Un gruppo di giovani soldati italiani sperduti in un mare di sabbia, lontani da casa e guidati da ufficiali grotteschi, quasi personaggi usciti da una satira di Collodi. No, non è l’incipit di un film dei fratelli Coen trapiantato nel Sahara, ma il nucleo de Il deserto della Libia, un libro del 1952 che Mario Tobino ha scritto riversandoci la sua esperienza di ufficiale medico durante quel disastro organizzato che fu la campagna italiana in Nord Africa. Sin dalle prime pagine, Tobino ci trascina in un deserto fisico e morale dove la realtà supera l’immaginazione: la follia della guerra, la luce abbacinante del Sahara e il grottesco di certi gerarchi fascisti diventano i protagonisti onnipresenti. Il potenziale per un cortocircuito narrativo è enorme: le vicende ed episodi oscillano continuamente tra il comico e il tragico, lasciandoci in bilico fra il riso amaro e il pianto catartico.
Per entrare davvero in questo libro, però, bisogna fare un passo indietro e mettere a fuoco il contesto. Mario Tobino visse in prima persona la guerra in Nord Africa: classe 1910, medico e ufficiale, fu schierato in Libia durante la Seconda guerra mondiale. L’Italia fascista, guidata dal generale Graziani dopo la morte di Italo Balbo, lanciò nel 1940 una maldestra campagna militare contro le truppe britanniche in Egitto. Quella che Mussolini chiamava retoricamente la conquista della “quarta sponda” (ossia la costa libica come estensione naturale dell’Italia) si trasformò presto in una farsa micidiale: soldati “con le pezze al culo”, equipaggiamenti da museo delle cere e una serie infinita di avanzate-e-subito-dopo-ritirate che umiliavano chiunque avesse un minimo di senso del ridicolo. L’unico risultato “notevole” ottenuto da quelle forze armate, nota amaramente Tobino, fu abbattere per errore in volo il proprio governatore Italo Balbo, evento reale del 1940, simbolo dell’assurdo di quella campagna.
Il merito supremo de Il deserto della Libia sta nella rappresentazione vivida e impietosa della follia intrinseca della guerra, in particolare di quella condotta dall’Italia fascista. Tobino, con il doppio sguardo clinico del medico e dell’uomo di lettere, mette a nudo la realtà pietosa e ridicola di un esercito allo sbando. La guerra, nelle sue pagine, smette di essere una faccenda di strategie e bollettini e diventa quello che è sempre stata: una tragicommedia umana recitata malissimo, su un palcoscenico di sabbia. L’autore ci descrive un esercito miserabile e abbandonato, composto in gran parte da ragazzi impreparati, “fanciulli mandati là […] al massacro”. I nemici di questi soldati non sono (soltanto) gli inglesi, figure quasi astratte all’orizzonte. No. Il vero nemico, il più letale e invisibile, è interno: è il comando inetto, è la burocrazia criminale, è la retorica assassina che li ha spediti a crepare nel nulla per il nulla.
Tobino allestisce una galleria di figure militari che farebbero sembrare Il Dottor Stranamore un documentario neorealista. Non stupisce leggere nel romanzo di generali come Graziani, caricati a tinte grottesche: “questo generale che non amava la guerra, ma il carnevale della guerra”. L’alto comando appare popolato di marionette in divisa, incapaci e autoreferenziali, più dedite a proclamare vittorie inesistenti e a stilare bollettini trionfali che a preoccuparsi dei propri uomini.
La satira feroce del militarismo fascista raggiunge l’apice nel personaggio memorabile del capitano medico Oscar Pilli, attorno a cui ruota una parte centrale del libro. Pilli è il fascismo distillato in un unico, terrificante esemplare umano. Messo a capo di un presidio per puro caso, trasforma la sua piccola oasi di potere in un laboratorio del terrore psicologico. Una macchietta tirannica e squilibrata ma terribilmente plausibile: “Era sadico, maniaco, era frenastenico, aveva la fuga delle idee, la smania dell’inconsulto” scrive Tobino, sfoderando termini quasi clinici per dipingere questo ufficiale fuori di senno. Il capitano Pilli (chissà quanto ispirato a figure reali conosciute dall’autore) trasforma il campo militare in un piccolo regno del terrore tragicomico, imponendo ordini assurdi, punizioni arbitrarie, comportamenti bizzarri. I suoi ex-colleghi, disperati, arrivano a complottare per liberarsene sfruttando l’unico strumento efficace nella giungla burocratica italiana: una delazione anonima alle autorità superiori. Qui Tobino raggiunge il suo apice: ci fa ridere, certo, perché le follie di Pilli sono obiettivamente comiche. Ma è un riso che si congela in gola, perché ogni sua bizzarria si traduce in sofferenza reale. Si percepisce lo stesso autore dibattersi tra la voglia di fargliela pagare e una specie di cupa pietà per l’intero “grande manicomio” che ha reso possibile un Pilli. Non a caso due maestri della commedia all’italiana come Dino Risi e Mario Monicelli hanno trovato ispirazione in queste pagine per i loro film: Scemo di guerra (1985) di Risi e Le rose del deserto (2006) di Monicelli sono entrambi liberamente tratti dal romanzo. La realtà descritta da Tobino era già una sceneggiatura pronta, talmente assurda da poter essere raccontata solo con il linguaggio della commedia più nera.
A che serve, alla fine, tutto questo circo grottesco, tutta questa parata di ufficiali sciroccati e soldati fantasma? Tobino usa la farsa per compiere un’operazione di salvataggio morale. Denunciare l’insensatezza della guerra e, nello stesso tempo, salvare dall’oblio gli uomini semplici che vi furono coinvolti. C’è indignazione nelle sue righe, ma c’è anche affetto per quei soldati sbandati, vittime di un gioco più grande di loro. In mezzo a tanto caos e stupidità, emergono infatti barlumi di dignità e cameratismo: Tobino non dimentica mai di sottolineare che “ci furono anche in Libia degli eroi”, ossia “chi non abbandonò l’amico, chi morì per nulla, sapendolo” È un’eroicità antiretorica, quella celebrata dall’autore: niente a che vedere con medaglie o fanfare, ma il semplice eroismo quotidiano di chi resta umano nell’inumano, di chi condivide l’ultima goccia d’acqua col commilitone assetato o lo trascina fuori dal campo minato. Sono episodi spesso minori, che Tobino lascia emergere con discrezione, ma fondamentali nel dare al libro un sottotesto etico: anche nella disfatta più totale, l’umanità individuale può brillare. È qui che il libro smette di essere solo un atto d’accusa e diventa un omaggio a una generazione che, pur “perduta” nel deserto, ha tenuto fede a valori semplici e indistruttibili: l’amicizia, la solidarietà, il rispetto di sé. Questi soldati umili rappresentano a tratti un’Italia possibile e migliore: proprio attraverso la loro disillusione e la loro rabbia matura l’embrione di un’Italia nuova, libera dalle menzogne.
Poi c’è il deserto. Tobino lo descrive in modo magistrale, con occhi da poeta e da esploratore dell’animo umano. Da un lato, c’è la rappresentazione concreta del paesaggio nordafricano: le oasi polverose con qualche palma, le dune infinite, il sole impietoso che smembra ogni ombra, le notti gelide sotto un cielo di stelle crudeli. Dall’altro, il deserto diventa una sorta di specchio metafisico: uno spazio vuoto che riflette e ingigantisce la condizione interiore dei soldati, facendo emergere miraggi e smarrimenti. Non è la scenografia intercambiabile di un film di guerra. No. Qui il deserto è un personaggio. Forse IL personaggio principale, una presenza viva, pulsante, che ti respira sul collo. Il deserto è silenzio, infinito, libertà e morte insieme. Tobino sottolinea come esso diventi per i suoi uomini una “riserva di sogni, di evasioni fantastiche, di storie leggendarie”.
Come si sopravvive, psicologicamente, a un posto che è la negazione di ogni coordinata? La risposta di Tobino è: con le storie. L’unico modo per non farsi inghiottire dal nulla è riempirlo di parole, di leggende, di fantasmi evocati attorno a un fuoco immaginario per ingannare la noia e, soprattutto, la paura. Il libro si apre quindi a scatole cinesi, a racconti nel racconto, digressioni che hanno il calore di un bivacco notturno.
La peculiarità di Tobino sta nell’intrecciare alla dimensione storica anche la sua prospettiva professionale unica: da psichiatra, egli vede follia dove altri vedono solo disordine, e vede possibilità di cura (umana, non medica) là dove altri vedono solo follia. In Il deserto della Libia questa visione profondamente umanistica e scientifica insieme si traduce in un trattamento dei personaggi che potremmo definire clinico ma empatico. Tobino osserva i suoi soldati come se fossero pazienti di un enorme ospedale da campo chiamato guerra: ne annota sintomi, crisi, momenti di lucidità e di delirio, con l’occhio del dottore; ma al contempo li ama come persone, ci parla e ci fa sentire il loro battito, con il cuore del poeta. Il taglio filosofico del libro lo eleva oltre la contingenza bellica. Tobino riflette sul destino, sulla libertà, sul rapporto fra l’uomo e la morte imminente. In certi passaggi pare quasi di sentire echi camusiani o nietzschiani (tipo quando nei deliri di Pilli e compagni affiora un nichilismo di fondo sul senso dell’esistenza). Tutto ciò rende Il deserto della Libia un libro sulla condizione umana di fronte all’assurdo, tema che certo rimane attuale e universale. Non occorre aver vissuto una guerra per sentirsi toccati dal racconto di Tobino: chiunque abbia mai sperimentato l’assurdità di certe situazioni nella vita, l’ottusità di qualche autorità, la sensazione di trovarsi in un deserto (magari metaforico) senza segnali, può rispecchiarsi in queste pagine.
Mario Pierippolito Tobino (Viareggio, 16 gennaio 1910 – Agrigento, 11 dicembre 1991) è stato uno psichiatra, scrittore e poeta italiano. Laureato in medicina, si specializzò in neurologia, psichiatria e medicina legale e lavorò a lungo come primario all’ospedale psichiatrico di Maggiano, vicino Lucca. Figlio di una famiglia benestante, esordì come poeta negli anni Trenta e debuttò in narrativa nel 1942. Durante la Seconda guerra mondiale prestò servizio come ufficiale medico in Libia (giugno 1940 – ottobre 1941), esperienza che ispirò Il deserto della Libia (1952). Autore prolifico e profondamente psicologico, ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Strega nel 1962 per Il clandestino.
Edizione di riferimento: Il deserto della Libia, Mondadori, Milano, 2011 (collana Oscar Moderni; con in appendice Il libro della Libia).




