Leggendo La nausea di Jean-Paul Sartre il mondo intero sembra vacillare. All’improvviso ogni cosa [gli alberi di un giardinetto, una radice che affiora dal terreno, i sassi sul sentiero] appare gratuita, superflua. Il protagonista Antoine Roquentin scopre così, con orrore, che nulla ha un senso prestabilito: le cose semplicemente sono lì, senza uno scopo. È quel momento liminale, sgradevole e vagamente pornografico in cui il “che cosa” di un oggetto (la sua essenza, il suo nome platonico, la sua utilità strumentale per noi scimmie evolute) scivola via come una pelle morta, lasciando esposto il nudo “che” della sua esistenza. Il fatto bruto, osceno, che quella cosa è lì, davanti a noi, senza una ragione valida, senza un permesso divino, occupando uno spazio che non le spetta di diritto ma che usurpa con la sua semplice, stupida densità.
Pubblicato nel 1938, La nausea è il diario intimo di un giovane intellettuale che, seduto su una panchina di Bouville (cittadina immaginaria di provincia ispirata alla Le Havre degli anni ’30), viene travolto da una rivelazione tanto semplice quanto sconvolgente: l’esistenza è assurda, non ha giustificazione né scopo, e questa verità lo nausea.
Probabilmente in questo momento state già pensando: “Oh Dio, un altro mattone esistenzialista francese pieno di gente che fuma Gauloises senza filtro, indossa dolcevita neri e si lamenta della borghesia in caffè fumosi mentre la storia europea collassa intorno a loro”. Vi prego, però, fermatevi un attimo. Mettete via il pregiudizio accademico polveroso e quella diffidenza istintiva che proviamo verso tutto ciò che puzza di programma scolastico liceale. Il punto è che non è così: la Nausea ci serve adesso, nel 2026. Proviamo a dimostrarlo, a smontarlo pezzo per pezzo, a vedere come i suoi ingranaggi unti di contingenza girano ancora.
Roquentin è un trentenne, rosso di capelli, che vive a Bouville. È uno storico, o almeno ci prova; sta scrivendo una biografia del Marchese di Rollebon, un aristocratico del Settecento vagamente cospiratore e libertino. Ma il problema di Roquentin non è la storia. Il problema è il presente. Il problema è che il presente gli sta addosso.
Roquentin inizia a scrivere il diario non per posterità, né per vanità letteraria, ma per capire. “Il meglio sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro”. C’è qualcosa di clinico, di disperato in questo incipit. Roquentin sente che “qualcosa è cambiato”, una specie di malattia che si insinua “subdolamente, a poco a poco”, un cambiamento tettonico nel rapporto tra la sua coscienza e il mondo degli oggetti.
Normalmente, noi usiamo gli oggetti. Una maniglia serve ad aprire la porta. Una pipa serve a fumare. Un bicchiere serve a bere. Gli oggetti sono strumenti che spariscono nel loro utilizzo; sono trasparenti alla nostra volontà. Non li vediamo davvero; vediamo la loro funzione, il loro scopo. Ma per Roquentin, la funzione svanisce. La vernice dell’utilità si scrosta. La maniglia della porta smette di essere uno strumento per aprire e diventa un oggetto freddo, duro, metallico, che ha una “sorta di personalità” ostile e autonoma. Questo è il primo livello della Nausea: il collasso del significato strumentale del mondo. Roquentin scrive: “Gli oggetti non dovrebbero commuovere, poiché non sono vivi. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive”.
Il culmine di questa esperienza fenomenologica [e uno dei passaggi più famosi, citati, parodiati e analizzati della letteratura mondiale] avviene nel giardino pubblico di Bouville. Roquentin è seduto su una panchina e guarda la radice di un castagno.
Improvvisamente, la parola “radice” non funziona più. Le categorie mentali, le etichette linguistiche che usiamo per addomesticare la realtà (“albero”, “radice”, “nero”, “legno”) si sciolgono come cera al sole. Rimane solo la “cosa” in sé. E la cosa in sé è mostruosa. È una “massa nera e nodosa”, una “pasta”, un’esistenza che trabocca, che non ha ragione di essere lì. Roquentin capisce, con una chiarezza che è insieme estasi e orrore, che l’esistenza non è necessità. Nulla di ciò che vede deve esistere. Tutto è contingente. “L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre”. Questa “gratuità” dell’esistenza è ciò che provoca la Nausea. Se nulla è necessario, allora tutto è di troppo (de trop). L’albero è di troppo. La panchina è di troppo. Il giardino è di troppo. E, orrore supremo, Roquentin stesso è di troppo. Non c’è nessuna ragione divina, nessuna necessità logica, nessun destino storico che giustifichi la sua presenza nel mondo. Lui esiste, punto e basta. È un fatto bruto, stupido, ingiustificato. “Ero di troppo per l’eternità”.
Qui sta la genialità sadica di Sartre. La maggior parte di noi vive la propria vita cercando disperatamente di giustificare la propria esistenza: siamo padri, madri, lavoratori, artisti, influencer, cittadini. Ci diamo dei ruoli per sentirci necessari. Roquentin, spogliato di tutto, vede la menzogna strutturale di queste giustificazioni. Vede che sotto la vernice sottile delle convenzioni sociali e delle narrazioni personali, c’è solo il caos della materia che esiste senza scopo. Sartre qui traduce in forma narrativa uno dei capisaldi del pensiero esistenzialista: l’esistenza precede l’essenza. Significa che gli esseri umani esistono prima di qualsiasi definizione o valore prestabilito; non c’è un piano divino o un destino già scritto a dare senso alle nostre vite. Siamo gettati nel mondo, liberi ma anche condannati a inventarci da soli un significato. Questo, se da un lato è esaltante, dall’altro è terrificante: realizzare che “l’uomo moderno è drammaticamente solo e la sua condizione è insensata e assurda” porta con sé nausea, angoscia, persino tentazioni nichilistiche. È il prezzo della libertà assoluta.
L’angoscia di Roquentin di fronte a una realtà in decomposizione, dove ogni valore sembra arbitrario, risuona in un presente in cui le notizie di crisi ambientali ed economiche fanno balenare l’idea che il “mondo stia andando in pezzi”. Allo stesso tempo, la sua nausea verso la mediocrità borghese di Bouville [quel sentirsi soffocare in un mondo di convenzioni, di chiacchiere vuote e rituali sociali ipocriti] può ricordare la saturazione che molti provano oggi verso la superficialità dei social media, l’artificiosità delle vite patinate su Instagram, o il conformismo che sembra appiattire ogni originalità. In fondo, Sartre ci mette in guardia contro le “maschere” e le auto-illusioni con cui cerchiamo di evitare il confronto con il vuoto: e quale epoca più della nostra, dominata da reality show e avatar digitali, è maestra nel creare maschere?
Ed eccoci al cuore pulsante di questa rilettura. Perché dovremmo preoccuparci della radice di un castagno nel 2026? Perché la nostra esperienza quotidiana è diventata, paradossalmente, sartriana proprio attraverso la tecnologia che doveva liberarci dalla materialità.
Sartre descriveva l’esistenza come “viscosa” (visqueux). La viscosità è una qualità orribile per Sartre: è né solida né liquida, è appiccicosa, è una sostanza che ti trattiene, che compromette la tua libertà. Pensa al miele, o al fango che ti risucchia lo stivale.
Ora, fate un esperimento mentale (o fisico, se avete il telefono in mano). Pensate all’esperienza dello “scrolling” su TikTok, Instagram o X. Non è forse un’esperienza di viscosità? Il dito scorre sul vetro liscio, ma il contenuto è un flusso ininterrotto, appiccicoso, che ci trattiene. Non c’è un inizio e non c’è una fine (a differenza di una pagina di libro che giri, o di un film che finisce). C’è solo un “essere lì” continuo, un flusso di immagini, suoni e testi che sono tutti, in un certo senso, contingenti. Perché quel video di gattini? Perché quella notizia di guerra? Perché quella pubblicità di scarpe? Non c’è nessuna necessità logica. L’algoritmo ci presenta una sequenza di “esistenti” gratuiti, ingiustificati, “di troppo”. E noi proviamo una forma moderna di Nausea: un misto di noia, sovraccarico sensoriale e ansia.
Sartre scriveva che Roquentin ritraeva la mano dalla seduta del tram perché “esisteva”. Noi ritraiamo la mano dallo schermo? No, perché la viscosità digitale è progettata per essere seducente. Ma la sensazione residua, quel malessere vago dopo due ore di doomscrolling, è pura Nausea sartriana. È la consapevolezza che abbiamo speso tempo (vita) a interagire con una materia (digitale) che non ha alcuno scopo se non quello di esserci e di occupare il nostro tempo.
Uno dei personaggi più patetici e memorabili del romanzo è l’Autodidatta (L’Autodidacte). Un uomo che passa la vita nella biblioteca di Bouville leggendo tutti i libri in ordine alfabetico. Crede che accumulando conoscenza universale potrà trovare un senso, una forma di umanesimo salvifico. Roquentin lo guarda con un misto di pietà e orrore. L’Autodidatta è la parodia dell’umanista che crede che la cultura sia una somma di dati, non un’esperienza vissuta.
Oggi, l’Autodidatta è l’Intelligenza Artificiale Generativa (o noi quando la usiamo). L’AI ha letto tutto, ha ingerito l’intero internet, ma non capisce nulla. Ha accumulato tutto lo scibile umano, ma non ha un’esistenza. È pura contingenza statistica. Quando chiediamo a ChatGPT di scriverci una poesia o di spiegarci il senso della vita, stiamo replicando il gesto dell’Autodidatta: cerchiamo senso nell’accumulo di dati. Roquentin ci avverte: l’umanesimo dell’Autodidatta è falso. “L’Autodidatta non sa cosa farsene della sua libertà”, pensa Roquentin. Anche noi, con tutto il sapere del mondo in tasca, spesso non sappiamo cosa farcene della nostra libertà, se non annegarla in un altro video di YouTube.
Perché, dunque, leggere La Nausea e scriverne un fiume di parole su una rivista culturale come il Lodigiano Democratico? Perché, in un certo senso, siamo tutti bloccati a Bouville. Le nostre città, le nostre routine, le nostre domeniche pomeriggio vuote sono fatte della stessa sostanza grigia e appiccicosa che Sartre descriveva nel 1938.
La Nausea non è però un invito alla disperazione nichilista. È un invito al risveglio. È un manuale di disintossicazione dalle illusioni. Ci dice: “Smettetela di raccontarvi storie. Smettetela di credervi necessari. Smettetela di nascondervi dietro i vostri ruoli, i vostri like, le vostre carriere, le vostre biografie su LinkedIn”. Guardate la radice. Toccate la maniglia della porta. Sentite il peso del vostro corpo. Accettate che siete contingenti, che siete liberi, che non c’è nessun copione scritto per voi. È terrificante, sì. Fa venire il voltastomaco. Ma è anche l’inizio della vera libertà. La prossima volta che vi sentite sopraffatti dallo scroll infinito, dalla banalità delle conversazioni al bar, o dall’ansia per il clima che cambia: non scappate. Non cercate subito un video divertente per distrarvi. Accogliete la Nausea. Sentitela tutta. È il segno che siete vivi. È il segno che siete svegli. E poi, magari, mettete su un vecchio disco jazz, o scrivete due righe su un diario, o semplicemente guardate un albero e provate a vederlo davvero, senza chiamarlo “albero”. Potrebbe essere l’esperienza più spaventosa e più liberatoria della vostra vita.
Benvenuti a Bouville. Buona fortuna.
BIO
Jean-Paul Sartre (1905–1980) è stato filosofo, scrittore e intellettuale pubblico francese, figura centrale dell’esistenzialismo novecentesco. Attraverso romanzi, saggi e opere teatrali ha indagato la libertà, l’assurdo e la responsabilità individuale in un mondo privo di fondamenti metafisici. Autore di testi fondamentali come L’essere e il nulla, Le mosche e A porte chiuse, nel 1964 rifiutò il Premio Nobel per la Letteratura, coerentemente con la sua idea di autonomia dell’intellettuale.
Jean-Paul Sartre, La nausea, trad. di Bruno Fonzi, Torino, Einaudi, collana “ET Classici”




