C’è un tipo particolare di mistero dove il crimine è un’assenza, un vuoto al centro della scena. Lo stadio di Wimbledon, romanzo d’esordio di Daniele Del Giudice, pubblicato nel 1983, è esattamente questo: una detective story sui generis, un’indagine metafisica il cui oggetto è un corpus di libri mai scritti. Il fantasma che infesta queste pagine è Roberto “Bobi” Bazlen, figura quasi mitologica della cultura italiana del Novecento, amico di Montale e Saba, scopritore di Svevo, eminenza grigia dietro la nascita di Adelphi e, soprattutto, un uomo che, pur possedendo un intelletto letterario formidabile, scelse di non pubblicare nulla in vita. La domanda che ossessiona il giovane protagonista del romanzo, e che funge da motore narrativo, è un semplicissimo: Perché?
Non si può comprendere il libro senza comprendere l’uomo che lo ha scritto. Daniele Del Giudice (1949-2021) aveva una sensibilità unica: forgiata dal suo lavoro di giornalista, dalla sua passione per la precisione tecnica e dal suo amore quasi mistico per il volo. Per Del Giudice, scrivere è un atto di percezione, e percepire è un problema etico, un “comportamento di fronte alla forma”. La sua prosa cerca di vedere il mondo con la lucidità di un ingegnere e la profondità di un filosofo.
La genialità del romanzo sta nell’aver trasformato la crisi narrativa del decennio precedente nel suo stesso soggetto. Del Giudice mette in scena la diffidenza verso il racconto. La ricerca del motivo del silenzio di Bazlen diventa una metafora della ricerca, da parte dello stesso autore, di una ragione valida per scrivere. Il libro è una partita a scacchi giocata contro un avversario assente, dove l’unica mossa vincente è capire perché il gioco stesso dovrebbe essere giocato.
La scelta di Trieste come epicentro dell’indagine è una dichiarazione di intenti. Trieste è una “dimensione mentale”, la cui identità porosa e malinconica incarna i temi del romanzo. È un luogo dove i fantasmi di Italo Svevo, Umberto Saba e James Joyce si aggirano ancora per le strade, rendendo ogni angolo un palinsesto di memorie letterarie. Inoltrarsi a Trieste significa inoltrarsi in una tradizione che ha fatto della “crisi del soggetto” e del concetto di “inettitudine” la propria cifra stilistica e filosofica. La sua geografia è una geografia dell’anima. Città di frontiera per eccellenza, sospesa tra Italia, mondo slavo e Mitteleuropa, Trieste è un luogo liminale, definito più dalle sue assenze e dai suoi confini che da un centro solido. Questa condizione di perpetua soglia rispecchia perfettamente la figura ibrida di Bazlen, figlio di padre tedesco e madre ebrea triestina, e la natura stessa del romanzo, in bilico tra finzione, saggio e reportage. La città è il correlativo oggettivo dell’incertezza.
Lo sguardo del narratore di Del Giudice su questo paesaggio è rivelatore. La prosa è caratterizzata da una precisione clinica, un’attenzione scientifica ai dettagli minuti, ma svuotati di ogni sentimentalismo. Si sofferma sullo “spigolo del marciapiede così risaltato” o sull’aiuola “senza terriccio o erba lungo il confine”. Questo è lo sguardo di un cartografo che sta misurando la forma esatta di un vuoto. L’autore persegue un deliberato “distanziamento protettivo”, un'”emotività trattenuta e dilazionata” , rifiutando esplicitamente una mimesi “fotografica” della realtà. Non vuole catturare l’essenza di Trieste; vuole tracciare i contorni dell’assenza che la definisce.
Al centro di questo vuoto mappato con tanta precisione sta l’assenza che lo genera: Roberto “Bobi” Bazlen (1902-1965). Il romanzo lo costruisce come un problema filosofico, un oracolo che comunica solo attraverso il silenzio. Per decifrarlo, è necessario partire dai fatti. Bazlen era un intellettuale triestino di prodigiosa cultura, un “portentoso e nascosto talent scout” che agì come un vero e proprio “catalizzatore di cultura”. Fu lui a spingere Montale a leggere La coscienza di Zeno di Svevo, fu consulente per Einaudi e altre case editrici, e soprattutto fu la mente visionaria che ideò il progetto editoriale di Adelphi. Il suo ruolo era maieutico: aiutava gli altri a partorire le proprie opere, a “diventare a poco a poco vivi” , senza mai produrne una propria. I suoi scritti furono pubblicati solo postumi.
La sua celebre affermazione, “Io credo che non si possa più scrivere libri. Perciò non scrivo libri” , è la chiave di volta. Il suo silenzio è una posizione critica, una sorta di “teologia negativa” della scrittura. Bazlen incarna lo scrittore che, giunto sulla soglia di questa “assenza d’opera”, sceglie di non varcarla, di rimanere in quello spazio di pura potenzialità. Come dice un personaggio del romanzo, cercando di spiegare il mistero di Bazlen: “la sua vita erano le altre persone, quello che lui poteva capire di loro, o fargli capire […] E quando ha scoperto che questo era il suo posto nella vita, non ha potuto più scrivere”.
Per navigare questo paesaggio di assenze e silenzi, Del Giudice forgia uno strumento di una precisione assoluta: il suo stile. La sua prosa, intendiamoci, non è mai carta da parati stilistica. È un meccanismo epistemologico. È un modo di conoscere. La sua fascinazione per la tecnologia, la fisica e l’aviazione fornisce la metafora chiave. La sua scrittura è concepita come una “macchina perfetta”, il risultato di un “lavoro di limatura delle parole” così meticoloso da puntare a una trasparenza quasi da laboratorio.
Questa scelta formale è, in ultima analisi, una scelta etica. Lo stile di Del Giudice è l’incarnazione di una “etica della scrittura” che è, prima di tutto, un’etica dello sguardo. È il rifiuto programmatico di quelle belle frasi che non significano niente, in favore di un linguaggio che lotta, che si sforza disperatamente di essere fedele alla relazione incredibilmente complessa e fragile tra chi osserva e cosa viene osservato, tra il soggetto e il mondo.
Dove ci porta tutta questa indagine metafisica, questa caccia al fantasma letterario?
Il percorso del narratore, e del lettore, culmina in un luogo tanto inaspettato quanto filosoficamente perfetto: il campo centrale dello stadio di Wimbledon, vuoto. Questo è il punto di fuga in cui tutte le linee tematiche del romanzo convergono per dissolversi. Un campo da tennis è uno spazio di pura forma: geometria, regole, linee, conflitto. Uno stadio vuoto è quello stesso spazio svuotato del suo contenuto, del suo dramma, della sua azione. È forma pura, potenziale puro. È il simbolo perfetto del genio letterario non attualizzato di Bobi Bazlen.
Lì, in piedi in mezzo a quell’erba sacra e a quel silenzio assordante, il narratore si scontra finalmente con il dilemma filosofico che Bazlen incarna, interpretabile attraverso le categorie aristoteliche di potenza e atto. Bazlen è l’Essere in Pura Potenza. È lo scrittore che conserva intatto, infinito, il suo potere-di-scrivere proprio perché sceglie di non scrivere. Perché scrivere un libro, qualsiasi libro, significa fare il grande, terrificante salto: passare dall’infinita e perfetta possibilità della potenza alla realtà finita, imperfetta, singola, di un atto. Bazlen rifiuta questo passaggio. Rimane, come direbbe Agamben, nella “presenza di ciò che non è in atto”. Un campione che non gioca mai una partita, e che quindi, in un certo senso, non può mai perdere.
In quel silenzio, in quella geometria vuota, la domanda che ha guidato tutta l’inchiesta finalmente si spegne. Il narratore non trova una risposta, ma sperimenta la dissoluzione della domanda stessa, che “ha perso importanza”. La rivelazione è un cambiamento di stato. L’intera contrapposizione tra vita e scrittura, tra fare e non-fare, si rivela per quello che è: una falsa dicotomia. Emerge una nuova consapevolezza, riassunta nella frase finale del percorso interiore del protagonista: scrivere “non è importante, ma non si può far altro”. Eccola qui. Una necessità senza nessuna giustificazione logica. Un gesto compiuto con la piena coscienza della sua totale contingenza. Un atto che non risolve il mistero cosmico dell’esistenza ma che, forse, ti permette di abitarlo senza impazzire.
Biografia
Daniele Del Giudice (Roma, 1949 – Venezia, 2021) è stato uno degli scrittori italiani più raffinati del secondo Novecento. Esordì con Lo stadio di Wimbledon (1983), scoperto da Italo Calvino, e pubblicò romanzi come Atlante occidentale e Staccando l’ombra da terra. Ha ricevuto premi prestigiosi, tra cui il Viareggio Opera Prima e il Campiello alla carriera.
Nota all’edizione
Lo stadio di Wimbledon è disponibile nell’edizione Einaudi Supercoralli (2021), con la celebre nota di quarta di Italo Calvino.




