Partiamo da una premessa onesta. Curzio Malaparte [il cui vero nome era Kurt Erich Suckert, che già di suo suona come il personaggio di un romanzo che nessuno oserebbe scrivere] è il tipo di autore che rende nervosi tutti. I fascisti perché li tradì, gli antifascisti perché ci mise troppo a tradirli, i cattolici perché si convertì in punto di morte con un tempismo che puzza di calcolo, i comunisti perché lasciò la sua villa di Capri al Partito Comunista Cinese (sì: cinese) e i critici letterari perché, nonostante tutto questo circo biografico, scrisse almeno due libri, Kaputt e La pelle, che sono tra le cose più disturbanti prodotte dalla letteratura europea del Novecento.
La pelle, pubblicato nel 1949, è il secondo di questi due libri. Doveva chiamarsi La peste, ma Albert Camus gli soffiò il titolo due anni prima, nel 1947, e Malaparte dovette ripiegare. Fu un ripiego fortunato, a dire il vero, perché La pelle è un titolo più preciso: racconta esattamente di quello, della pelle, dell’epidermide come ultimo confine dell’umano, della carne come unica moneta di scambio rimasta quando tutto il resto [dignità, ideali, amor patrio, l’intera sovrastruttura della civiltà occidentale] è evaporato.
Siamo a Napoli, ottobre 1943. La città è appena stata “liberata” dagli Alleati, e quelle virgolette sono il vero motore del romanzo. Malaparte, ufficiale di collegamento tra l’esercito italiano e le forze americane, passeggia per le strade del disastro in compagnia del colonnello Jack Hamilton, un americano talmente buono, talmente pulito, talmente convinto della rettitudine della propria missione civilizzatrice da risultare quasi commovente nella sua cecità. Hamilton è il tipo di persona che crede con ogni fibra del suo cuore di ragazzo dell’Ohio che la democrazia si possa esportare come le scatolette di Spam. Malaparte lo prende per mano e lo trascina, con una cortesia da perfetto padrone di casa, dritto nell’inferno.
Ecco, l’inferno. Bisogna parlarne. Napoli nel ’43-’44, come la descrive Malaparte, è un luogo dove le madri vendono i figli ai soldati per una manciata di farina. Dove le ragazzine vengono esposte come merce nei vicoli. Dove le donne si applicano parrucche bionde sul pube per attirare i soldati afroamericani. Dove la fame, quella vera, quella che ti mangia i pensieri prima ancora dello stomaco, ha trasformato un’intera popolazione in una macchina di sopravvivenza priva di qualsiasi freno inibitorio. Il punto è che questa degradazione non è causata dalla guerra. È causata dalla pace. Dalla liberazione. Dall’arrivo dei vincitori carichi di dollari e buone intenzioni. È il contatto con l’opulenza americana, con la sua pietà ben nutrita e inconsapevolmente feroce, che innesca il mercato del degrado.
Il libro procede per episodi, per tableaux che sembrano dipinti da un Hieronymus Bosch ubriaco di prosa proustiana. Due scene, in particolare, si sono incise nella memoria della letteratura.
La prima: la cena del Generale Cork (nome dietro cui si nasconde il vero generale americano Mark Clark). Nel mezzo di una carestia assoluta, l’alto comando alleato organizza un banchetto di uno sfarzo osceno, con pesci prelevati dall’Acquario di Napoli. Il piatto forte è un cosiddetto “pesce-sirena” che, una volta lessato e portato in tavola su un vassoio d’argento, ha le fattezze inequivocabili di una bambina. La reazione di Mrs. Flat, consorte americana presente alla cena, è un capolavoro di umorismo nerissimo: convinta che le stiano servendo un infante, si alza indignata, abbandona il francese di circostanza e urla in inglese che lei, donna americana onesta, non mangia bambini italiani. Il pesce viene solennemente seppellito in giardino. Nessuno, però si preoccupa delle vere bambine che, a pochi metri dalla sala del banchetto, vengono vendute nei vicoli. L’Occidente piange per un pesce che sembra umano, ma non vede gli umani che tratta come pesci.
La seconda scena è ancora peggiore, e ve la racconto solo perché Malaparte ve la racconterebbe con molto più gusto di me. Seduto a tavola con ufficiali francesi e goumier marocchini, il narratore mastica qualcosa di duro nel suo couscous. Tramite fredda deduzione anatomica [e qui la prosa raggiunge una compostezza che fa letteralmente rabbrividire] riconosce le ossa di una mano umana, appartenuta a un soldato dilaniato da una mina. Lui cosa fa? Continua a masticare. Perché al Collegio Cicognini di Prato (dove effettivamente studiò, insieme a D’Annunzio), gli hanno insegnato che un gentiluomo non interrompe mai un banchetto. Allinea le falangi sul bordo del piatto, una per una, con la cura di un entomologo. L’educazione umanistica europea, i classici, le buone maniere… tutto questo patrimonio culturale non serve a impedire la barbarie, serve a praticarla usando le posate giuste.
Ho detto due, ma dovrei parlare anche dell’episodio della figliata, un rito della comunità dei femminielli napoletani: un uomo vestito da donna che mima il parto e “dà alla luce” un fallo di legno. Per gli ufficiali alleati, è la conferma della degenerazione dei vinti. Per il narratore è qualcos’altro: un esorcismo ancestrale, un rito di fertilità pagano che resiste da secoli, un modo per riaffermare il dominio simbolico sul corpo proprio quando i corpi veri vengono smembrati dalle bombe e venduti a trancio.
Ora, tutto questo fu accolto nel 1949 come ci si aspetta. La Chiesa mise il libro all’Indice dei Libri Proibiti nel 1950. Il Comune di Napoli votò il “bando morale” dello scrittore dalla città. La critica italiana, in gran parte allineata alla nascente mitologia della Resistenza, lo trattò come un traditore. Malaparte, bisogna dirlo, non era esattamente una vittima innocente: era stato fascista della primissima ora, aveva teorizzato la Marcia su Roma, e il suo successivo antifascismo aveva quel retrogusto amaro che hanno le conversioni troppo tempestive. Il fatto che Malaparte fosse un personaggio moralmente discutibile non rende però il suo libro meno vero. La pelle non è scritto dal punto di vista della vittima innocente, né del partigiano eroico, né del testimone puro. È scritto da un uomo compromesso, cinico, servile verso i potenti e sprezzante verso i deboli, che però vede cose che gli altri non possono o non vogliono vedere. Se Malaparte avesse adottato il tono nobile del neorealismo, La pelle sarebbe invecchiato male. Sarebbe un documento d’epoca, un pamphlet generoso e polveroso. Invece, indossando i panni dell’esteta che pasteggia a ostriche sulle rovine del proprio Paese, costruisce uno specchio in cui non siamo costretti a guardare soltanto l’orrore dei vinti, ma l’oscenità della presunta superiorità morale dei vincitori. Che poi siamo (e non siamo) noi.
Perché leggerlo oggi? Perché la diagnosi di Malaparte non è scaduta. Ogni volta che un essere umano viene ridotto alla sua sola biologia [nei campi profughi ai confini dell’Europa, nei centri di detenzione libici, nelle periferie invisibili del lavoro sfruttato] si ricrea esattamente quella condizione che il filosofo Giorgio Agamben avrebbe chiamato “nuda vita” e che Malaparte aveva già fotografato con decenni di anticipo. La pelle ci ricorda, con una precisione che gela il sangue, che la patina della civiltà, la solidità delle nostre istituzioni democratiche, il primato morale dei nostri diritti fondamentali sono beni fragili, reversibili, sottili. Sottili, per l’appunto, come la pelle.

Curzio Malaparte – mini-bio
Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert, nacque a Prato nel 1898 e morì a Roma nel 1957. Fu scrittore, giornalista e intellettuale tra i più eccentrici e controversi del Novecento italiano: attraversò fascismo, dissenso, confino, esperienza bellica e un lungo lavoro da inviato e narratore della crisi europea. Tra le sue opere più note ci sono Kaputt e La pelle, libri in cui la guerra e il dopoguerra vengono restituiti con uno stile visionario, crudele e personalissimo.
Malaparte, Curzio, La pelle, a cura di Caterina Guagni e Giorgio Pinotti, Milano, Adelphi, 2015





