Davvero ritorna il nucleare in Italia? É vero che il posto più favorevole per le nuove centrali è lungo il Po, perché le centrali hanno bisogno di abbondanza d’acqua per raffreddarsi, come ai tempi della centrale di Caorso? Davvero il “nuovo” sarà diverso dalle centrali del secolo scorso? Sarà sicuro, piccolo e “modulabile”, come promette la maggioranza? Un generico disegno di legge del Governo intanto è passato alla camera e ora attende l’approvazione del Senato.
Si è fatta sentire la voce del più autorevole dei nostri fisici, il premio nobel Giorgio Parisi: Il nucleare “può essere un’opportunità se si pensa ai reattori di quarta generazione, ma di questi abbiamo soltanto dei prototipi e non abbiamo un’idea precisa di quando saranno disponibili e di quanto possano costare, né se funzioneranno” ma “quanto ai mini-reattori, i cosiddetti reattori modulari, li conosciamo meglio perché si basano sostanzialmente sulla tecnologia di terza generazione, ma il problema c’è e sono i costi: questi impianti sono troppo cari e, quindi, oggi non li vedo come una soluzione alternativa”.
Davvero non comprendiamo come si voglia tornare a parlare di centrali nucleari, nonostante gli enormi ritardi (anche vent’anni) nei tempi di costruzione delle ultime centrali in Europa, e nonostante i costi crescenti e la catena di fallimenti delle grandi imprese specializzate nella produzione delle centrali e nel ciclo dell’uranio. Le società statali francesi Areva ed Edf si sono ritirate dalla borsa e sono state salvate dal governo, che ha sborsato decine di miliardi per evitare la bancarotta. Negli Usa fallisce a fine 2022 la NuScale, la prima società per la realizzazione di reattori modulabile (SMR) dopo che i costi del primo reattore autorizzato sono cresciuti da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari per appena 77 MW: a parità di potenza sarebbe costato il triplo dei reattori francesi. Il 29 ottobre 2024 ha portato i libri in tribunale un’altra azienda Usa del “nuovo nucleare”, la Ultra Safe Nuclear Corporation, società che stava sviluppando i Micro Modular Reactor o MMR, sistemi nucleari da 1,5-15 MW che Governo italiano e Confindustria ipotizzavano di localizzare addirittura all’interno degli insediamenti industriali del nostro paese. Ora il governo promuove l’americana Newcleo (ma non dovevamo puntare all’indipendenza energetica?), che promette moduli da 200 MW generati da gruppi di 4 reattori affiancati (negli USA saranno in funzione non prima del 2032), con tecnologie di nucleare di terza generazione – la “vecchia” fissione nucleare dell’uranio che produce le stesse scorie e rifiuti radioattivi di lunga vita -.
Ma se fosse vero che ora il nucleare non fa più paura, come mai l’Italia non ha ancora terminato la bonifica del sito di Caorso a 36 anni dalla sua chiusura? E come mai la società di stato Sogim non ha ancora individuato il sito dove costruire il deposito per le scorie radioattive ad attività medio/bassa, nonostante i 20 miliardi già prelevati dalle bollette elettriche pagate dagli italiani? E per le scorie ad alta attività (l’uranio e il plutonio), dove le metteremo?
Quando gli si chiede dove sorgerà la prima “nuova” centrale nucleare italiana il ministro della “sicurezza energetica” Picchetto Frattin preferisce svicolare, proponendo che i primi prototipi di reattori SMR servano alla propulsione delle navi (che, con i costi preventivati, saranno certamente navi militari). Purtroppo, niente di nuovo. Dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, le prime applicazioni nucleari furono infatti utilizzate per la propulsione di sommergibili e portaerei della US Army. Dopo le guerre in Ucraina (che hanno coinvolto le centrali nucleari di Zaporizhzhia e di Cernobyl) e in Iran (con i bombardamenti dei siti nucleari), siamo così sicuri che il confine tra nucleare di pace e di guerra sia ancora così netto?




