L’incipit del romanzo d’esordio di Michele Ruol è di quelli che sono in grado di racchiudere l’intera essenza di un libro: una frase breve, domestica e brutale «La foto dei ragazzi sul tavolino nell’ingresso è la stessa che avevano usato per la lapide». In queste sillabe, adagiate con la semplicità colloquiale di un’osservazione qualsiasi, deflagra tutto il dramma: una famiglia ordinaria (Padre, Madre, due figli chiamati Maggiore e Minore) si è spezzata; i ragazzi sono morti, la vita quotidiana è stata ridotta in cenere. Dopo l’incendio emotivo restano immagini e oggetti.
Il titolo, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, suggerisce subito la sua struttura: un elenco di ciò che rimane quando tutto il resto è andato perduto. La “foresta” che arde è la metafora dell’evento devastante; ciò che resta sono i frammenti sopravvissuti al fuoco del lutto. Ruol costruisce il romanzo come un catalogo di 99 oggetti, ciascuno a dare il titolo a un capitolo. Questa scelta formale è il cuore del libro: sono le cose, le stanze, gli spazi concreti a farsi custodi e narratori della storia familiare. Umberto Eco, in Vertigine della lista, ricordava che l’elenco è una risposta all’incommensurabile: quando non possiamo definire qualcosa per essenza, la circondiamo con una lista di parti. Qui la “cosa” indefinibile è la morte innaturale dei figli, che scardina la logica biologica e rende impossibile un racconto lineare dotato di senso. Restano le cose.
L’inventario diventa così una tesorizzazione di reliquie. Ruol compila un catalogo che è insieme atto notarile e preghiera. La precisione con cui vengono descritti gli oggetti [marche, dimensioni, materiali] risponde a un bisogno di realtà: se la morte dei figli sembra un incubo, la cornice d’argento e il telefono fisso sono tangibili, misurabili, innegabili. Con pazienza da archeologo, l’autore disseppellisce memorie da ogni reperto quotidiano: la casa e l’automobile di famiglia diventano il teatro di un’indagine, dove orologi, quaderni, coltellini, vasetti di crema sprigionano storie su chi li ha usati e amati. Inventariare significa anche imporre un ordine al caos del dolore: i novantanove capitoli brevi sono lampi di passato e presente, un tentativo di sezionare la perdita in parti maneggiabili, di circoscrivere il lutto in una forma raccontabile.
Nel romanzo, dunque, gli oggetti parlano. O meglio, parlano attraverso di essi Madre e Padre, rivelandosi poco a poco non solo al lettore ma a loro stessi. Dopo la morte dei figli, i genitori si ritrovano soli in una casa piena di echi; la loro identità è messa in crisi. Chi sono quando non hanno più figli da accudire? Non a caso Ruol sceglie di non fornire nomi propri: i personaggi sono designati soltanto per il ruolo familiare, così generico da permettere a chiunque di riconoscersi. Ma quel ruolo ormai è svuotato di senso. Attorno a questo vuoto identitario si addensano le domande del romanzo: quanto i figli plasmano il nostro essere? Cosa rimane di una coppia quando le persone che ne definivano il centro scompaiono?
Col procedere della lettura, il mosaico si compone. Ruol alterna continuamente il prima e il dopo: un capitolo ci riporta a un momento di quotidianità familiare, quello successivo ci catapulta negli anni seguiti alla tragedia. Questo andamento non lineare restituisce bene la realtà interiore dei personaggi: passato e presente si mescolano, la memoria irrompe nella vita corrente e la vita attuale rilegge sotto nuova luce i ricordi. Per Madre e Padre il tempo si è frantumato insieme alle certezze. Vivono avvolti in un silenzio denso, reso anche graficamente da ampi spazi bianchi. I dialoghi sono riportati senza virgolette né trattini, quasi indistinguibili dai pensieri: il segno tipografico di una comunicazione inceppata.
Inventario evita la pornografia del dolore e il melodramma. Pur raccontando un lutto atroce, lo fa con pudore e misura, mantenendo un certo distacco narrativo proprio grazie all’espediente degli oggetti. La prosa di Ruol è asciutta, essenziale, quasi clinica nella precisione. Ogni capitolo è intagliato senza una parola di troppo. Eppure, in questa economia stilistica pulsa una forte tensione emotiva: basta un dettaglio perché angoscia e malinconia filtrino potentemente. È un minimalismo empatico che fa emergere le emozioni per vuoti e pieni.
Per capire questa temperatura emotiva bisogna guardare alla figura di Michele Ruol. Nato a Chicago nel 1986, ma formatosi nel Veneto, incarna l’archetipo del medico-scrittore. La sua specializzazione [Anestesia e Rianimazione] offre una chiave di lettura decisiva. L’anestesista è colui che controlla la soglia tra veglia e sonno, tra dolore e oblio, tra la vita e la morte assistita dalle macchine. Se il chirurgo opera sulla materia, l’anestesista opera sulla coscienza. In Inventario questa competenza diventa competenza stilistica: più che “chirurgica”, la scrittura di Ruol è anestesiologica. Somministra il dolore in dosi titolate, impedendo che l’orrore puro provochi uno shock irreversibile nel lettore.
La formazione drammaturgica dell’autore aggiunge un ulteriore strato: gli oggetti non sono soltanto descritti, sono messi in scena, oggetti di scena in un teatro dove gli attori principali (i figli) sono assenti. Il romanzo nasce come insieme di novantanove micronarrazioni che mimano il funzionamento della memoria traumatica: il trauma non si racconta in sequenza lineare, esplode in schegge che si conficcano nel presente. Ruol evoca la tecnica giapponese del kintsugi, l’arte di riparare le ceramiche rotte con l’oro, come metafora del suo lavoro: il libro non è l’oggetto integro, ma il vaso rotto e ricomposto. Le fratture sono gli spazi bianchi tra un capitolo e l’altro, i silenzi tra un oggetto e il successivo: è lì che il testo respira.
Un aspetto intrigante di Inventario è come intreccia al dramma privato un elemento quasi da romanzo giallo. Sin dalle prime pagine si accenna a un incendio divampato sui colli proprio la notte dell’incidente fatale. Un fuoco reale, oltre a quello metaforico, che sembra legarsi al destino dell’automobile di famiglia e alle circostanze della morte. Senza voler rovinare al lettore il piacere della scoperta, possiamo dire che c’è un filo di suspense: una verità taciuta che verrà rivelata solo nel finale, attraverso un narratore aggiuntivo e un ultimo oggetto-chiave, un vecchio stradario. Questa componente da thriller, pur secondaria, aggiunge una dimensione di enigma: ci ricorda che ogni famiglia custodisce i propri segreti, e che conoscere davvero chi amiamo è forse un’impresa infinita.
Sullo sfondo aleggia la dialettica tra destino e caso. In una breve nota iniziale, l’autore invita a leggere le somiglianze con fatti reali come semplici coincidenze oppure come segni del destino, “a seconda di come preferite interpretare lo scorrere della vita”. Madre e Padre oscillano tra l’idea che quanto accaduto avesse un significato oscuro e la bruta realtà del caso cieco: si aggrappano ora all’uno ora all’altro per sopravvivere. Il romanzo mostra così il bisogno di leggere l’esistenza come storia dotata di senso, dividendo la vita in un “prima” e un “dopo” rispetto agli eventi-soglia. Qui l’evento è così devastante da disintegrare ogni trama: resta uno spazio bianco, il futuro imprevisto in cui i protagonisti sono catapultati, che il libro segue lungo quasi vent’anni di faticoso riassestamento.
Nonostante le premesse luttuose, Inventario non è un libro cupo dall’inizio alla fine. La metafora vegetale del titolo suggerisce da subito la possibilità di rinascita: dopo un incendio la foresta sembra morta, ma col tempo può rigenerarsi. Verso metà romanzo Madre ricorda a Padre che “dopo un incendio… tra i primi a rinascere ci sono i corbezzoli”, piante mediterranee capaci di fare contemporaneamente fiori e frutti. L’immagine ritorna nel finale: a differenza degli oggetti inanimati, il corbezzolo è vivo, pianta pirofita che si rigenera dopo il fuoco. Collocandolo come oggetto n. 99, Ruol sceglie di chiudere non sulla morte ma sulla resilienza biologica. Nell’ultima scena, Madre e Padre decidono che “oggi li pianteremo” quei corbezzoli: mettere a dimora nuove piante sulle ceneri del passato è un gesto semplice che non cancella la tragedia, ma afferma, ostinato, che in mezzo al dolore rimane la possibilità di continuare a prendersi cura di qualcosa.
Nel panorama italiano contemporaneo, Ruol emerge recuperando il potere narrativo degli oggetti e dimostrando come una lista possa raccontare un universo. Nel suo procedere per enumerazioni e dettagli si avverte un’eco di Perec e di Calvino, ma anche qualcosa di nuovo e personale: la capacità di anestetizzare il dolore tramite la forma, senza mai nasconderlo davvero. La forza di questo esordio sta nel rifiuto della catarsi facile: l’inventario finisce, ma non conclude. Il corbezzolo non cancella gli altri oggetti; ricresce su un terreno composto dalle ceneri del passato. Ruol, medico che ogni giorno guarda in faccia il limite biologico della macchina umana, non promette consolazioni metafisiche, ma la persistenza concreta delle cose. L’amore, sembra suggerire, è anche questo: spolverare le superfici, raddrizzare una cornice. Un libro che fa male come fa male riattivare la circolazione in un arto addormentato: un formicolio che annuncia il ritorno della vita.
Bio
Michele Ruol è un medico anestesista padovano che scrive anche per il teatro. Ha pubblicato racconti su riviste come «Inutile» ed «Effe – Periodico di altre narratività» e in antologie per Galaad, Marsilio e Il Saggiatore. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (TerraRossa, 2024) è il suo esordio nella narrativa, vincitore del Premio Giuseppe Berto e del Premio Fondazione Megamark e incluso nella cinquina finalista del Premio Strega 2025.
Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, TerraRossa, collana «Sperimentali», 17 aprile 2024, 208 pp.





