Thomas Bernhard, Il soccombente
Per due terzi del libro il protagonista sta in piedi. Non fa altro: entra in una locanda dell’Alta Austria, aspetta l’ostessa, posa la borsa, va alla finestra della cucina, scopre che il vetro è troppo sporco per vederci attraverso, torna dov’era. Quattro azioni in un centinaio di pagine. Un tasso di accadimento che nel cinema muto avrebbe fatto gridare al sabotaggio.
L’immobilità è solo del corpo. Mentre quell’uomo aspetta, la sua testa torna indietro di ventotto anni: Salisburgo, estate 1953, un corso di perfezionamento pianistico al Mozarteum tenuto da un signore che nel romanzo si chiama Horowitz. Tre allievi si conoscono lì e affittano insieme una casa. Due sono bravissimi. Il terzo è un canadese di ventun anni: Glenn Gould. Un giorno Gould si mette al pianoforte e suona le Variazioni Goldberg; gli altri due lo ascoltano attraverso una porta. Da quel momento nessuno dei due suonerà più. Il narratore, che non avrà mai un nome, regala il suo Steinway alla figlia novenne e senza il minimo talento di un maestro elementare, perché glielo rovini. L’altro, Wertheimer, resiste più a lungo e finisce molto peggio.
Il romanzo viene letto di solito come un libro sull’invidia: arriva il genio, suona, e due uomini di talento capiscono in un pomeriggio di essere superflui. L’argomento migliore a favore di questa lettura è aritmetico. Il pianoforte da concerto è uno dei pochi mestieri dotati di una classifica vera: concorsi, incisioni, sale, critici. In un mestiere così la domanda «sono bravo?» non significa niente, perché l’unica che paga è «sono più bravo di lui?». Il narratore lo dice con una freddezza che è il vero terrore del libro: [cito a memoria] “io suonavo ancora meglio di Wertheimer, eppure non sarei mai riuscito a suonare bene come Glenn, e per questo motivo, lo stesso motivo, dunque, di Wertheimer!, ho abbandonato il pianoforte dall’oggi al domani”. Quel punto esclamativo, in Bernhard raro come una risata in chiesa, è l’istante in cui l’uomo si scopre identico a colui che sta descrivendo come un caso clinico.
Durante quell’estate del 1953 Gould guarda Wertheimer e lo chiama Untergeher, il Soccombente del titolo. La parola non esiste: c’è il verbo untergehen, che in tedesco comprende il tramontare del sole e l’affondare di una nave; il suffisso -er, invece, è quello dei nomi di mestiere… Bäcker il fornaio, Fahrer l’autista. Non «uno che sta andando a fondo»: uno il cui mestiere è andare a fondo. Colorni traduce «il soccombente» e vi aggiunge, senza volerlo, un’eco da tribunale: soccombente è la parte che perde la causa. L’inglese sceglie the loser e sposta tutto in palestra.
La scena è meno solenne: un ventunenne appiccica un nome a un coetaneo, in una casa affittata, probabilmente ridendo. Smesso di suonare, Wertheimer comincia a scrivere. Lavora per anni a un manoscritto: lo corregge, lo taglia, lo riscrive, lo taglia ancora. Alla fine non resta niente. Soltanto il titolo: Il soccombente. Un uomo passa vent’anni a scrivere un libro, e a sopravvivere è la parola che gli è stata detta addosso a ventitré anni. Wertheimer ha passato la vita a eseguire una parola. Gould non aveva alcun titolo per battezzarlo. Era un ragazzo con un’ottima mano sinistra. Ma le parole capaci di cambiare una vita non hanno quasi mai bisogno di un’istituzione alle spalle; hanno bisogno di qualcuno disposto a prenderle sul serio. L’autorità non la porta chi parla: ce la mette chi ascolta.
Rimane una faccenda scoperta. L’aritmetica, il crollo, il soprannome, perfino la scena della porta: tutto ci arriva da una sola persona. Una persona che dichiara di sé cose capaci, in un’aula di tribunale, di costarle care. Il nostro narratore andava a trovare Wertheimer con l’unico scopo di disturbarlo e distruggerlo; quando un amico muore, sostiene, lo si inchioda alle sue stesse frasi e delle sue carte ci si serve per distruggerlo ancora meglio. Il nostro, alle ultime lettere di Wertheimer non ha risposto e intanto fa proprio questo: scende dal treno per prendere le carte del morto prima che le prenda qualcun altro. Il nostro narratore è interessato. Ha una posizione da difendere: l’altro è andato a fondo e lui no. Quel «pensai» che Bernhard ci propina ad ogni frase al punto che a pagina dieci vorremmo già strozzare il narratore, è una marca di proprietà. Ogni giudizio su Wertheimer [era debole, era invidioso, era innamorato del proprio fallimento] porta in coda due sillabe che significano questo lo dico io. Bernhard ha messo una clausola di responsabilità in calce a ogni frase del libro; dopo trenta pagine abbiamo smesso di leggerla, come succede con le clausole dei contratti.
Resta Gould, e qui Bernhard fa una cosa sfacciata. Prende un uomo reale, morto da pochi mesi, e lo falsifica in punti che chiunque poteva controllare: nel romanzo studia a Salisburgo con Horowitz, che non ha mai insegnato; non scrive, mentre il Gould vero ha scritto per tutta la vita; muore d’ictus a cinquantun anni, seduto al pianoforte, mentre è morto in ospedale il 4 ottobre 1982, nove giorni dopo i cinquant’anni, e non stava suonando niente. Qui i ritratti non sono affidabili. Se il narratore sbaglia così su un uomo pubblico, che cosa dobbiamo pensare del ritratto di un uomo privato, le cui carte sono state bruciate? Dove la finzione romanzesca e dove la realtà?
Nel romanzo Wertheimer si impicca a cinquantun anni. Gould, quando muore, ne ha altrettanti. Il perfetto e il fallito hanno la stessa data di scadenza. I soccombenti sono due. La differenza non sta nel talento. A uno dei due, un pomeriggio d’estate, qualcuno ha dato un nome. Wertheimer aveva una parola addosso, e tutto ciò che è accaduto dopo ha potuto essere letto come una conferma. Gould non l’aveva: la stessa rovina, nel suo caso, si è chiamata genio.
Thomas Bernhard (Heerlen, 1931 – Gmunden, 1989) è stato uno scrittore e drammaturgo austriaco, tra le voci decisive della letteratura europea del secondo dopoguerra. Dopo gli studi di recitazione e drammaturgia al Mozarteum di Salisburgo, esordì nella poesia e raggiunse la notorietà con Gelo nel 1963. Romanzi come Perturbamento, Correzione, Il soccombente, Antichi Maestri ed Estinzione, insieme a un teatro spesso scandaloso, compongono un’opera fatta di monologhi ossessivi, comicità nera e critica feroce dell’Austria, delle sue rimozioni e delle sue istituzioni.
Edizione di riferimento: Thomas Bernhard, Il soccombente (Der Untergeher, 1983), traduzione di Renata Colorni, Milano, Adelphi, «gli Adelphi» n. 158, 1999, 20ª edizione, 167 pp., ISBN 978-88-459-1493-5.





