Corrado Fizzarotti è un giovane filosofo, assegnista di ricerca del CNR, docente di Etica ambientale all’Università di Urbino e collaboratore di Lodigiano Democratico. Nel novembre 2025 ha pubblicato per Mimesis “Continuità. Ripensare la nostra relazione con il non-umano”, un saggio che propone di ripensare radicalmente il nostro rapporto con la natura a partire da un’idea tanto semplice quanto potente: siamo parte di un tutto continuo. Lo abbiamo incontrato per parlare del libro, ma anche di complessità, di cervi, di letteratura e del perché la filosofia dovrebbe uscire più spesso dall’università.
Partiamo da te. Filosofo, ricercatore, docente: un profilo decisamente non lineare. Chi c’è dietro il curriculum?
Una persona un po’ contraddittoria, direi. Sono cresciuto in Liguria, ho fatto lo scout, ho sempre avuto un rapporto diretto con la natura: foreste, mare, campagna. Poi sono diventato una persona molto ‘mentale’, rigorosa, che ama mettere ordine nelle idee e spaccare in quattro il proverbiale capello. La filosofia ha soddisfatto questa seconda inclinazione un po’ ossessiva, ma le due cose sono sempre rimaste abbastanza separate. Solo negli ultimi anni ho cercato di farle dialogare: usare il rigore filosofico per dire qualcosa di utile sul mondo reale. La svolta è stata con il Consiglio Nazionale delle Ricerche: vedere come funziona la ricerca scientifica dall’interno ti dà una prospettiva concreta su cosa significhi davvero fare scienza, cosa si misura e cosa resta fuori dalla misura. Per un filosofo che lavora ai confini tra etica e biologia, è un punto di osservazione prezioso.
Hai scritto di Italo Calvino, della filosofa Mary Midgley, ora di continuità ecologica. Sembra un percorso molto eterogeneo. C’è un filo?
Sì, ed è sempre lo stesso: complessità. Come si rappresenta la complessità del reale senza tradirla? Calvino se lo chiedeva attraverso la letteratura e la narrativa; Midgley attraverso la filosofia della biologia e l’etica; io me lo chiedo oggi attraverso l’etica ambientale. Sono tre modi diversi di aggredire la stessa domanda: come fai a tenere insieme molte cose vere contemporaneamente, senza appiattirle su un’unica risposta?
E la prima monografia italiana su Mary Midgley? Come ci sei arrivato?
Fortuna, durante la tesi magistrale. Cercavo filosofi che lavorassero al confine tra etica, biologia e filosofia della mente senza cadere nel riduzionismo… e lei era lì, praticamente sconosciuta in Italia. Una donna nata nel 1919, che ha iniziato a pubblicare tardi, dopo aver cresciuto tre figli, e che ha scritto contro le mode filosofiche del suo tempo con una lucidità impressionante. Ho capito subito che era sottovalutata. Mary Midgley: emozione, filosofia, ambiente (Mimesis, 2020) è stato il risultato di quella scoperta. E ha aperto la strada a tutto il resto.
Il libro: Continuità
“Continuità”: un titolo secco, quasi austero. Perché questa parola?
Perché è la parola che tiene insieme tutto. L’etica ambientale contemporanea è un campo frammentato: c’è chi si occupa di animali, chi di ecosistemi, chi di clima, chi di biodiversità. Le varie correnti spesso non dialogano, e a volte si contraddicono apertamente. L’etica animale ti dice: conta l’individuo, il singolo essere senziente, il suo dolore. L’etica ambientale olistica ti risponde: no, conta il sistema, l’ecosistema nel suo insieme, anche a costo di sacrificare individui. È un conflitto reale e profondo.
La mia tesi è che il concetto di continuità possa fare da ponte se si pone come cambio di prospettiva. Se accetti che tra l’umano e il non-umano non c’è una cesura netta ma una continuità evolutiva, e se accetti che tra l’individuo e il suo ambiente c’è una continuità ecologica, allora molti di questi conflitti si riformulano. Non scompaiono, ma diventano gestibili. Non è un’idea nuova, in filosofia. Mancava un’applicazione rigorosa alle questioni ‘verdi’ della nostra contemporaneità.
Puoi spiegare cosa intendi con ‘continuità’ in termini un po’ più concreti?
Certo. Nel libro individuo tre sensi del termine. Il primo è temporale: siamo il prodotto di un’evoluzione che non ha mai tracciato una linea e detto ‘da qui in poi è umano’. Darwin ci ha insegnato che siamo cugini di tutto ciò che vive. Il secondo senso è ecologico: ogni organismo esiste in una rete di relazioni con il suo ambiente. Non sei un’isola: sei un nodo in una rete. Il terzo senso è processuale: la tua identità [anche quella di un animale, di una pianta, di un ecosistema] è un processo in divenire, fatto di relazioni che si trasformano continuamente… qui i filosofi analitici citerebbero Whitehead.
Sembra un’idea che ha conseguenze piuttosto radicali…
Lo è. Se la prendi sul serio, cambia il modo in cui pensi a quasi tutto. Per esempio: la domanda classica dell’etica è ‘chi merita considerazione morale?’. La risposta tradizionale è: gli esseri umani, perché sono razionali. Poi qualcuno ha detto: anche gli animali, perché soffrono. Ma la continuità ti costringe a fare un passo ulteriore: non è solo questione di chi soffre o chi ragiona, ma di come siamo tutti connessi in una trama di dipendenze reciproche. La questione morale non si esaurisce nei singoli individui, ma riguarda le relazioni, i processi, i contesti.
Mary Midgley e il pluralismo
Il cuore teorico del libro è Mary Midgley, una filosofa che in Italia è quasi sconosciuta. Come la presenteresti a un lettore che non ne ha mai sentito parlare?
Midgley è stata una pensatrice straordinaria, e il fatto che sia così poco nota in Italia è un’ingiustizia intellettuale. Era una filosofa britannica nata nel 1919, morta nel 2018 a novantanove anni. Ha studiato a Oxford durante la guerra, insieme a altre grandi figure come Iris Murdoch e Elizabeth Anscombe. Ha cominciato a pubblicare tardi, dopo i cinquant’anni, e ha scritto su tutto: la natura umana, il rapporto con gli animali, i limiti della scienza, l’ecologia. Il suo libro più famoso, Beast and Man (1978), è un capolavoro di lucidità.
Quello che la rende così importante per il mio lavoro è il suo rifiuto radicale del riduzionismo. Midgley ha passato la vita a combattere l’idea che la realtà si possa spiegare con un’unica chiave: tutto è geni, tutto è cultura, tutto è economia. No, dice Midgley: la realtà è complessa, multilivello, e per capirla servono molte mappe, non una sola. È quello che si può chiamare ‘pluralismo’: la consapevolezza che per descrivere un fenomeno complesso servono strumenti diversi, tutti parziali, tutti necessari.
E questo come si lega alla questione ambientale?
Direttamente. Midgley ha sempre insistito sulla continuità tra umani e animali: non siamo angeli caduti in un corpo biologico, siamo animali tra gli animali, con una storia evolutiva condivisa. Ha però anche insistito che questa continuità non cancella le differenze: abbiamo capacità uniche come il linguaggio, la riflessione morale, la scienza. Queste capacità danno responsabilità al nostro essere al mondo. ‘Da grandi poteri derivano grandi responsabilità’ diceva l’uomo ragno. Parlare di continuità significa semplicemente riconoscere di essere parte di una comunità più ampia, con tutti gli obblighi che questo comporta.
Complessità e multilivellarità
Continuità e complessità sembrano i due pilastri del tuo pensiero. Puoi spiegarci cosa intendi con ‘multilivellarità’?
La multilivellarità è l’idea che la realtà sia organizzata su più livelli: fisico, biologico, psicologico, sociale, ecologico. Nessuno di questi può essere ridotto agli altri. È un’idea ormai consolidata in filosofia della scienza e della mente, ma che in etica viene applicata ancora piuttosto poco.
Facciamo un esempio concreto. Prendiamo un cervo in una foresta gestita. Puoi guardarlo come individuo senziente (etica animale), come membro di una popolazione (ecologia), come elemento di un ecosistema (etica ambientale olistica), come risorsa economica (gestione forestale), come simbolo culturale (estetica del paesaggio). Ognuna di queste prospettive coglie qualcosa di reale, ma nessuna esaurisce la questione. Il problema di alcune prospettive classiche è che spesso pretendono di scegliere una sola di queste lenti e dichiarare le altre irrilevanti. In realtà il cervo, come tutto il resto, esiste su più livelli contemporaneamente. L’etica deve imparare a tenere insieme questa complessità.
Come si fa, concretamente? Non c’è il rischio di rimanere paralizzati?
Il rischio c’è, e nel libro lo affronto esplicitamente. La mia proposta è quella di un’etica pluralista deliberativa: non un’unica teoria che risolve tutto, ma un metodo per far dialogare le diverse prospettive, pesare le ragioni in gioco, e arrivare a decisioni ragionevoli caso per caso. È un approccio che si ispira al pragmatismo americano e all’idea che l’etica sia una pratica sociale. Non cerchi la Risposta Giusta con la maiuscola: cerchi la risposta migliore che puoi trovare qui e ora, con le informazioni che hai, sapendo che dovrai probabilmente rivederla.
È un’etica ‘senza fondamento’, allora?
No, è un’etica con molti fondamenti. Non rinuncia ai principi: rinuncia alla pretesa che esista un unico principio supremo. L’analogia che uso nel libro è quella della bussola: una bussola non ti dice la destinazione, ma ti aiuta a orientarti. L’etica pluralista deliberativa funziona così: ti dà criteri, strumenti, sensibilità, ma la decisione finale è tua, e devi prendertene la responsabilità. È più faticoso di un’etica a ricetta unica, ma è anche più onesto.
Pragmatismo, enattivismo e la mente nel mondo
Nel libro integri Midgley con il pragmatismo americano e l’enattivismo. Perché?
Perché Midgley da sola non basta. Il suo pensiero è potentissimo come diagnosi, mostra i problemi del riduzionismo, difende la complessità, insiste sulla continuità umano-animale ma è meno sviluppato sul piano operativo. Come fai, concretamente, a deliberare in un contesto di pluralismo? E qual è la base cognitiva della nostra relazione con il non-umano? Per rispondere a queste domande ho avuto bisogno di altri strumenti.
Il pragmatismo mi ha dato il metodo: un approccio democratico, sperimentale, attento al contesto, che rifiuta le grandi teorie universali e lavora sui problemi concreti. L’enattivismo, cioè la teoria cognitiva di Daniel Hutto, Erik Myin, Shaun Gallagher mi ha dato la base filosofica: l’idea che la mente non sia una cosa dentro la testa, ma un processo che si svolge nella relazione tra organismo e ambiente. Se la mente è già ‘nel mondo’, allora la separazione tra soggetto pensante e natura pensata si dissolve.
Conseguenze concrete?
Se la tua cognizione è strutturalmente legata al tuo ambiente, allora il degrado dell’ambiente è anche un degrado delle condizioni della tua stessa capacità di pensare, sentire, agire. Non è solo una questione di ‘salvare la natura là fuori’: è una questione di preservare le condizioni che rendono possibile la vita. La crisi ecologica è un problema che ci attraversa.
La filosofia nel quotidiano
Il libro si chiude con un capitolo intitolato “Una bussola per l’etica verde”. Si ha la sensazione che tu voglia che queste idee escano dall’accademia.
Assolutamente. Uno dei difetti dell’etica ambientale accademica è che parla quasi esclusivamente a sé stessa. I filosofi discutono tra loro su distinzioni sottilissime e fanno bene: la precisione concettuale è importante. È però altrettanto importante che il risultato non resti chiuso nei dipartimenti. Io credo che la filosofia abbia il dovere di tradursi in qualcosa di fruibile, deve offrire strumenti di pensiero che le persone possano effettivamente usare.
La continuità, come la intendo io, è anche uno strumento per le decisioni quotidiane. Cosa mangi, dove vai in vacanza, come voti, cosa compri, come ti relazioni con gli animali che incontri. È un’etica che ti chiede di essere più attento: attento alle connessioni, alle conseguenze, ai livelli multipli su cui ogni tua azione si ripercuote.
Qual è il futuro dell’etica ambientale?
Un futuro in cui smette di essere una nicchia e diventa un modo di pensare trasversale. Oggi l’etica ambientale è ancora un ‘settore’ della filosofia. Io credo che fra vent’anni sarà semplicemente il modo in cui facciamo filosofia, punto. Così come non puoi più fare filosofia politica senza considerare la questione della giustizia di genere, presto non potrai più fare nessun tipo di etica senza considerare la questione ecologica. La crisi ambientale non è un tema tra i tanti: è il contesto di tutti i temi.
In copertina: Ernst Haeckel (1834-1919): “Sri Lanka, bambù gigante sul Kalu Ganga” (1882), acquerello [Haeckel è il biologo, naturalista e artista tedesco che ha coniato il termine “ecologia”].

Corrado Fizzarotti, Continuità. Ripensare la nostra relazione con il non-umano, Mimesis, collana “Filosofie”, 2025, pp. 316, € 26,00.




