Nel cuore oscuro del Ventennio fascista si combatté una guerra silenziosa, di ombre, giocata nei caffè parigini, in riunioni clandestine e, soprattutto, nell’animo degli uomini. Roberto Lodigiani la racconta scegliendo due vite: uno ‘’spione’’ Ermanno Menapace (il “Fiduciario 98”) e uno “spiato” Paolo Ravazzoli, sindacalista comunista poi eretico trotskista e infine socialista. È una microstoria a due fuochi che funziona da lente d’ingrandimento sull’ingegneria del consenso e sulla sua controparte, l’opposizione esule, tra Italia e Parigi nel cuore del Novecento autoritario. La struttura è netta: prima Menapace, poi Ravazzoli, con un epilogo che tira i fili e una bibliografia ampia e ben maneggiata.
Lodigiani dichiara fin dal prologo di voler affrontare la complessa storia dell’OVRA (la polizia politica fascista) e del fuoruscitismo antifascista “sotto una luce diversa”, concentrandosi su “due vicende umane esemplari” per illuminare una realtà storica più ampia. Fa una scelta “romanzesca” nel ritmo ma documentaria nell’impianto: apre con una mappa chiara dell’apparato (OVRA, Ispettorato, Ufficio affari riservati) e del metodo-fiduciari; quindi incardina episodi-cerniera (Parigi, l’“affaire Pavan-Savorelli”, la trappola per Berneri, il caso Sforza, l’incontro con Miglioli) che mostrano come si costruisce un infiltrato efficace: empatia simulata, piccoli vizi degli esuli sfruttati, coperture credibili (anche sportive), linguaggio di militanza “parlato” alla perfezione. Il tutto sostenuto da fonti già classiche (Canosa, Canali, Franzinelli) e da un tassello prezioso: il pamphlet autobiografico di Menapace, Tra i fuoriusciti, usato con avvedutezza ma senza farsi sedurre dal punto di vista dell’agente.
La figura di Ermanno Menapace emerge dalle pagine del libro come archetipo della metodologia dell’OVRA e dell’universo morale di un funzionario del regime. Il suo percorso è emblematico di una generazione. Giovane di Voghera, viene travolto dalle correnti del suo tempo: l’interventismo, l’esperienza della Grande Guerra, l’avventura fiumana al seguito di Gabriele D’Annunzio e, infine, la piena adesione al fascismo con la partecipazione alla Marcia su Roma. Il suo reclutamento nei servizi di polizia non nasce però da un puro slancio ideologico, ma dalla necessità, comune a milioni di ex soldati, di risolvere i propri problemi economici. Il regime seppe sfruttare con abilità questa precarietà per costruire il suo apparato di sicurezza, trasformando giovani disillusi in ingranaggi della macchina repressiva.
Con il nome in codice di Fiduciario 98 “Spandri” , Menapace divenne l’esempio perfetto del sistema dei “fiduciari”, lo strumento principale dell’OVRA per le sue operazioni. Questo metodo si basava sul reclutamento di informatori direttamente all’interno dei movimenti “sovversivi” da colpire, garantendo un’efficacia e una profondità di penetrazione altrimenti impossibili.
A metà degli anni Venti, Parigi era il crocevia del fuoruscitismo italiano: un mosaico di socialisti, comunisti, anarchici e liberali che, oltre alla persecuzione politica, dovevano affrontare difficoltà economiche e un senso di sradicamento che li rendeva vulnerabili. In questo ambiente, Menapace mise in scena un capolavoro di spionaggio, un caso di studio della metodologia operativa dell’OVRA.
La sua prima mossa fu la costruzione del personaggio. Si presentò come un ex ufficiale antifascista, un affascinante sportivo appassionato di corse motociclistiche, usando il suo carisma e un’apparente disponibilità economica (in realtà finanziata dal regime) per guadagnarsi la fiducia. L’umile lavoro iniziale come sguattero in un ristorante frequentato da esuli fu una mossa da maestro di manipolazione psicologica, un gesto di finta umiltà che disarmò ogni sospetto.
Il suo metodo si basava sullo sfruttamento delle debolezze umane. Tentò di irretire il prestigioso diplomatico Carlo Sforza, fiero oppositore del fascismo sin dalla Marcia su Roma, con un fantasioso piano insurrezionale in Alto Adige. L’astuzia di Sforza, tuttavia, fece fallire il piano, dimostrando i limiti di tali metodi contro bersagli più cauti. Ebbe invece pieno successo con Guido Miglioli, il leader del sindacalismo cattolico definito “cattolico bolscevico” per le sue simpatie di sinistra. Menapace ne sfruttò le vulnerabilità personali, usando una donna come esca per carpirne la totale fiducia e accedere ai suoi segreti.
Ma il vertice della sua carriera fu il suo ruolo di agente provocatore. Nell’affaire Pavan-Savorelli, Menapace non si limitò a raccogliere informazioni. Manipolò la tragica figura di Alvise Pavan, un giovane repubblicano mutilato, spingendolo a commettere un omicidio per raggiungere un obiettivo ben più grande: incastrare e neutralizzare l’influente pensatore anarchico Camillo Berneri. Questa panoramica dovrebbe averlo tratteggiato abbastanza chiaramente: le azioni di Menapace erano misure proattive volte a seminare discordia, generare paranoia e spingere i gruppi antifascisti verso azioni autodistruttive. Questo rivela una sofisticata strategia dell’OVRA: far sì che il fuoruscitismo si distruggesse dall’interno, screditandosi agli occhi di paesi ospitanti come la Francia e neutralizzandosi come minaccia politica.
Lodigiani, dicevamo, utilizza come fonte primaria il memoriale dello stesso Menapace, Tra i fuoriusciti, un documento che è tanto storico quanto psicologico. Dall’analisi di questo testo emergono un “profondo disprezzo per il mondo dell’antifascismo”, un’assoluta fedeltà al regime e una totale assenza di rimorso. Per Menapace, il fine giustificava sempre i mezzi. Il suo memoriale è l’autoassoluzione di un uomo che non ha mai dubitato della propria rettitudine, nemmeno di fronte alle macchinazioni più abiette.
Sul lato Ravazzoli, il libro mette in scena il dissenso dall’interno: il travaglio tra stalinisti e trotskisti, la durezza del PCI clandestino, la diaspora in Francia, le frizioni nella Ligue communiste e nella Nuova Opposizione, fino all’uscita dal partito e all’approdo socialista. Lodigiani non si limita a “descrivere” il dibattito: lo fa parlare con dialoghi asciutti (memorabile lo scambio sulla “guida granitica” di Stalin) e situazioni quotidiane che danno corpo ai dilemmi (che futuro può avere un movimento che idolatra un uomo solo?).
Se Menapace rappresenta l’efficienza spietata della repressione, Paolo Ravazzoli incarna la duplice tragedia di molti antifascisti: perseguitati dal regime e, infine, abbandonati dalla propria stessa famiglia politica.
Le origini di Ravazzoli sono profondamente radicate nel mondo operaio. Nato in una umile famiglia socialista di Stradella, la sua militanza nasce in fabbrica. Il suo ruolo divenne cruciale nel 1927, quando, dopo lo scioglimento ufficiale della Confederazione Generale del Lavoro (Cgdl) da parte della sua dirigenza riformista, egli si adoperò per ricostruirla in clandestinità. Questo lo pose come una figura di resistenza su due fronti: contro lo Stato fascista e contro il compromesso di una parte del vecchio mondo socialista.
La sua vita divenne quella di un uomo braccato, una “inafferrabile Primula rossa” che usava l’alias “Lino Santini”. L’episodio della “gaffe” del Tribunale Speciale, che arrestò per errore suo fratello maggiore, è un aneddoto che illumina la natura tanto implacabile quanto a volte caotica dell’apparato repressivo fascista.
Il dramma centrale della vita politica di Ravazzoli si consumò nel 1930. All’interno del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) si impose la cosiddetta “svolta”, una linea politica dettata dal Comintern ormai sotto il pieno controllo di Stalin. Questa strategia, basata su un’analisi errata che vedeva imminente il crollo del fascismo, ordinava ai quadri dirigenti in esilio di rientrare in Italia, esponendoli a un rischio altissimo di arresto e condanna.
Insieme a Pietro Tresso e Alfonso Leonetti, Ravazzoli si oppose a questa politica suicida. Il gruppo, che passò alla storia come “i Tre”, non esprimeva un dissenso puramente tattico. La loro era una critica ideologica alla cieca obbedienza del partito a Mosca e all’autoritarismo crescente della fazione stalinista, guidata in Italia da Palmiro Togliatti. La conseguenza fu inevitabile: nel giugno 1930, vennero espulsi dal partito, bollati come eretici “trotskisti” e traditori agli occhi dei loro stessi compagni. La persecuzione di Ravazzoli fu quindi duplice: cacciato da un totalitarismo, quello fascista, fu epurato ideologicamente da un altro, quello stalinista, che stava consolidando il suo potere.
L’espulsione gettò Ravazzoli in un deserto politico. Con Tresso e Leonetti fondò la Nuova Opposizione Italiana (N.o.i.), la sezione italiana del movimento trotskista internazionale. Ma le difficoltà erano immense: isolamento, mancanza di risorse, lotte intestine e la costante minaccia di infiltrazioni da parte sia dell’OVRA che degli agenti stalinisti.
Alla fine, deluso anche dal trotskismo, Ravazzoli trovò la sua ultima casa politica nel Partito Socialista di Pietro Nenni: un approdo dettato dalla stanchezza e dalla ricerca di uno spazio politico che mettesse l’unità dei lavoratori al di sopra dei dogmi settari. La sua fine è struggente e simbolica: costretto a tornare al lavoro manuale per mantenere la famiglia, muore nel 1940 per le complicazioni di un banale infortunio sul lavoro alle officine Renault di Billancourt. La sua morte, quasi anonima, è l’epitaffio di un combattente dimenticato, sconfitto su più fronti.
La forza più grande del libro di Lodigiani risiede nella sua struttura narrativa. Ancorando fenomeni storici di vasta portata [come le operazioni dell’OVRA o le purghe del Comintern] alle esperienze personali e tangibili di due uomini, l’autore rende la storia immediata e accessibile a un pubblico ampio. L’uso di passaggi quasi romanzeschi, come i dialoghi immaginati o la scena dell’incontro tra un giornalista e un Menapace ormai anziano, trasforma lo studio storico in un racconto avvincente. Lodigiani riesce inoltre a sintetizzare efficacemente decenni di ricerca specialistica, rendendo fruibili i lavori di storici come Canali e Franzinelli. La sua scrittura è accessibile: aperture di scena, dettagli di ambiente (la Parigi del ’34, un caffè, Le Figaro sventolato dallo strillone), dialoghi misurati: strumenti narrativi che non banalizzano la materia ma la rendono intellegibile a un pubblico ampio. Raccontare l’Ovra “dal basso” attraverso una coppia morale antitetica (carnefice/vittima) consente di vedere come lavoravano le spie (tecniche, coperture, lessico) e cosa provava l’altra parte, tra paranoia, povertà, faide interne e una solidarietà spesso fragile. L’epilogo e il prologo allargano il campo, mostrando la continuità degli apparati oltre il 1945 e persino il ricorso, nei primi anni Cinquanta, agli stessi uomini e agli stessi strumenti.
I casi esemplari che Lodigiani usa per raccontarci questa storia sono indubbiamente ben scelti: dall’“affaire Pavan-Savorelli” alla rete parigina fino al filone postbellico che passa da Gesualdo Barletta e dal progetto (mai riuscito) di restringere il campo democratico illegalizzando i comunisti nel 1953-54: un filo nero che collega Regime e repubblica fragile.
Il libro si apre con una scelta narrativa azzeccata: il capitolo “Trent’anni dopo” ci proietta direttamente negli anni Cinquanta. Qui scopriamo che Ermanno Menapace, la spia del Duce, è stato richiamato in servizio dai “settori deviati della polizia” della nuova Repubblica, per essere impiegato in un complotto anticomunista orchestrato da un altro ex funzionario dell’OVRA, Gesualdo Barletta.
Questa vicenda è il sintomo di un problema storico fondamentale: la mancata epurazione degli apparati statali dopo la caduta del fascismo. Molti funzionari di polizia, magistrati e burocrati compromessi con il regime furono reintegrati nei loro ruoli, spesso in nome della stabilità e della lotta al comunismo. Uomini come Barletta fecero carriera, ricevendo onorificenze dalla Repubblica che era nata dalla Resistenza antifascista. Iniziando la storia dal 1953, Lodigiani costringe il lettore a comprendere che la vicenda di Menapace non si conclude nel 1945. Le competenze e il personale dell’apparato repressivo fascista non furono smantellati, ma riconvertiti. La Guerra Fredda fornì la giustificazione ideologica per questa continuità, dove persecutori anticomunisti esperti erano considerati troppo preziosi per essere messi da parte. La Repubblica, nata dall’antifascismo, era quindi minata fin dalle fondamenta dalla permanenza di figure e mentalità del regime che aveva abbattuto.
La storia di Paolo Ravazzoli è un potente promemoria delle conseguenze a lungo termine della frattura tra stalinismo e le altre anime della sinistra. L’espulsione de “i Tre” fu parte di un processo globale di imposizione della conformità ideologica da parte di Mosca. Questo scisma creò una pesante eredità di sfiducia, settarismo e scomuniche che indebolì la sinistra italiana per decenni, minandone la capacità di presentare un fronte unito. L’isolamento tragico di Ravazzoli è il simbolo di questa ferita autoinflitta.
Il libro solleva implicitamente interrogativi profondi. Cosa trasforma un uomo come Menapace in uno strumento di repressione, apparentemente privo di empatia? Cosa sostiene un uomo come Ravazzoli attraverso decenni di persecuzioni da ogni parte? Emerge un potente contrasto sul concetto di lealtà: da un lato, la lealtà di Menapace come obbedienza cieca a un’ideologia e a un capo; dall’altro, la lealtà di Ravazzoli a un principio [l’unità del proletariato] che lo costringe a rompere con ogni partito a cui aderisce. È il conflitto eterno tra lealtà come sottomissione e lealtà come coscienza.
Nel libro rimane evidente un’asimmetria delle fonti: la sezione su Menapace è naturalmente più spettacolare e, proprio perché poggia anche su un testo auto-apologetico dell’agente, guadagna una “asimmetria di luce” che mette a fuoco l’infiltrato con maggiore nitidezza rispetto alla soggettività interiore di Ravazzoli, inevitabilmente più sfuggente. Lodigiani, va detto, segnala i rischi di questa prospettiva. A ciò si intreccia il nodo della continuità degli apparati nel dopoguerra: il capitolo su Barletta e il riuso postbellico di uomini e metodi è plausibile e ben ancorato alla storiografia, tuttavia il dossieraggio, per natura più rarefatto negli anni ’50, invita a ulteriori approfondimenti archivistici.
Dentro questa cornice si coagula pure un nocciolo filosofico. Ravazzoli incarna lo strappo fra principio e prassi; l’idea rivoluzionaria reclama disciplina, ma la disciplina senza dialettica si irrigidisce in idolatria del capo. È la pagina più attuale: quale prezzo paghiamo quando l’unità del fronte si fa monolite? La continuità degli apparati oltre la dittatura riapre poi una questione laica e civile: che cosa significa davvero epurare, e quanto a lungo sopravvivono strumenti e riflessi della sorveglianza quando cambia il regime ma non l’ecosistema istituzionale? In questo doppio etico-politico si misura, in definitiva, la posta in gioco del libro.
Roberto Lodigiani (1962), laureato in Lettere Moderne all’Università di Pavia con una tesi di Storia del Risorgimento, giornalista professionista, ha collaborato alle riviste “Storia e dossier”, “Storie di guerre e guerrieri”, “History”, “Storia in rete”. Ha pubblicato “La spia di Stalin. La vera storia di Carlo Codevilla” con Mursia (2015) e “Vincitori e vinti”, insieme a Fabrizio Guerrini, con Primiceri (2020).
Il libro:
La spia del Duce – esuli e infiltrati nell’Italia del Ventennio
Milano: Zolfo Editore, Collana Le storie, 2025, pagg. 264





