Ogni mattina nella vita di milioni di esseri umani la coscienza riemerge dal liquido amniotico del sonno e si scontra violentemente con la superficie dura della realtà. È l’istante in cui la sveglia suona. O meglio, l’istante immediatamente successivo al suono, quando il cervello deve compiere quella transizione acrobatica, quasi miracolosa, dal nulla all’essere, dall’orizzontalità alla verticalità, dall’assenza di responsabilità alla fitta rete di doveri, scadenze, fatture, relazioni sociali, igiene personale e performance lavorative che costituiscono ciò che chiamiamo, per convenzione e mancanza di termini migliori, “vita”. Di solito, superiamo questo momento con un automatismo pavloviano. Ci alziamo. Ci laviamo. Ci vestiamo. Entriamo nel flusso. Ma cosa succederebbe se un giorno, un giorno qualsiasi, un giorno grigio e piovoso, non lo facessimo? Se il meccanismo si inceppasse? Se, fissando il soffitto, decidessimo che la somma delle energie necessarie per sollevare il corpo dal materasso supera di gran lunga il valore atteso di qualsiasi cosa la giornata possa offrirci? Lasciate la sveglia suonare a vuoto, gli amici bussare invano alla porta. Immaginate di continuare così: niente università, niente esami, niente lavoro. È ciò che fa il protagonista di Un uomo che dorme di Georges Perec, romanzo pubblicato nel 1967 e ora riedito in italiano da Quodlibet (traduzione di Jean Talon). Perec, allora trentenne, non ancora sedotto del tutto dai virtuosismi enigmisti dell’Oulipo, costruisce la storia di un commiato dal mondo: un addio gentile e indifferente a tutte le cose, le vie, le persone che prima componevano la vita quotidiana del protagonista. Basta un gesto minimo, anzi un non-gesto (decidere di restare a letto), per mettere in moto la sua progressiva uscita di scena.
Cosa fa [o meglio, non fa] un uomo che decide di dormire attraverso la vita? Perec ce lo mostra con minuziosa ironia, elencando gesti, oggetti e momenti di un’esistenza volontariamente messa in pausa. Giorno dopo giorno, il protagonista si educa all’indifferenza seguendo una sorta di rituale dell’apatia. Salta sistematicamente gli appuntamenti. Smette di caricare la sveglia e lascia che il tempo perda importanza. Non desidera più nulla, non spera in nulla. Girovaga senza meta per i quartieri di Parigi, enumerando all’infinito i dettagli più banali: pomelli delle porte, panchine verdi nei giardini, cartelli stradali. Legge ogni giorno il quotidiano Le Monde da cima a fondo, necrologi e previsioni del tempo comprese, ma solo per attraversare le notizie con sguardo vuoto: tutte le informazioni diventano equivalenti e irrilevanti, prive di gerarchia. Trascorre le serate in solitudine, giocando partite interminabili al flipper o fissando le crepe sul soffitto della sua mansarda in Rue Saint-Honoré. Nel sonno agitato lo visitano incubi mostruosi, ma a tratti lo assale anche una febbrile certezza: quella di essere completamente libero, di non aver più bisogno di nessuno, quasi “intoccabile e vittorioso” nella sua rinuncia. Questa radicale sospensione del vivere attivo è raccontata da Perec con uno stile ipnotico e descrittivo. Parigi c’è, ma come sfondo inerme: il romanzo è popolato di strade, piazze, oggetti minuti, enumerati con la precisione quasi di un verbale. Siamo in una città che avrebbe fatto la gioia di un flâneur alla Baudelaire, colma di stimoli visivi, ma per il nostro “uomo che dorme” tutta quella realtà risulta inutile, spenta nella sua offerta estenuante di immagini. Non c’è epifania nei suoi passi senza meta, nessuna “ebbrezza poetica” alla Walter Benjamin nel vagare per le sale del Louvre, nessun lampo di senso nascosto tra le lettere mancanti di un’insegna consumata. L’universo intorno a lui viene come appiattito dall’indifferenza: i cibi hanno tutti lo stesso sapore, i vestiti sono tutti uguali, le voci altrui diventano brusio lontano. Il mondo perde colore.
La prima cosa che colpisce il lettore con la forza di uno schiaffo a mano aperta o di una verità sgradevole sussurrata all’orecchio, è la scelta pronominale. Il libro non è scritto in prima persona (“Io mi sveglio”). L’uso dell'”Io” implicherebbe ancora una soggettività, una volontà, un ego che rivendica la propria azione (o inazione). Non è scritto nemmeno in terza persona (“Egli si sveglia”), che garantirebbe la rassicurante distanza del romanzo realista, dove osserviamo le sventure di un poveraccio da una posizione di sicurezza. No. Perec sceglie la seconda persona singolare. Il libro è un monologo ininterrotto rivolto a un “Tu”.
“Tu hai venticinque anni e ventinove denti, tre camicie e otto calzini, qualche libro che non leggi più e qualche disco che non ascolti più. Sei seduto e vuoi soltanto aspettare”. Fin dalle primissime righe, Perec ci costringe in questa posizione insolita: “Tu non ti muovi. E non ti muoverai”. È come se uno sdoppiamento dell’io dividesse il protagonista: una parte di sé rimane immobile, mentre un suo sosia fantomatico compie i gesti quotidiani al posto suo. Il risultato è straniante: il lettore diventa contemporaneamente osservatore esterno e soggetto inerziale di questa vita in stand-by. Lo stesso Perec, in un’intervista televisiva del 1967, spiegò la potenza di questa forma narrativa dicendo che «mescola il lettore, il personaggio e l’autore», confonde i confini tra di loro. Eliminando il pronome “io”, Perec espelle ogni traccia di soggettività esplicita: la voce narrante sembra un flusso di coscienza impersonale, un monologo interiore rivolto a sé stessi come a un altro. È un artificio tecnico audace, che ottiene però un effetto curioso sul lettore: ci si sente insieme chiamati in causa e messi a distanza, coinvolti e respinti. L’io era assente, verrebbe da dire, e questa assenza diventa essa stessa il tema del libro.
Il vero antagonista del libro non è la società, né i genitori, né i professori. È il Tempo. Il protagonista cerca di entrare in una “parentesi benedetta”, in un vuoto “pieno di promesse”. Cerca di fermare il tempo, o meglio, di uscirne lateralmente, come si esce da un’autostrada trafficata per fermarsi in una piazzola di sosta abbandonata. Il paradosso, crudele e inevitabile, è che però il tempo biologico continua. La barba cresce. La fame torna. La luce cambia sulla parete. Le stagioni passano. Perec descrive il tempo dell’uomo che dorme come un tempo circolare, denso, privo di vettori direzionali. Non c’è un “verso dove”. C’è solo un “qui e ora” che si ripete identico. È un presente mostruoso che non passa mai, o che passa troppo in fretta, in una confusione totale tra minuti e settimane. Questa dilatazione temporale è resa stilisticamente attraverso l’uso di elenchi, iterazioni, frasi che si avvolgono su se stesse. La lettura stessa diventa un’esperienza temporale: sentiamo la noia, sentiamo la pesantezza delle ore vuote. Non è una noia letteraria (“mi annoio a leggere questo libro”); è una noia mimetica. Perec ci fa sentire fisicamente cosa significa avere ventiquattr’ore da riempire e nessun desiderio di farlo.
Se l’azione macroscopica (andare all’università, fare carriera, innamorarsi) viene abolita, cosa resta? Resta il microscopico. Resta quello che Perec, in altri scritti teorici, ha definito l’infra-ordinario (l’infra-ordinaire): “ciò che succede quando non succede nulla”. Non l’eccezionale, non lo scandalo, non la notizia da prima pagina, ma il rumore di fondo dell’esistenza. La mansarda del protagonista diventa un laboratorio dove si compie un’analisi spietata della materia. Perec, con una precisione che rasenta la mania (e che ricorda l’oggettivismo del Nouveau Roman di Alain Robbe-Grillet, ma riscaldato da una malinconia tutta perechiana), descrive gli oggetti non come simboli, ma come presenze fisiche, ottuse, inevitabili. Prendiamo la “bacinella di plastica rosa”. O la “ciotola di Nescafé”. Il testo ci costringe a guardare la ciotola. C’è un residuo di caffè. È tiepido. È troppo dolce. È un po’ amaro. C’è una “linea sinuosa di una sottile fessura” sul soffitto. Il protagonista passa ore, giorni, a seguire “l’itinerario inutile di una mosca”. Perché questi dettagli sono così importanti? Perché, nel vuoto di senso creato dal rifiuto sociale, gli oggetti assumono una densità terrificante. Quando smetti di proiettare i tuoi desideri sul mondo, il mondo ti si rivela nella sua nudità “oscena” (nel senso etimologico di ob-scenum, fuori scena, ciò che non dovrebbe essere visto). La bacinella rosa non è più uno strumento per lavarsi i calzini; è un enigma metafisico. È lì. Esiste. La sua esistenza indifferente è al tempo stesso un conforto (perché non chiede nulla) e un orrore (perché è totalmente estranea all’umano).
Quando Un uomo che dorme uscì, nel 1967, apparve subito come il gemello oscuro del romanzo d’esordio di Perec, Le cose (1965). Là Perec raccontava la seduzione degli oggetti e del benessere consumista nella Parigi degli anni ’60; qui racconta invece il riflesso lunare di quel sogno: la fuga dall’incanto delle cose, la scelta dell’indifferenza come risposta all’ansia del vivere. Non a caso Perec stesso parlò di Un homme qui dort come dei “luoghi retorici dell’indifferenza”, in contrasto ai “luoghi retorici della fascinazione” presenti in Le cose. È una sorta di anti-romanzo di formazione: invece di crescere, il protagonista decide di rimpicciolirsi fino a scomparire; invece di cercare un senso nel mondo, si accomoda in un angolo a osservare il soffitto. In quell’epoca di contestazione giovanile (siamo alla vigilia del Sessantotto) il libro di Perec fu una voce atipica e controcorrente. Altrove i ventenni bruciavano di impegno politico e rivoluzione; qui ce n’è uno che semplicemente si sfila, si dichiara fuori gioco. Eppure, proprio in questa sua impassibilità c’è un germe di ribellione sottilissima. Perec sembra chiedere: cosa succede se smettiamo di correre? Se rinunciamo alla competizione sociale, al taf-taf delle ambizioni, agli esami, ai lavori, agli orari? La risposta che ci dà è liberatoria a modo suo.
Qui entriamo nel territorio della filosofia. I ricercatori distinguono tra vari tipi di noia. C’è la noia “situazionale” (aspettare il bus) e la noia “esistenziale” (il senso di vuoto della vita). Heidegger parlava di “noia profonda” come di un momento privilegiato in cui l’Essere si rivela. Joseph Brodsky, nel suo saggio Elogio della noia , sosteneva che la noia è “una finestra sul tempo”, un modo per comprendere la nostra finitezza. Il protagonista di Perec cerca questa noia profonda. Cerca di trasformare la noia in una disciplina spirituale. Vuole che il tempo si riveli nella sua purezza. Ma fallisce perché gli manca il trascendente (o anche solo l’arte). La sua noia non diventa creativa. Diventa paludosa. Diventa “ruggine”. Invece di bruciare (burn-out), lui arrugginisce. Il suo esperimento dimostra che l’essere umano è un animale progettuale. Se gli togli il progetto, non diventa un dio; diventa una cosa. E diventare una cosa fa male.
Il finale del libro non è uno spoiler, perché in un libro senza trama non ci sono spoiler. Il finale è una constatazione. Il protagonista capisce che non può continuare. Non perché abbia avuto una rivelazione mistica, ma perché è insostenibile. La “fessura” nel soffitto non è l’universo; è solo una fessura. “Bisogna che tu aspetti finché non ci sia più nulla da aspettare”. E quando non c’è più nulla da aspettare, si ricomincia a vivere. Non per entusiasmo, ma per inerzia contraria. Si torna nel flusso. Si accetta di essere mediocri, di essere parte della folla, di essere “come tutti gli altri”. Questa accettazione finale è, paradossalmente, l’unico momento di vera pace. Smettere di voler essere speciali (anche specialmente infelici) è la vera liberazione. L’anonimato che cercava nella stanza lo troverà, alla fine, confondendosi nella folla dei Grands Boulevards.

BIO – Georges Perec (1936–1982) è stato uno scrittore francese tra i più originali del secondo Novecento, membro dell’Oulipo e sperimentatore radicale delle forme narrative. La sua opera esplora l’ordinario, l’assenza, la ripetizione e l’alienazione attraverso vincoli formali rigorosi e un’attenzione minuziosa alla vita quotidiana. Tra i suoi libri più noti: La vie mode d’emploi, Les choses e, appunto, Un homme qui dort.
Un uomo che dorme, trad. Jean Talon, Macerata, Quodlibet, collana Compagnia Extra, 2009




