Il sistema periodico di Primo Levi, o perché il puro non reagisce
Sapete quello che succede se versate un acido sopra dello zinco purissimo? Non succede niente. Lo zinco bello, candido, da catalogo, se ne sta nel suo contegno e non reagisce: bisogna sporcarlo [con una punta di solfato di rame, una traccia di qualunque cosa] perché la materia si decida a vivere, a gorgogliare, a fare il suo mestiere. Questa roba viene fatta da uno studente che ha vent’anni nel 1938. Mentre guarda lo zinco che non vuole reagire gli si accende un’idea che si porterà dietro tutta la vita: che la purezza è inerte, e che per far girare la ruota del mondo ci vuole l’impurità.
Lo studente è Primo Levi, e il libro è Il sistema periodico, ventun racconti intitolati ciascuno a un elemento della tavola, usciti da Einaudi nel 1975. Da mezzo secolo lo si chiama l’inno di un chimico alla chiarezza, la ragione che mette ordine mentre la storia va a rotoli; lo si consegna a scuola come la prova che le «due culture», la scientifica e l’umanistica, possono finalmente darsi la mano.
La tavola è una trappola
Il titolo stesso è un piccolo inganno. Il sistema periodico è la tavola di Mendeleev, la griglia che mette ogni elemento al suo posto: il regno del puro, dove ogni casella contiene un elemento e basta. Levi la amava da ragazzo, ma poi fa con la sua premessa ciò che fanno i grandi libri: la innalza solo per romperla. In tutto il volume non c’è una pagina in cui un elemento puro combini qualcosa di vivo. L’oro è pagliuzze rubate a un fiume; il nichel si insegue invano dentro uno sterile di miniera; l’azoto lo si va a cercare nella pollina, negli escrementi di gallina, per cavarne un composto da cosmetici. La materia di Levi non è mai nobile. È sempre un po’ sporca, e per questo viva. «Sistema» è la parola dell’ordine, e Levi la mette in cima a un libro che racconta soltanto incidenti, leghe impreviste, malintesi, balle, ricordi che tornano per sbaglio. La realtà non è fatta di elementi puri ordinati in griglia, è fatta di miscugli che reagiscono. La tavola è la mappa; il libro è il territorio.
Il puro è sterile
In Potassio, non trovando il sodio prescritto per l’esperimento, Levi lo sostituisce con il potassio, che gli somiglia come un fratello. Una traccia del metallo rimane nell’apparecchio e, durante il lavaggio, reagisce con l’acqua e incendia il laboratorio. Il nostro studente ne ricava la massima più importante che un chimico abbia mai scritto sull’etica credendo di parlare di chimica: bisogna diffidare del quasi-uguale, del praticamente identico, del pressappoco, di tutti i surrogati e di tutti i rappezzi. Le due lezioni si incastrano. In Zinco serve la differenza, l’impurità che fa reagire; in Potassio guai a non vederla, perché il quasi-uguale ti brucia la casa. È la stessa disciplina: l’attenzione esatta alla differenza.
Che Zinco sia un elogio dell’impurezza è stato notato spesso. Di solito ci si ferma a farne una perorazione della tolleranza [“viva il diverso, abbasso il razzista”] e si chiude il libro contenti. È giusto, ed è troppo poco. Levi non raccomanda un valore: riferisce una legge. Non dice «siate tolleranti», dice che il puro non reagisce. Fuori dal laboratorio questa legge mostra i denti: la monocoltura è fragile, basta una ruggine a sterminarla; una popolazione senza varietà genetica non sa adattarsi, e muore. La diversità non è un ornamento etico, è il motore dell’evoluzione. Così la frase di Zinco, scritta nel 1938 mentre esce La Difesa della Razza, diventa una diagnosi: il «tutti uguali» del fascismo è una condanna a morte biologica e culturale. «Sono io l’impurezza che fa reagire lo zinco», scrive Levi, ebreo; «cominciavo a essere fiero di essere impuro». Una nazione pura è una monocoltura, e le monocolture crollano.
Il libro ne dà perfino l’immagine. In Titanio un imbianchino, per tenere ferma una bambina curiosa mentre dipinge di bianco i mobili, le traccia attorno un cerchio di gesso e le ordina di non uscirne. La purezza è sempre un cerchio disegnato attorno a qualcuno: il ghetto, la riserva, la difesa della razza. La bambina può uscirne quando il bianco è asciutto. Gli ebrei piemontesi del 1938, dal loro cerchio, non sarebbero usciti.
La materia come misura
Si dirà che Levi, da chimico colto, ci vende una filosofia travestita da provetta. La risposta sta nei racconti più duri, dove la chimica non è una fonte di metafore ma una questione di sopravvivenza. In Cerio, dentro Auschwitz, Levi e l’amico Alberto limano di nascosto cilindretti di una lega di ferro e cerio per ricavarne pietrine da accendino, le vendono, e con quel pane restano vivi qualche settimana di più, abbastanza per arrivare alla liberazione. Qui la chimica tiene in vita un corpo affamato perché un uomo sa che il ferro-cerio fa scintilla, e che la scintilla, al mercato nero di un campo, vale pane. La grandezza di Levi sta nell’aver capito che la materia non è mai pulita e che proprio per questo è degna: che la dignità è del ferro che lavora, del cerio che brucia, del povero azoto cavato dalla merda di gallina. È una teologia rovesciata, dove la grazia non scende immacolata dall’alto ma sale dal basso, sporca, e funziona lo stesso.
L’impurità della memoria, e il punto
Il racconto in cui tutto questo diventa bene e male è Vanadio. Da chimico industriale, Levi protesta con una ditta tedesca per una resina che non indurisce; gli risponde un certo dottor Müller, che consiglia di aggiungere una [lo 0,1 per cento] di naftenato di vanadio. Roba da addetti ai lavori, se non fosse che nelle lettere Müller scrive naptenato per naftenato, mangiandosi un’acca: lo stesso errore che Levi gli aveva sentito anni prima a Buna, dentro Auschwitz. Il passato torna per un refuso: una minuscola impurità della lingua scritta. È il quasi-uguale di Potassio che si ripresenta sul terreno della memoria.
I due si scrivono [Levi gli manda Se questo è un uomo, come un reagente, per vedere che reazione dà] e il lettore che pregusta una resa dei conti pulita resta a bocca asciutta. Müller non è il mostro né il pentito esemplare: è un uomo confuso, mezzo disciolto, Levi cerca di comprenderlo senza per questo perdonarlo o sospendere il giudizio. È la stessa onestà sperimentale di tutto il libro, applicata alla più difficile delle materie: un altro essere umano. La categoria pulita, in morale, si chiama manicheismo: ogni uomo nella sua casella, vittima o carnefice, senza grigi. Undici anni dopo, nel suo ultimo libro, Levi darà a quel rifiuto un nome entrato nella lingua di tutti: la «zona grigia», lo spazio tra vittime e carnefici che «non è mai vuoto». Il Levi mite degli accendini di Auschwitz e il Levi nerissimo della fine sono lo stesso uomo, che ha pensato una cosa sola per tutta la vita: che la purezza è una menzogna sterile, e che chi la pretende sta mentendo o sta uccidendo.
L’ultimo racconto, Carbonio, segue un singolo atomo dal calcare a una foglia, da uno zucchero a un corpo, fino a una cellula del cervello di chi scrive, che «guida questa mia mano a imprimere sulla carta questo punto: questo». Levi sceglie, per chiudere, l’elemento meno nobile e più promiscuo della tavola: il carbonio, base di ogni cosa viva proprio perché si lega a tutto, impuro per vocazione. A scrivere il libro, in fondo, è stata la materia stessa: sporca, riciclata, passata per mille corpi, mai una volta nobile, e per questo viva. Il puro non reagisce. Solo l’impuro scrive un libro, fa una nazione, tiene in vita un uomo, e arriva, dopo eoni, a posare l’ultimo segno sulla pagina.
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Primo Levi (Torino, 1919–1987) è stato uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Chimico di formazione, partigiano ebreo e sopravvissuto ad Auschwitz-Monowitz, ha fatto dell’osservazione precisa della materia e degli esseri umani lo strumento di una scrittura insieme narrativa, scientifica e morale. Alla testimonianza di Se questo è un uomo e La tregua ha affiancato racconti, romanzi e saggi dedicati al lavoro, alla responsabilità, alla memoria e alle ambiguità del comportamento umano. In Il sistema periodico la sua esperienza di chimico diventa la struttura di un’autobiografia personale e collettiva.
Primo Levi, Il sistema periodico, a cura di Domenico Scarpa, Torino, Einaudi, «Einaudi tascabili. Scrittori», 2026.




