportano ogni giorno per il bene comune.
Sul piano dello stile e della costruzione, Il Re Pallido rappresenta tanto un’affermazione della maturità artistica di Wallace quanto un’opera inevitabilmente sui generis per via della sua incompiutezza. Questa frammentarietà può inizialmente spaesare il lettore, ma è parte integrante dell’esperienza voluta. Non dimentichiamo che Wallace, erede postmoderno di Pynchon, Barth, Barthelme e degli sperimentalismi anni ’60-’70, ha sempre amato sovvertire le forme tradizionali. Qui si spinge ancora oltre: inserisce finte prefazioni (il capitolo 9 è un “Author’s Foreword” piazzato 80 pagine dopo l’inizio, pieno di note a piè di pagina e ironici cavilli burocratici), riproduce documenti tecnici, adotta perfino impaginazioni inconsuete come il celebre capitolo 25, stampato su due colonne parallele per simulare le colonne dei moduli fiscali e far provare al lettore l’effetto straniante della scansione ripetitiva. Sono trovate che ricordano l’umorismo formale di Infinite Jest, ma qui servono a un intento più dichiaratamente concettuale: mettere il lettore nei panni dei personaggi, fargli sentire “al secondo grado” cosa significhi passare le giornate a timbrare scartoffie o a girare pagine senza fine. In questo senso, Il Re Pallido “mette in scena la noia” in modo quasi performativo: alcuni passaggi sono volutamente estenuanti, ridondanti, privi di azione ma c’è metodo in questa lentezza. Wallace vuole educarci a come leggere la noia, a trovare il significato nascosto nei dettagli insignificanti. Così, dopo le prime difficili decine di pagine, può accadere che il lettore inizi paradossalmente a provare piacere nel ritmo lento del libro.
Accanto a queste sperimentazioni strutturali e meta-narrative, c’è poi la voce inconfondibile di David Foster Wallace, più matura e insieme più vulnerabile che mai. Il Re Pallido alterna registri diversi con sorprendente naturalezza: pagine di freddo burocratese o di ironica pedanteria tecnica lasciano il posto a improvvise aperture liriche, a squarci di malinconia pura che tolgono il fiato. Wallace opera qui un’“implosione totale” di quell’apparato spettacolare che era stato Infinite Jest, concentrandosi sull’interiorità e su micro-eventi minimi. In compenso, ogni tanto la prosa si accende di un lirismo quasi inedito per Wallace: si pensi all’incipit pastorale in seconda persona, che descrive le pianure dell’Illinois come un volo radente sulla “cara terra”, due pagine di descrizione naturalistica suggestiva e pacata, da cui nessuno si aspetterebbe che sboccerà un romanzo sul tedio impiegatizio. O si pensi alle evocative scene della giovinezza di alcuni personaggi: pagine intrise di nostalgia, sommerse dall’odore dei pini, dal ronzio delle falciatrici, rischiarate da serate limpide in cui sembra di leggere alla luce della brace. Questi momenti di sublime bellezza letteraria convivono con passaggi di ostica staticità, in cui la narrazione ristagna e Il Re Pallido flirta volutamente con l’illeggibilità. È il prezzo (e la scommessa) di quest’opera: spingersi al limite di ciò che la narrativa può fare, senza compromessi, mantenendo però sempre una sorta di patto sotterraneo col lettore.
Insomma, un romanzo incompiuto, privo di una tradizionale “storia” avvincente, incentrato volutamente sulla noia e sulla lentezza… potrebbe sembrare un reperto per soli fan di Wallace o accademici. La prosa di Wallace, quando decolla, raggiunge vette di intensità e nitore che pochi autori contemporanei possono eguagliare. Il Re Pallido è costellato di frasi, paragrafi e pagine intere che meriterebbero di essere sottolineati, riletti, meditati con calma. È un libro che sfida il lettore continuamente a tollerare la mancanza di trama, a rimanere attento nei brani volutamente lenti, a mettere insieme pezzi apparentemente disgiunti ma che premia questa tenacia con momenti di autentica illuminazione. Arrivati all’ultima pagina (peraltro seguita da una sezione di Appunti e divagazioni utilissima a capire cosa Wallace progettasse per il finale), ci si rende conto di aver vissuto qualcosa di unico. Come scrive Gianni Montieri, “non ci si separa facilmente da questo libro, così come non ci si è separati facilmente dal suo scrittore”. Leggere Il Re Pallido significa infatti entrare in una profonda intimità con il pensiero e la sensibilità di David Foster Wallace. Significa guardare il mondo con i suoi occhi, anche solo per qualche centinaio di pagine. Una volta fatto, è impossibile non uscirne trasformati. Wallace ci spalanca gli occhi sull’invisibile: ci mostra che persino negli uffici più anonimi, nelle giornate più grigie, nei dettagli più insignificanti, può annidarsi la chiave per ritrovare la nostra umanità smarrita. Il Re Pallido è, in definitiva, un’opera-mondo incompiuta ma aperta, che continua a offrire spunti e domande a chi legge. È allo stesso tempo un requiem malinconico per il suo autore e un messaggio di speranza anticonvenzionale per tutti noi: nella noia del quotidiano, se affrontata con coraggio e consapevolezza, possiamo riscoprire ciò che davvero conta della condizione umana. Un messaggio quanto mai prezioso, oggi, in un’epoca che sembra aver dimenticato come si sta soli con i propri pensieri.

MINI BIO
David Foster Wallace (1962–2008) è stato uno scrittore e saggista statunitense, tra le voci più influenti della narrativa americana contemporanea. Nato a Ithaca e morto a Claremont, è noto soprattutto per Infinite Jest e per un corpus di saggi che unisce cultura pop, filosofia e un’etica dell’attenzione. Ha insegnato scrittura e letteratura in ambito universitario e nel 1997 è stato John D. and Catherine T. MacArthur Foundation Fellow.
Edizione italiana (tascabile, più diffusa)
David Foster Wallace, Il re pallido, trad. Giovanna Granato, Milano, Einaudi, collana Super ET, 05/2014




