Il primo gennaio 2023, con un messaggio asciutto sui social, Shabaka Hutchings [londinese, classe 1984, cresciuto alle Barbados, leader incendiario di Sons of Kemet, The Comet Is Coming e Shabaka and the Ancestors] comunica al mondo che entro la fine dell’anno riporrà il sassofono tenore nella sua custodia. Non una pausa. Non un esaurimento. Una decisione lucida, pianificata, eseguita in pubblica piazza con dodici mesi di preavviso, come un’esecuzione capitale annunciata sul calendario.
Per quasi un decennio quell’ancia è stata il motore di una rinascita culturale: il jazz londinese che improvvisamente smette di essere roba da club per intenditori e diventa musica da festival, da ballare, da urlare. Un suono iper-muscolare, alimentato dalla respirazione circolare (immagazzinare aria nelle guance, soffiare nello strumento mentre si inala dal naso, e via così per minuti, senza mai concedere all’ascoltatore il sollievo di una pausa). Un muro continuo, sudato, percussivo. La domanda che l’industria si è posta è stata, prevedibilmente, la più banale: perché fermarsi quando sei in cima? Siamo ossessionati dalla cima. Quando un virtuoso sceglie il silenzio, è codardia o resistenza?
I due concerti londinesi che hanno chiuso quell’epoca sono stati, di fatto, due funerali ad altissima intensità emotiva. Giovedì 7 dicembre 2023, all’ICA, un tributo a Pharoah Sanders (con brani come “Village of the Pharoahs” e “Love Is Everywhere”). Venerdì 8 dicembre, alla Hackney Church gremita, una rilettura integrale di A Love Supreme di Coltrane. Sapere che la fine è imminente impone all’ascolto un livello di concentrazione che rasenta la trance. La riproducibilità tecnica aveva ucciso l’unicità dell’evento; la certezza della fine la resuscita.
Dalla macchina di ottone al pezzo di bambù
Il sassofono, brevettato da Adolphe Sax nel 1846, è un trionfo dell’ingegneria industriale occidentale: chiavi, molle, cuscinetti di pelle, ottone, viti, leve. Una macchina pensata per una funzione bellica: proiettare il suono, sovrastare le bande militari, tagliare l’aria. Un’arma di affermazione di massa.
Lo shakuhachi giapponese, al contrario, non è quasi nemmeno uno strumento costruito: è un pezzo di bambù forato cinque volte. Tutto qui. Nel sassofono c’è un’ancia che vibra appena ci soffi dentro. Nello shakuhachi non c’è alcun riparo: produrre un suono che non sia un sibilo deludente richiede un’imboccatura millimetrica, e la minima incertezza nella pressione delle labbra fa svanire la nota. È uno strumento che umilia. Mesi di lezioni passati a soffiare a vuoto sono la norma per un principiante.

L’abbandono dell’ottone per il bambù è il rifiuto della meccanica in favore della biologia. Sul sax, un virtuoso può nascondersi dietro la velocità, il timbro, l’effettistica. Sullo shakuhachi, no. Il virtuoso si ritrova nudo. Aggiungete che, per ragioni anatomiche, il flauto giapponese esige il respiro spezzato [il musicista deve fermarsi per inalare] e capirete come una limitazione fisica ineludibile diventi una scelta filosofica: il respiro come metrica fondante della composizione.
Decentrare la propria bussola estetica verso strumenti indigeni (lo shakuhachi, la quena sudamericana, il pifano brasiliano, i flauti drone di Teotihuacan) significa anche, di fatto, una decolonizzazione che non si ferma alla cosmesi della rappresentanza ma penetra fino allo scheletro fonetico della musica. Il dibattito sulla decolonizzazione delle arti, negli ultimi anni, si è troppo spesso accontentato di cambiare le facce nei consigli di amministrazione lasciando intatta l’infrastruttura sonora. Qui, finalmente, si tocca la grammatica.

Lo spazio negativo, ovvero il ma
Se c’è un tratto patologico della musica occidentale contemporanea (accademica o pop, fa lo stesso) è il terrore del vuoto. Horror vacui. Il silenzio come errore di sistema, “dead air”, calo di tensione da saturare con compressioni dinamiche, charleston trappati, delay infiniti. La tradizione estetica giapponese ribalta tutto: il silenzio è sostanza tattile, materica, definita dal concetto di ma. Spazio, pausa, vuoto. Come in pittura lo spazio negativo definisce la forma, così in musica il ma è il respiro tra una nota e l’altra. È lì che si accumula la tensione vera.
Smettere davvero di suonare, lasciare che il ma diventi protagonista, richiede una potatura dell’ego che pochi virtuosi sono disposti a sopportare. I monaci zen Komusō, che vagavano per il Giappone Edo praticando la meditazione sonora con lo shakuhachi (suizen), indossavano enormi cesti di vimini [i tengai] che coprivano completamente il volto, a simboleggiare la cancellazione dell’individuo. Riporre il sassofono dorato che ti ha forgiato l’identità pubblica, i poster, i passaggi televisivi, è la versione contemporanea del tengai: smettere di essere il frontman al centro del palco per diventare un canale poroso attraverso cui soffia il vento.
Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace
Il precipitato discografico di tutto questo si chiama Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace, primo album da solista pubblicato da Impulse! il 12 aprile 2024 (sotto il nome semplice di “Shabaka”, senza cognome). Riesce nell’impresa quasi impossibile di schivare l’esoterismo da centro benessere [il rischio mortale di chiunque approcci i flauti indigeni nel ventunesimo secolo] costruendo un’architettura ambientale attraversata da una tensione vivissima.
Le sessioni si sono svolte negli studi di Rudy Van Gelder a Englewood Cliffs, New Jersey: il sancta sanctorum dove è stata scolpita l’identità sonora della Blue Note e di Impulse! (l’etichetta di Coltrane, e oggi sua). La rivoluzione vera, però, è nell’imperativo che Shabaka ha imposto in sala: nessuna cuffia. I musicisti sono stati costretti a suonare nella stessa stanza affidandosi al solo udito fisiologico. La cuffia in studio è la grande bugia rassicurante della musica contemporanea: isola, inietta nel cranio un mix asettico, permette al batterista di picchiare come un fabbro sapendo che il fonico spingerà in alto i fader del flauto. Toglierle significa che se il batterista suona un decibel di troppo, il flauto sparisce. Costringe tutti a una sottomissione democratica al volume dello strumento più debole. Il deep listening come prassi di registrazione.

Ne escono incontri rarefatti: Moses Sumney che danza in falsetto con un flauto in Insecurities senza mai sovrastarlo; Saul Williams che in Managing My Breath, What Fear Had Become depone una poesia spoken word baritonale su un’intelaiatura che non gli chiede di urlare; Lianne La Havas che fluttua incorporea in Kiss Me Before I Forget. Il vertice simbolico è I’ll Do Whatever You Want: Shabaka allo shakuhachi e André 3000 [l’MC degli Outkast che ha piantato in asso le aspettative platinate dell’hip-hop per dedicarsi anche lui ai flauti] al flauto drone precolombiano di Teotihuacan. Due disertori eccellenti, due profughi della pressione mainstream, che si riconoscono.
Uccidere la propria identità pubblica per preservare la brace dell’identità interiore è il gesto in cui si fondono la suprema arroganza (pretendere che il mondo ti segua in un territorio aspro, privo delle scorciatoie ritmiche che ti hanno reso vendibile) e la suprema umiltà (accettare che il pubblico abituato al groove dei festival possa voltarti le spalle). L’arte, ci ricorda Shabaka, non è obbligo di produzione né fornitura continua di contenuti per le piattaforme. È, prima di tutto, un processo accidentato di ricerca della verità. Anche quando porta in un vicolo cieco commerciale.
Il passaggio dall’esplosione cosmica all’interiorità cellulare, dall’ottone implacabile al bambù scalfito, dall’imperialismo egemonico del volume alla fragile diplomazia del respiro umano spezzato, ci impartisce una lezione spietata: l’arte non è, e non deve mai essere, un obbligo di produzione o una fornitura continua di contenuti per le piattaforme. È, prima di tutto, un processo accidentato di ricerca della verità. Accettare il silenzio, accarezzare lo spazio negativo del ma, fare consapevolmente un lungo passo indietro nell’ombra per indossare il cesto della non-identità, e mettersi in ascolto del vento che si infrange, incerto, contro il bordo tagliente di una canna.

Shabaka Hutchings (Londra, 1984), oggi noto semplicemente come Shabaka, è cresciuto alle Barbados (terra d’origine della madre) prima di tornare a Londra per studiare clarinetto, suo primo strumento. È stato negli anni Dieci e Venti uno dei volti più riconoscibili del nuovo jazz britannico, alla guida o in formazione con Sons of Kemet (sciolti nel 2022), The Comet Is Coming (in pausa indefinita dal 2023) e Shabaka and the Ancestors. Tre nomination al Mercury Prize, una mole di collaborazioni internazionali, e poi il salto: dal sax tenore al clarinetto, al flauto, e soprattutto allo shakuhachi giapponese, su cui si sta affermando come uno dei rari interpreti occidentali presi sul serio.
Ascolti consigliati
Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace (Impulse!, 2024), Shabaka – Il disco di cui parliamo nell’articolo: https://open.spotify.com/album/6vIwPo3D1kZ3ZmlR1fyjm7
Shabaka Hutchings — Worldwide FM Session 2019 – Shabaka con la sassofonista e compositrice Nubya Garcia e con Eddie Hick, percussionista dei Sons Of Kemet. Una carrellata dal jazz londinese alla tradizione africana: https://www.youtube.com/live/8e7eBJyBdNY
Afrikan Culture EP (Impulse!, 2022), Shabaka – La cerniera, il momento in cui la transizione si annuncia
Black to the Future (Impulse!, 2021), Sons of Kemet – L’ultimo grande disco da sassofonista di Shabaka prima di dedicarsi ai flauti
My Queen Is Harriet Tubman – Uno dei brani più significativi dell’album Your Queen Is a Reptile, qui eseguito dai Sons of Kemet in versione live nel 2019 a Glastonbury: doppio tamburo, tuba, e Shabaka in piena forma al centro del palco: https://www.youtube.com/watch?v=XrbIbRnELzM
Hyper-Dimensional Expansion Beam (Impulse!, 2022), The Comet Is Coming – La band nell’ultimo album prima dello scioglimento, in versione elettronico-psichedelica
New Blue Sun (Epic, 2023), André 3000 – Dopo 17 anni senza pubblicazioni l’ex rapper fa il suo debutto solistico con un album strumentale dedicato ai flauti. Compagno ideale di ascolto
Promises (Luaka Bop, 2021), Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra – Per capire il filo che lega Shabaka a Sanders
A Love Supreme (Impulse!, 1965), John Coltrane – Inevitabile. Il monolite di cui Shabaka ha eseguito la versione di addio
Of The Earth (2026) – L’ultimissimo album di Shabaka, che torna al sax con un riuscito mix di avant-spiritual jazz, afrobeat ed elettronica: https://open.spotify.com/album/1WLCmU6lTy0OqC1ALX4wfJ
