La narrativa contemporanea è terrorizzata. È una letteratura costruita primariamente sulla difensiva, progettata con la medesima logica ingegneristica impiegata per la progettazione dei bunker antiaerei o dei veicoli blindati leggeri. L’obiettivo estetico primario non è più la comunicazione di un senso trascendente di bellezza o la mappatura del caos umano, bensì la sistematica, ossessiva minimizzazione della cosiddetta “superficie d’attacco”.
Questa nozione di “superficie d’attacco”, mutuata dal gergo della sicurezza informatica e splendidamente applicata all’analisi letteraria, postula che gli scrittori odierni temano visceralmente di essere tacciati di ingenuità, di eccesso, di ridicolo o di fallimento tecnico. Di conseguenza, ciò che si allinea sugli scaffali delle librerie assomiglia sempre meno a una collezione di libri e sempre più a una serie di bastioni difensivi, di fortificazioni testuali. Il sintomo principale di questa patologia è un minimalismo asfittico e calcolato, una brevità anemica, una prosa che è costantemente, inesorabilmente lucidata e piallata fino a perdere qualsiasi attrito. Le frasi sono tecnicamente ineccepibili, dotate di occasionali e controllatissimi vezzi lirici, ma sono intrinsecamente morte, mai fiorite, mai protese verso il rischio dell’inverosimile o del grottesco. L’ontologia stessa di questi mondi finzionali è pavida: si tratta per lo più del racconto quasi giornalistico di “storie vere”, invariabilmente tragiche ma di una tragedia addomesticata e digeribile, oppure del perenne, circolare e narcisistico rimuginamento sull’eterna crisi della famiglia borghese.
In questa palude di realismo difensivo e di gestione algoritmica del dissenso estetico va contestualizzata l’emersione, violenta e spiazzante, di Ferrovie del Messico (Laurana Editore, 2022) di Gian Marco Griffi. Una detonazione in un salotto in cui tutti stavano bisbigliando per paura di disturbare. Un artefatto fisico e letterario di ottocentoventiquattro pagine, un’opera che, con una spavalderia quasi inconcepibile per le metriche attuali, decide deliberatamente di espandere la propria superficie d’attacco fino a coprire interi continenti, decenni multipli e registri linguistici vertiginosamente incompatibili tra loro. È un romanzo enciclopedico, fluviale, picaresco, “colto” nel senso più muscolare del termine.
Griffi aveva già pubblicato raccolte di racconti e testi come Più segreti degli angeli sono i suicidi (2017) e Inciampi (2019) per editori minori. Tuttavia, la pubblicazione di Ferrovie del Messico avviene in un contesto di estrema marginalità industriale: il romanzo è stato dato alle stampe da un piccolissimo editore indipendente (Laurana), inserito come uno dei primi titoli di una neonata collana (Fremen, diretta da Giulio Mozzi, con una postfazione di Marco Drago che ne inquadra immediatamente l’impeto postmoderno). Le librerie italiane, al momento del lancio, richiesero la microscopica cifra di centosessantotto copie. In un mercato sano e prevedibile, un libro di ottocento pagine pubblicato in mille copie è un rumore di fondo destinato a spegnersi nel giro di tre settimane. Invece, in aperta violazione delle leggi della fisica editoriale, il testo innesca un contagio virale, un’epidemia di entusiasmo basata quasi esclusivamente sul passaparola di lettori e sull’evangelizzazione militante dei librai. Nel giro di alcuni mesi, le centosessantotto copie diventano cinquantamila, le ristampe si susseguono a ritmi frenetici, e i diritti di traduzione vengono opzionati da mezza Europa.
Caliamoci nella materia narrativa vera e propria. Ci troviamo ad Asti, nel natio Piemonte dell’autore, ed è il febbraio del 1944. La Repubblica Sociale Italiana è agli sgoccioli, ridotta a uno stato fantoccio tenuto in piedi dalla violenza e dalla disperazione. Il contesto è quello di una nazione in avanzato stato di putrefazione morale e materiale, un’epoca in cui, per citare testualmente una delle metafore omeriche più stordenti del romanzo, “i tedeschi trascinavano il corpo morto dell’Italia furibondi come Achille sotto le mura di Troia”. In questo scenario di macelleria storica a cielo aperto, la narrazione si focalizza su una figura di una mediocrità squisitamente letteraria: Cesco Magetti, milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria tormentato da un mal di denti assoluto e paralizzante. Il dolore fisico acuto possiede la spaventosa capacità di obliterare il macrocosmo: per l’individuo sofferente, la caduta del fascismo diventa improvvisamente secondaria rispetto alla pulsazione del nervo scoperto di un molare. Griffi utilizza questa affezione odontoiatrica come un contrappeso gravitazionale. Proprio perché Cesco è saldamente e dolorosamente radicato nella propria carne infiammata, l’autore può permettersi di far deflagrare l’inverosimile burocratico attorno a lui. Questo inverosimile prende la forma di un ordine militare completamente assurdo, proveniente da catene di comando inafferrabili, grottescamente situate “in alto, molto in alto” (presumibilmente nelle gerarchie deliranti del Reich): Magetti, chiuso in una cittadina piemontese circondata dai partigiani e dalle bombe alleate, riceve l’intimazione di redigere, nel giro di una singola settimana, una mappa topografica dettagliata ed esauriente delle ferrovie del Messico. Siamo di fronte a una manipolazione magistrale del topos kafkiano dell’assurdità iniettata di adrenalina picaresca. La richiesta è talmente disconnessa da qualsiasi utilità logistica o strategica da farsi pura astrazione dadaista. Il tentativo di soddisfare questa richiesta impossibile sbalza Cesco in un vortice di indagini che tramutano Asti in una metropoli esoterica. La sua ricerca lo conduce a vagabondare in una sorta di pellegrinaggio laico e disperato tra la Biblioteca civica, il Cimitero di San Rocco, il Dopolavoro ferroviario, e la residenza aristocratica del conte Cesare Cocchi Renani degli Obertenghi, fino alle profondità del night club clandestino conosciuto come L’Aquila agonizzante. La ricerca del volume (che si rivelerà essere l’introvabile Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México di un certo Gustavo Adolfo Baz ) diventa il generatore primario di un ecosistema narrativo secondario. In un’eco palese del concetto borgesiano della Biblioteca di Babele o dei romanzi di Thomas Pynchon, il testo si biforca lungo innumerevoli sentieri, generando piccole storie che ne inglobano altre.
È nell’ingegneria del linguaggio che l’opera di Gian Marco Griffi svela la sua natura più radicalmente innovativa. Si tratta di una manovra di decontaminazione: rubare le armi burocratiche al sistema per usarle contro il sistema stesso. In Ferrovie del Messico, Griffi inonda il lettore di terminologia ferroviaria, di nozioni cartografiche, di meticolose e asfissianti elencazioni topografiche, piegando questi elementi a una volontà che è fondamentalmente poetica e sovversiva. L’italiano standard viene ibridato e saturato in uno sforzo polifonico titanico che esegue performativamente l’assunto teoretico secondo cui la grande letteratura deve contemporaneamente “distruggere il linguaggio e creare il linguaggio”. Si osservi l’uso della topografia messicana, specialmente nell’estratto riguardante le storie di Gustavo Adolfo Baz. Quando Baz racconta della sua vita, lo fa inanellando una serie di termini legati alla cultura materiale sudamericana: i chilaquile, il rum, i peperoncini guajillos, i fiori di cempasúchil che sbocciano lungo i binari, le case di adobe, le tormente del chubasco, o i ribelli religiosi cristeros… L’autore sciorina una litania di toponimi che assumono il valore di un mantra incantatorio: San Cristóbal, Ocotlán, Uruapan, Morelia, Veracruz, Jalapa, Boca del Monte, Hermosillo, Torreón, Puerto Vallarta, Oaxaca, Guanajuato, Saltillo. Il ritmo di questi elenchi, iterativo e circolare, mima la psiche del bambino (e, per estensione, del lettore) che di fronte a una storia portentosa implora instancabilmente: “raccontamelo ancora”. In questo modo, l’esattezza maniacale della geografia cartografica (fredda) viene fusa con la narrazione orale favolistica (calda), creando una miscela stilistica in cui il registro comico convive senza alcun attrito con la tragedia più cupa.
Fino a questo punto dell’analisi, si potrebbe legittimamente dedurre che Ferrovie del Messico sia “soltanto” un’esercitazione virtuosistica di ingegneria metatestuale, un divertissement erudito scritto per deliziare i teorici della letteratura postmoderna. Il suo vero centro di gravità emotivo, risiede invece nella sua spietata, quasi insopportabile onestà esistenziale. Sotto le coltri dell’iper-citazionismo, delle parodie e degli elenchi ferroviari , Griffi sta conducendo un’indagine morale sulla natura della crudeltà umana. L’ironia è utilizzata come un vero e proprio meccanismo di sopravvivenza. I nazifascisti vengono smontati, ridotti a macchiette grottesche e linguisticamente incapaci. Questa riduzione satirica serve solo a preparare il terreno per l’intuizione filosofica centrale del romanzo, un’intuizione che squarcia il velo dell’intrattenimento picaresco. In un passaggio emerge una definizione della dicotomia tra Bene e Male che rovescia duemila anni di scolastica teologica: “Vedere il bene significa rintracciare la debolezza più offuscata, la vulnerabilità remota. […] Quando trovi quella vulnerabilità ti accorgi che il male è fiacco, che l’ingiustizia è debole, che il male è l’assenza di qualunque vulnerabilità.” Il Male Assoluto coincide esattamente con la psicopatica, totale assenza di vulnerabilità: questa è la chiave d’accesso per decodificare l’intero sforzo letterario di Gian Marco Griffi. Il fascismo e l’ingiustizia si configurano come una corazza impermeabile all’empatia, incapace di farsi scalfire dal dubbio o dalla debolezza. L’atto di scrivere un romanzo che è un gigantesco inno alla confusione, al dolore di un mal di denti, all’amore folle e disarmato, e alla ricerca di mappe impossibili, diviene un atto di insubordinazione morale. Ferrovie del Messico intercetta un bisogno culturale che non sappiamo più nominare bene: il bisogno di storie non ridotte, che non arrivino già pre-interpretate, già “utili”, già incastonate nel format del trauma o dell’attualità, ma che ti costringano a fare la fatica di orientarti in un mondo narrativo complesso, come se la complessità fosse allenamento all’elasticità mentale. La letteratura può ancora essere una macchina di libertà: imprecisa, rumorosa, digressiva, piena di vite laterali.
BIO: Gian Marco Griffi (Montemagno, Piemonte) ha studiato filosofia all’Università di Torino. Ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie (tra cui Cadillac, Ammatula, Argo, YAWP, Scorretto Magazine) e ha esordito con Più segreti degli angeli sono i suicidi (2017), seguito dalla raccolta Inciampi (2019). Con Ferrovie del Messico (Laurana, 2022) è diventato un caso letterario nazionale (candidato al Premio Strega 2023) e nel 2025 ha pubblicato Digressione per Einaudi.
Riferimento bibliografico
Griffi, Gian Marco (2022). Ferrovie del Messico. Laurana Editore, collana “Fremen”. 824 pp



