La prima cosa che dovete sapere su questi due libri è che non vi piacerà leggerli. O meglio: vi piaceranno moltissimo, ma in quel modo specifico e un po’ masochistico in cui piace il peperoncino troppo forte: non durante, ma subito dopo, quando vi rendete conto che adesso sentite tutto con una nitidezza leggermente dolorosa.
La seconda cosa è che Cormac McCarthy ci ha messo sedici anni a scriverli. Sedici anni di silenzio dall’ultimo romanzo (La Strada, 2006, Pulitzer, film con Viggo Mortensen, lo conoscete). In quei sedici anni McCarthy non stava pescando trote. Stava al Santa Fe Institute, un posto dove fisici quantistici, biologi computazionali e filosofi della matematica si scambiano idee che il 99% dell’umanità non capirebbe nemmeno con un dizionario e un fine settimana libero.
Il Passeggero è uscito nell’ottobre del 2022, Stella Maris sei settimane dopo, a dicembre. McCarthy è morto il 13 giugno 2023. Questo dittico è il suo testamento letterario, e ha l’aria di saperlo.
Il Passeggero: il thriller che si rifiuta di esserlo
Partiamo dalla trama [e vi avviso che ci saranno spoiler], perché è lì che McCarthy inizia a prendervi in giro. Siamo nel 1980. Bobby Western [ex studente di fisica al Caltech, ex pilota di Formula 2, ora sommozzatore di recupero a New Orleans, cioè un uomo che ha fatto di tutto per allontanarsi il più possibile dalla propria intelligenza] si immerge nel Golfo del Messico per ispezionare un jet privato inabissatosi. L’aereo è intatto, sigillato dall’interno. Ci sono nove corpi ancora allacciati ai sedili, i capelli che ondeggiano nell’acqua. Mancano: la scatola nera, la borsa del pilota, e un passeggero.

In qualsiasi altro romanzo, questa è la pistola del primo atto. Chekhov direbbe che entro il terzo atto deve sparare. McCarthy la butta nel Golfo del Messico e non ne parla più. Il mistero del passeggero scomparso non viene mai risolto. Non viene nemmeno avvicinato a una risoluzione. Diventa una specie di rumore di fondo, un ronzio a bassa frequenza che accompagna tutto il resto mentre Bobby viene braccato da agenti federali che non formulano mai accuse precise, si fa sequestrare la Maserati e congelare il conto in banca dall’IRS, e trascorre le sue giornate nei bar del French Quarter a parlare di meccanica quantistica, teoria delle stringhe e dell’assassinio di JFK con un assortimento di personaggi eccentrici che sembrano usciti da un romanzo picaresco scritto da un fisico delle particelle. Proprio qui la critica si è divisa a metà come un atomo. Perché a un certo punto, per un buon numero di pagine, il romanzo smette completamente di fingersi un romanzo e diventa una dissertazione sulla balistica del fucile Carcano di Lee Harvey Oswald. Bobby e un investigatore di nome Kline sezionano il Rapporto Warren con una precisione che rasenta l’ossessione clinica. Molti recensori hanno gridato all’indulgenza senile: un vecchio di ottantanove anni che usa i suoi personaggi come altoparlanti per le proprie fissazioni. La cosa funziona, a mio parere, diversamente da come sembra. Per Bobby, schiacciato dalla morte della sorella, dalla colpa cosmica del padre [ci arriviamo], la cospirazione è una forma di conforto. Se dietro Dallas c’è un piano, per quanto malvagio, significa che il mondo è ancora governato da cause ed effetti. Significa che la fisica funziona, che qualcuno tira i fili, che non siamo sospesi in un vuoto quantistico dove le cose accadono senza motivo. La conversazione su JFK è il tentativo di un uomo che affoga di aggrapparsi al relitto della causalità.
Perché il vero tema non è l’aereo. Il vero tema è il padre di Bobby e di sua sorella Alicia: un fisico del Progetto Manhattan, un uomo che ha lavorato con Oppenheimer a Los Alamos per costruire la bomba che ha incenerito Hiroshima. Bobby e Alicia sono i figli della fine del mondo, letteralmente. Portano nel DNA una colpa di proporzioni bibliche: l’idea che la mente umana abbia partorito lo strumento per la propria estinzione. Tutto quello che fanno è una fuga fallimentare da questa eredità. Bobby si nasconde nel lavoro manuale e nell’anonimato. Alicia, che era un genio matematico di statura terrificante, cerca rifugio nella matematica pura, sperando di trovare nelle astrazioni platoniche qualcosa di innocente, qualcosa che non possa essere usato per uccidere nessuno. Nessuno dei due ci riesce.
Stella Maris: il terrore di una mente troppo lucida
Se Il Passeggero è il caos espanso, Stella Maris è la compressione. Il libro è composto esclusivamente da sette trascrizioni di sedute psichiatriche: la ventenne Alicia Western parla con il dottor Cohen nella clinica Stella Maris, in Wisconsin, nell’autunno del 1972. Nessuna narrazione di raccordo. Nessuna descrizione d’ambiente. Solo domande e risposte, per centocinquanta pagine.
La scommessa è folle: rendere credibile, attraverso il solo dialogo, una mente che è contemporaneamente schizofrenica paranoide, dotata di sinestesia, esperta nella costruzione dei violini cremonesi, capace di recitare tragedie greche a memoria e portatrice di una competenza nella teoria dei topos che le ha permesso di lavorare all’Institut des Hautes Études Scientifiques di Parigi con Alexander Grothendieck, un matematico reale, forse il più grande del Novecento, che dopo aver rivoluzionato la geometria algebrica si è ritirato in isolamento mistico sui Pirenei (McCarthy lo usa come specchio premonitore del destino di Alicia).

Il cuore di tutto, il punto in cui la matematica smette di essere un argomento e diventa il motore del terrore, è una domanda che Alicia pone al dottore: come fa l’inconscio a fare matematica? Come mai è palesemente più bravo di noi? Lavori su un problema, lo metti da parte, e il problema ricompare sotto la doccia con una soluzione che non avresti trovato in un anno di lavoro cosciente. Chi sta risolvendo l’equazione, esattamente? Ecco la chiave di volta del pessimismo di McCarthy. Se la matematica è la vera architettura dell’universo, e se il nostro inconscio ci naviga dentro con una disinvoltura che la coscienza non può eguagliare, allora le allucinazioni di Alicia [le coorti grottesche guidate dal “Thalidomide Kid”, un’entità sardonica e crudele che la tormenta con battute degne di un cabarettista dell’apocalisse] non sono sintomi di una mente rotta. Sono percezioni di una mente che si è sintonizzata sulla frequenza sbagliata. La follia di Alicia è forse un eccesso di lucidità metafisica, e questa è un’idea che, una volta entrata nella testa, non ne esce più.
A cosa serve tutto questo
Arriviamo alla domanda che probabilmente vi state ponendo: a cosa serve leggere due romanzi dove non succede quasi niente, pieni di conversazioni sulla teoria dei topos e sulla balistica dei fucili italiani degli anni Sessanta, scritti senza virgolette per i dialoghi e con un vocabolario che richiede Wikipedia aperto su un secondo schermo?
Serve a questo: a ricordarvi che il mondo è più complesso di qualsiasi narrazione lo contenga, e che la letteratura più onesta è quella che non finge di capirlo tutto. McCarthy ha passato sessant’anni a scrivere di violenza primordiale: i deserti insanguinati di Meridiano di Sangue, il giudice Holden, lo sceriffo Bell di Non è un paese per vecchi. Con questi ultimi due libri, alla soglia dei novant’anni, ha fatto qualcosa di molto più raro e molto più coraggioso: ha scritto della violenza che la conoscenza fa a chi conosce.
Il padre dei Western ha dimostrato che la fisica può annientare l’umanità. La figlia ha dimostrato che la matematica può annientare una mente. Il figlio vaga per i bar di New Orleans cercando di dimenticare entrambe le cose. Il lettore, alla fine, si ritrova con la stessa sensazione di Bobby: qualcosa di enorme e di terribile è successo, ma non c’è nessun colpevole da arrestare, nessun mistero da risolvere, nessuna catarsi da portare a casa. C’è solo la consapevolezza, quieta e devastante, che al cuore della realtà potrebbe giacere qualcosa che non siamo equipaggiati per comprendere, e che il prezzo per averci provato è altissimo.
Tutto questo esige dal lettore una fatica interpretativa che è il correlativo formale del suo contenuto: se l’universo non ti offre risposte pulite, perché dovrebbe farlo un romanzo? Ma se c’è una cosa che McCarthy ha sempre saputo, è che il conforto è il nemico della verità.
Cormac McCarthy – mini-bio
Cormac McCarthy nato a Providence nel 1933 e morto a Santa Fe nel 2023. È stato uno dei maggiori scrittori statunitensi contemporanei, noto per una prosa scarna, ritmica e ad altissima densità simbolica, spesso centrata su violenza, colpa, destino e rovina del mondo moderno. Tra i suoi libri più celebri figurano Blood Meridian, la Border Trilogy, No Country for Old Men e The Road. The Passenger e Stella Maris, usciti nel 2022, sono le sue ultime opere narrative pubblicate in vita.
McCarthy, Cormac, Il passeggero, trad. di Maurizia Balmelli, Torino, Einaudi, Super ET, 2024
McCarthy, Cormac, Stella Maris, trad. di Maurizia Balmelli, Torino, Einaudi, Super ET, 2024






