Quattro note di basso. O cinque, a seconda di come il trascrittore ha sciolto, secoli dopo, l’ambiguità del manoscritto. Un giro armonico che non si risolve mai: collassa su se stesso per riavvolgersi e ripartire. Un loop, insomma: concepito tre secoli e mezzo prima dei campionatori Roland e della cassa dritta della techno, quando la mente umana aveva già codificato la prigione del tempo circolare.
Nella Passacaglia della vita si entra come in una stanza che qualcuno ha chiuso a chiave dall’esterno. Il brano poggia su una pulsazione che recluta il sistema muscolare prima ancora di arrivare all’intelletto: è una danza. E sopra la danza una voce [angelica o da osteria, non fa differenza] canta un concetto di una banalità così assoluta da risultare disarmante: bisogna morire. Non “si morirà”, futuro confortevolmente astratto; non “siamo mortali”, constatazione da seminario. Bisogna: un imperativo strutturale, senza appello.
Eppure si ascolta la condanna e il piede comincia a battere in levare. Il tre quarti [tempo della Trinità e del valzer] inietta endorfine nel sistema nervoso. Ed è qui, nell’attrito tettonico tra un testo che incenerisce ogni speranza e una griglia armonica che obbliga i muscoli alla festa, che il brano smette di essere un reperto da conservatorio e diventa un sintomo culturale. Perché una melodia che ci ricorda con sadica puntualità la nostra scadenza, invece di paralizzarci, ci spinge a ballare?
Pasar la calle

La storiografia descrive la passacaglia come “variazione continua su basso ostinato, in tempo ternario, di carattere grave e solenne”. Un’autopsia: cattura tutto tranne il sudore. L’etimologia, come spesso accade con la roba seria, parla più chiaro dei manuali: pasar la calle, passare la strada. La passacaglia non nasce nei salotti incipriati; nasce nel fango della Spagna di primo Seicento, ritornello sguaiato da chitarristi girovaghi, reputazione torbida che l’aristocrazia guardava con ribrezzo e invidia. Solo dopo, gentrificata, ripulita e rallentata, entra nelle corti francesi e acquista la maestosità che Frescobaldi nobiliterà in teoria. Ma il DNA di strada resta acquattato nella struttura.
Perché il basso ostinato non è un “accompagnamento”: è una gabbia. Ripete lo stesso modulo, volta dopo volta, con un’ottusità quasi sadica. La musica occidentale è costruita quasi tutta sul viaggio dell’eroe armonico: si parte dalla tonica, si esplora l’ignoto delle modulazioni, si torna a casa cambiati. La passacaglia se ne infischia: giri in tondo, dentro la rappresentazione sonora di un orologio che ticchetta verso il vuoto. Non a caso i compositori l’hanno impugnata ogni volta che serviva un’ineluttabilità cosmica [Bach nella Passacaglia e fuga in do minore; Šostakovič nell’ottava sinfonia, nel tritacarne del 1943; Britten nella Passacaglia del Peter Grimes] e il messaggio è sempre lo stesso: non hai scampo.
Su questo telaio si innesca la magia nera della Passacaglia della vita, che la storiografia, col suo commovente bisogno di etichette autoriali, attribuisce a Stefano Landi. L’attribuzione è un abbaglio, nato da un disco monografico del 2002: il compositore è anonimo. Una voce collettiva che ha messo in rima il terrore di un’epoca. Il brano compare a Milano nel 1657, nelle Canzonette spirituali, e morali, che si cantano nell’Oratorio di Chiavenna. I padri filippini sapevano cosa stavano facendo: il contrafactum [incollare un testo morale su una melodia profana popolarissima] prende l’istinto più incontrollabile, il bisogno fisico di muovere il corpo, e lo infetta con l’escatologia. Ti faccio ballare l’aria che strimpelli in taverna, e intanto ti costringo a cantare la tua decomposizione. Un memento mori travestito da hit estiva.

L’inventario della carogna
Il testo non usa la retorica delle encicliche; usa il ritmo della filastrocca macabra. O come t’inganni / se pensi che gli anni / non hann’da finire / bisogna morire. Così, a freddo, un colpo d’ascia alla prima strofa: sei vivo, credi di avere tempo, ti sbagli. Poi la demolizione delle arti: Si more cantando / si more sonando… / si more danzando / bevendo, mangiando; / con quella carogna / morire bisogna. Gettare la parola carogna [il cadavere animale, la carne brulicante] in mezzo a verbi festosi è uno shock semantico incalcolabile: il sublime e il putrido convivono sugli stessi battiti. Chi balla si porta addosso, come un abito attillato, il proprio futuro cadavere.
Ma l’abisso vero sta nella strofa della medicina: Non val medicina / non giova la China / non si può guarire / bisogna morire. Per misurare la violenza del verso bisogna ricordare cos’era la china. L’Italia del Seicento era falcidiata dalle febbri malariche, che mietevano papi e braccianti; poi i gesuiti, osservando in Perù le cure degli indios, importano a Roma la corteccia di Cinchona. La “polvere dei gesuiti” è la prima profilassi antimalarica funzionante della storia. E l’anonimo la infila nell’elenco dei fallimenti. Puoi importare miracoli botanici dal Nuovo Mondo, puoi curare la febbre: stai solo guadagnando qualche battuta dentro il loop, mentre il basso continua a girare sotto i tuoi piedi.
La rassegnazione ha un corrispettivo visivo esatto: il Trionfo della Morte che Buffalmacco affrescò nel Camposanto di Pisa verso il 1336-41. Da una parte la Morte vola con la falce sopra mucchi di cadaveri: il basso ostinato, inarrestabile e uguale a se stesso. Dall’altra, in un giardino di aranci, una brigata di giovani in broccato suona salteri e liuti mentre l’annientamento plana dritto verso di loro. È un esorcismo ritmico. Destinato, ci avverte il pittore, a crollare.

Il gesto critico al cospetto del niente
Vabbè, ma ora stiamo stendendo una sovrastruttura pomposa su un motivetto di quattro battute [etimologie spagnole, farmacopea gesuitica, affreschi trecenteschi] rifugiandoci nell’illusione accademica che spiegare una cosa equivalga a disinnescarla. Peccato che questa canzone è stata progettata per deridere proprio questa presunzione. Una strofa, verso la fine, suona come una sentenza contro il pensiero stesso: Dottrina che giova / parola non trova / che plachi l’ardire / bisogna morire. Nessun saggio possiede le parole per neutralizzare l’ansia dell’estinzione. Scriverne è un altro modo di suonare il salterio mentre la falce si avvicina. Il pezzo non concede sconti ai filosofi rispetto agli zappatori: se non pensi alla tua finitudine, avverte, hai persi li sensi, sei morto. Solo accettando questa umiliazione si torna ad ascoltare il battito per quello che è.
Esorcismo elettronico
Per decenni la partitura è rimasta nella tomba della filologia. Poi qualcosa si è rotto. A inizio millennio le incisioni telluriche dell’Arpeggiata di Christina Pluhar, con la voce sciamanica di Marco Beasley, l’hanno fatta evadere dalla nicchia: milioni di visualizzazioni, una hit postuma. Beasley non canta da tenore scaligero: canta sporco, rauco, quasi parlato, restituendo al pezzo la sua dignità bassa di canzone da strada. Chi canta non predica da un pulpito: ti è seduto accanto in taverna, ubriaco e sorridente, sapendo che tra poco l’oste verrà a chiedere il conto. E il conto, salatissimo, è la vita.
Il contagio non si è fermato lì: sono arrivati i remix deep house, l’ostinato fagocitato e risputato a 130 bpm da produttori che [senza aver mai sfogliato mezza pagina di prassi esecutiva] hanno intuito che la passacaglia è il precursore genetico del loop elettronico. E il motivo per cui si incastra così bene nel clubbing non sta nella teoria musicale ma nella neurologia della ripetizione: quando un beat martella senza risoluzione né catarsi, l’Ego [quella componente faticosissima deputata al controllo nevrotico e all’ansia del futuro] si satura e si spegne. Trance: il tempo lineare abolito. Nella pista alle quattro del mattino, esattamente come nell’Oratorio di Chiavenna, non esiste un “dopo”: esiste solo il battito. Il loop offre un rifugio paradossale: ti rinchiude in un recinto strettissimo per liberarti dall’orrore del domani. Ballare dentro un recinto che ti ricorda che non hai vie d’uscita è l’unico modo praticabile per non pensare all’assenza di vie d’uscita.
Il basso immortale, la carne no
Qui il cerchio si chiude. Il genio del brano sta in un’inversione di polarità della paura: dentro l’arena del modulo circolare si scontrano, ad armi impari, l’immortalità astratta del basso [che suonerà per sempre, intoccabile dal decadimento cellulare] e la mortalità umida della carne. Gli interpreti cadranno uno a uno: il chitarrista vagabondo che inventò il pasacalle, l’aristocratico di Buffalmacco col suo liuto, Beasley, i dj, e noi che ne scriviamo o leggiamo adesso… i giovani, i putti, e gl’huomini tutti: nessuna eccezione alla dogana della biologia.
Ma nel momento esatto in cui il corpo sudato entra nel loop e sceglie di suonare insieme alla morte anziché contro, l’angoscia collassa, e al suo posto subentra un’adesione furiosa alla fragilità del presente. Proprio perché il gioire è breve, l’istante in cui si batte il piede assume un valore incandescente: senza il limite del basso, la melodia vagherebbe all’infinito e non significherebbe niente. La passacaglia, del resto, si spegne sempre per esaurimento: si svuota di voci, chitarrini e tamburi finché resta scoperto, nudo, soltanto lui, il basso, che compie gli ultimi giri ticchettando verso il nulla, un silenzio che non sorprende nessuno, perché era una promessa stipulata fin dalla prima battuta. Eppure, mentre l’ultima corda si estingue nell’aria viziata di un club o di un oratorio secentesco, ci si accorge di aver respirato a pieni polmoni, di essere stati per quei quattro o dieci minuti di loop, fieramente, rumorosamente vivi. Contro l’indifferenza del tempo, della malattia, del chinino inefficace e dell’entropia, questo schiaffo tirato in faccia all’abisso è il solo trionfo a cui ci sia concesso aspirare.
Ascolti Consigliati
Franco Battiato: Passacaglia – Rilettura pop/metafisica, da Apriti Sesamo. Non è una versione filologica: è Battiato che si appropria del materiale e lo porta nel suo lessico tardo, fra Sgalambro, morte e disciplina spirituale.
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=VZg1ENJMHcA
Spotify: https://open.spotify.com/intl-it/track/6zzpJoPoD2EtWKDTj55qm4
Angelo Branduardi: Passacaglia della vita -Versione “di mezzo”: antica, popolare, cantautorale, molto Branduardi. Sta in Futuro Antico VI – Roma e la festa di San Giovanni, con Ensemble Scintille di Musica diretto da Francesca Torelli.
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=vDsZ0OmZKHk
Spotify: https://open.spotify.com/intl-it/track/2WOFpCb9xIwJ3ALdrH9QRk
L’Arpeggiata / Christina Pluhar / Marco Beasley: Homo fugit velut umbra – La versione diventata quasi “canonica” per il pubblico contemporaneo: sporca, fisica, teatrale, con quel Beasley da predicatore di taverna.
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=3nOxwGImUkw
Spotify: https://open.spotify.com/track/6HlgWGTW11mf3SDmIGqzss
Ed Lyon / Elizabeth Kenny / Theatre of the Ayre: Passacaglia della vita – Più raccolta, asciutta, elegante. Meno “tarantella macabra”, più camera secentesca: molto bella per sentire il pezzo senza l’effetto tellurico di Beasley/Pluhar.
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=qdj8FvcXywU
Spotify: https://open.spotify.com/track/0J7ulf7pzNKGLtzH48cwXV
Birds on a Wire: Passacaglia della vita – Rosemary Standley e Dom La Nena asciugano il pezzo fino a farne quasi una ninna nanna funebre. Meno taverna, meno carne, più fantasma: la passacaglia diventa una voce fragile che canta sull’orlo del silenzio.
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=sOXEEjhoXVk
Spotify: https://open.spotify.com/intl-it/track/2WKernCviRywrlw6Op79yX
Capella de la Torre / Katharina Bäuml: Passacaglia della vita / nella vita – Per chi vuole risentire il brano più vicino alla sua temperatura antica: strumenti storici, passo controllato, teatralità meno sanguigna. Una versione utile per capire quanto fosse sottile l’equilibrio originario tra devozione, danza e ammonimento morale.
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=VpPk935E7Gc
Spotify: https://open.spotify.com/track/7fsJ5G32Nat4Y4X8H5JzUR
Passacaglia della Vita: Hostox Reinterpretation – Qui il basso ostinato entra apertamente nel territorio del loop elettronico. Non è filologia: è possessione ritmica. La morte barocca viene risucchiata dentro una pulsazione contemporanea, dimostrando quanto poco separi una passacaglia da una pista da ballo.
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=h4T-XUGyCbg
Pierre Baillot, Sébastien Fournier: Passacaglia della vita remix – Una rilettura esplicitamente elettronica, a metà fra medioevo immaginario e club contemporaneo. Da ascoltare come prova estrema della tesi: il basso ostinato non appartiene solo agli archivi, ma anche alla logica ipnotica del dancefloor.
Link: https://www.rfi-instrumental.com/en/album/passacaglia-della-vita-remix




