La musica dei The Orb e i ricordi che possiamo abitare
Ci sono dischi che ci fanno rimpiangere posti nei quali non siamo mai stati. I The Orb, gruppo britannico di musica elettronica nato nel 1988 attorno al DJ Alex Paterson e al musicista Jimmy Cauty, hanno un talento particolare per queste nostalgie senza domicilio. In Little Fluffy Clouds, singolo del 1990 poi incluso nel loro album d’esordio, The Orb’s Adventures Beyond the Ultraworld del 1991, una donna racconta i cieli della propria infanzia in Arizona. Parla di nuvole, colori e tramonti. Mentre una base ritmica continua a muoversi sotto le sue parole, il ricordo diventa qualcosa a cui possiamo affezionarci. Nessuno ci ha chiesto se in Arizona siamo mai stati.

Quel suono nasce nell’Inghilterra dei club di fine anni Ottanta e prende il nome di ambient house. La house è musica elettronica da ballo, fondata su una pulsazione regolare; l’ambient lavora su atmosfere e suoni nei quali l’attenzione può indugiare senza dover inseguire una melodia. I The Orb mettono in comunicazione queste due possibilità. Il ritmo convive con frammenti di conversazioni, registrazioni e musica altrui: materiali raccolti e rimontati che possono suggerire un paesaggio. Ci si può fermare ad ascoltare una voce mentre il ritmo prosegue.
La donna di Little Fluffy Clouds è Rickie Lee Jones, cantautrice americana già nota per Chuck E’s in Love. Qui compare la sua voce parlata, prelevata da un’intervista. Campionare significa prendere un tratto di una registrazione e usarlo per un’altra composizione. Paterson lavora al brano con il produttore Youth; tra i frammenti scelti c’è anche la chitarra di Pat Metheny in Electric Counterpoint, un’opera del compositore Steve Reich. Una conversazione e una pagina di musica contemporanea si ritrovano così dentro un disco da ballo. La loro parentela viene costruita al tavolo di montaggio.

Il brano riesce a conservare nella voce il carattere di un racconto, dandole insieme una funzione musicale. Le parole tornano; chi ascolta può aspettarle come aspetterebbe un ritornello, anche senza capire ogni frase inglese. Quei cieli appartengono a qualcuno e intanto offrono spazio alla nostra immaginazione. La ripetizione ci rende familiare la voce molto prima che ci venga voglia di sapere chi stia parlando. Chiamarlo collage descrive la tecnica. Spiega meno bene perché, fra tanti ritagli, si possa trovare un posto nel quale tornare.
Per capire da dove arrivi questa musica bisogna entrare in una stanza accanto alla pista. Nel 1989 Paterson e Cauty lavorano al Land of Oz, la serata organizzata dal DJ Paul Oakenfold al club londinese Heaven. Il critico musicale David Toop, che ricostruisce quell’ambiente in Ocean of Sound, li descrive mentre sovrappongono dischi e nastri, aggiungono effetti, tengono il volume abbastanza basso da consentire la conversazione. È uno spazio di chill-out: ci si può fermare, riprendere fiato, ascoltare senza continuare a rispondere all’ordine del ritmo. La musica cambia funzione a pochi passi dalla sala da ballo.
Paterson arriva a questa pratica da ascoltatore e selezionatore di dischi. Nella biografia scritta con il giornalista Kris Needs, Babble On An’ Ting, il lavoro dei The Orb passa per cassette scambiate, prove e collaboratori che portano ciascuno una competenza. Quel cielo richiede un lavoro paziente sui frammenti e sullo spazio da lasciare intorno. Il virtuosismo del musicista può consistere nel riconoscere una possibilità in ciò che qualcun altro ha già registrato.
Sarebbe comodo trasformare la stanza di Heaven in una piccola utopia: tutti accolti, tutti finalmente liberi di ascoltare come vogliono. Toop, però, conserva un dettaglio meno vaporoso. Si entrava con un pass VIP. Anche i DJ vi trovavano un luogo in cui parlare del proprio lavoro. Il cosmo aveva un elenco degli ammessi. Quella libertà d’ascolto era concreta e circoscritta; attribuirle da sola il potere di abolire le distanze sociali significa dimenticare chi era rimasto fuori.
Il disco permette invece a quella pratica di uscire dalla stanza. Quando The Orb’s Adventures Beyond the Ultraworld arriva nelle case, il rapporto con la musica può cambiare ancora: si può seguirne il percorso oppure ascoltarlo mentre si fa altro. Paterson racconta di aver voluto due vinili, ciascuno con un lato ambient, perché un DJ potesse sovrapporli; Youth ricorda un insieme pensato con la progressione di un film. La continuità dell’ascolto e la possibilità di intervenire sul materiale stanno nello stesso oggetto.
È una buona ragione per accostarsi all’album intero dopo il singolo. Le nuvole funzionano anche da sole, ma nel disco entrano in una forma più ampia, costruita attraverso i passaggi fra materiali diversi. L’interesse dei The Orb sta nel farci cambiare distanza da ciò che sentiamo: una voce può imporsi all’attenzione e poi tornare parte dell’ambiente. La musica tollera che ci distraiamo. Quando torniamo, non occorre recuperare una trama perduta; possiamo fermarci su un dettaglio che prima era rimasto ai margini.
Questa ospitalità ha un limite che riguarda proprio la voce di Jones. Una persona può diventare un colore piacevole nel nostro paesaggio, finché smettiamo di sentirla come una persona. Sapere il suo nome aiuta; ascoltare anche le sue canzoni allarga l’incontro. Resta una distanza fra riconoscere una voce e conoscere chi parla. Il piacere del montaggio, inoltre, non risponde da solo alla domanda sul consenso al riuso. L’affetto che proviamo per quelle nuvole non ci autorizza a completare la biografia della cantante con ciò che ci piacerebbe fosse vero.
Il brano ci lascia così un ricordo nostro, ma diverso da quello che racconta. Non abbiamo vissuto l’infanzia di Jones; abbiamo vissuto un incontro con il suo racconto. Possiamo ricordare il momento in cui quelle parole ci hanno raggiunto, il luogo in cui le abbiamo ascoltate, la persona che ci ha fatto conoscere il disco. L’esperienza altrui entra nella nostra senza che le due diventino intercambiabili. È anche questo che rende interessante una musica costruita con registrazioni precedenti: il passato può ancora dare luogo a incontri che non erano previsti.
E quando tornano quei cieli dell’Arizona, possiamo riconoscerli come si riconosce una finestra illuminata lungo una strada percorsa molte volte. Il fatto che ci sia cara non significa che la casa sia nostra. Nessuno ci ha affidato le chiavi. Basta sapere che possiamo passarci davanti ancora.
Biografie
The Orb e Alex Paterson. The Orb è un progetto britannico di musica elettronica avviato nel 1988 da Alex Paterson con Jimmy Cauty. Paterson, DJ e selezionatore di dischi, ne ha mantenuto la guida attraverso collaborazioni e formazioni diverse. Il debutto The Orb’s Adventures Beyond the Ultraworld (1991) combina musica da ballo, atmosfere ambient e frammenti registrati. Nella sua realizzazione lavorano, fra gli altri, il produttore Youth e il tecnico del suono Kris Weston. Il gruppo prende forma attraverso questo scambio di registrazioni e competenze.
Ascolti
The Orb — Little Fluffy Clouds. Registrazione dell’album, sul canale ufficiale dell’artista, distribuita da Universal. Seguire il ritorno delle parole di Jones e il loro rapporto con la base musicale.
Rickie Lee Jones — Chuck E’s in Love. Dal debutto del 1979, sul canale ufficiale dell’artista. Un incontro con Jones nelle sue canzoni, dopo averla conosciuta attraverso il racconto campionato dai The Orb.


