Backstage Stories è una nuova rubrica di Carlo Calegari dedicata al rock. L’autore, un musicista poliedrico capace di spaziare da Bach a Berio, da Vivaldi al jazz, ci guiderà alla scoperta degli aspetti più sorprendenti di uno dei generi musicali più amati della cultura pop. Ogni articolo si conclude con un’essenziale guida all’ascolto.
Se provate a chiudere gli occhi e a pensare a Birmingham, non sentirete il rumore del traffico o il brusio di una metropoli moderna: sentirete la pulsazione del battito ritmico di un’incudine, il vapore pesante delle acciaierie e quel Diabolus in musica1 – l’intervallo del diavolo – che nel 1970 cambiò per sempre la storia della musica rock.
Il 5 luglio del 2025, a Villa Park2, quel cerchio magico e oscuro si è chiuso: Ozzy Osbourne ha salutato le scene nel “santuario” di Aston. Il mitico Back to the Beginning di Ozzy e dei Black Sabbath (l’incredibile reunion, dopo vent’anni, della formazione originale della band in un concerto live) è stato un’epifania, una processione laica dove il mondo del rock si è inginocchiato davanti al re dei suoni pesanti, al precursore di un genere, al maestro dei frontmen. Perché la verità, che piaccia o meno, è che prima dei Black Sabbath il rock era in gran parte fatto di fiori e utopie, di estati dell’amore e di cieli sereni: dopo di loro è diventato anche fumo, croci di metallo e abiti scuri, con la consapevolezza che la realtà sa essere a volte spaventosamente pesante. E quella stessa pesantezza, cinquant’anni dopo, sembrava essersi depositata tutta sulle spalle del frontman che ne era diventato l’icona assoluta, trasformando la fatica di un corpo stanco nell’ultima, eroica performance della sua vita.

Mentre Ozzy si agitava su un trono con la maestosità fragile di un vecchio re, la sua voce raccontava mezzo secolo di storia, e tra il pubblico l’emozione era qualcosa di fisico, palpabile. Non capita spesso di vedere i giganti del metal nelle vesti di fan riverenti, ma quella notte a Birmingham c’erano tutti, fisicamente o con lo spirito. James Hetfield dei Metallica ha ricordato spesso che senza quei quattro ragazzi scappati dalla fabbrica, lui oggi starebbe ancora a pulire garage. Ed è proprio questo il punto: Ozzy non ha solo cantato delle canzoni, ha segnato la via per intere generazioni per essere libere, controcorrente, “fuori dalle righe”. Nel backstage di Villa Park, la fila per l’ultimo abbraccio al Padrino sembrava il catalogo di un’enciclopedia del rock. Si racconta che Rob Halford, il frontman dei Judas Priest (e altro figlio illustre di quelle terre), sia rimasto a guardare l’intero set da dietro le quinte, mormorando a chi gli stava vicino che, dopo Ozzy, sarebbero stati tutti solo dei bravi imitatori.
Il legame tra Ozzy e i suoi discepoli è sempre stato viscerale. Pensiamo a Zakk Wylde, l’uomo che per decenni è stato lo scudiero e chitarrista talentuosissimo di Ozzy (dopo la tragica e prematura scomparsa dell’immenso Randy Rhoades) – incarnando la devozione assoluta verso il proprio mentore -, che quella sera suonò con una veemenza ed un trasporto incredibili.
Eppure, l’influenza di Ozzy ha scavalcato i confini del genere, arrivando a colpire artisti insospettabili come Post Malone o Corey Taylor, dimostrando che il Madman non è mai stato un relitto del passato, ma un sopravvissuto capace di attraversare decenni di eccessi e mode restando miracolosamente sé stesso. Perfino nei momenti più difficili della serata, quando la salute sembrava presentare il conto, è bastato un urlo verso le quinte — quel leggendario “Sharon”3 — per rimettere tutto in carreggiata, ricordandoci che dietro il mito c’è sempre stata una complessa, assurda e bellissima umanità.

Il momento più toccante, però, è rimasto quello dell’intesa silenziosa con Tony Iommi. Vedere l’Uomo dal “Riff di Ferro” accanto al Principe delle Tenebre, sotto la pioggia sottile e industriale di Birmingham, è stato come veder tornare a casa i reduci di una guerra che hanno vinto solo loro. Iommi ha costruito le cattedrali sonore di granito e Ozzy ci ha messo dentro i fantasmi, la disperazione e quella follia che ci ha fatto sentire tutti un po’ meno soli. Mentre le note di Changes sfumavano nel buio di Villa Park e i fuochi d’artificio illuminavano il cielo di Aston, era chiaro che non stavamo assistendo a una fine, ma a una consacrazione. Proprio pochi giorni dopo, la storica star del rock ci ha lasciati: se la terra di Birmingham lo ha ripreso definitivamente a sé, il resto del mondo non lo lascerà mai forse mai andare veramente.
Guida all’ascolto
1. Black Sabbath (dall’album Black Sabbath, 1970)
È l’inizio di tutto. Il brano si apre con il suono della pioggia e di una campana a morto, seguiti dal famoso “intervallo del diavolo” (il tritono) suonato da Tony Iommi. È la canzone che ha inventato l’heavy metal: lenta, spaventosa e implacabile.
2. War Pigs (dall’album Paranoid, 1970)
Qui si percepiscono la potenza sociale e la rabbia di Birmingham. È un atto d’accusa contro i potenti che mandano i poveri in guerra. Non scordiamo che la generazione dei Sabbath è cresciuta giocando tra le case e i palazzi bombardati dalla Luftwaffe. Il riff è monumentale e la batteria di Bill Ward ha un incedere jazzistico ma pesantissimo. È il manifesto del rock che diventa “impegnato” e oscuro allo stesso tempo. Attualissima, a mio modo di vedere.
3. Children of the Grave (dall’album Master of Reality, 1971)
Questa canzone è il prototipo del ritmo “galoppante” del metal moderno. Ha un’energia travolgente e un suono di chitarra ancora più profondo e distorto (Iommi iniziò ad accordare la chitarra più “in basso” per via delle dita amputate, creando involontariamente il suono doom). Rappresenta perfettamente la ribellione della gioventù dell’epoca.
Note:
- Il Diabolus in Musica identifica un intervallo fortemente dissonante. Storicamente evitato nella polifonia medievale per la sua estrema instabilità e “durezza”, è stato trasformato da Tony Iommi nel pilastro estetico della poesia dei Sabbath, elevando una proibizione armonica secolare a nuovo stilema evocativo del dark. ↩︎
- Per molti è solo lo stadio dell’Aston Villa, ma per Ozzy è il suono dell’infanzia. Cresciuto a pochi isolati di distanza, ad Aston, il giovane John Osbourne sentiva il boato dei tifosi dalle finestre della sua camera. L’ultimo saluto proprio nel posto dei suoi ricordi più lontani e dolci. ↩︎
- Figlia del celebre e temuto manager Don Arden, Sharon prese in mano le sorti di Ozzy nel 1979, subito dopo il suo traumatico allontanamento dai Black Sabbath. Oltre a essere sua moglie, è stata la stratega della sua intera carriera solista e l’ideatrice dell’Ozzfest, il festival che ha ridefinito il mercato del Metal globale negli anni ’90. Senza la sua determinazione manageriale e la sua capacità di navigare tra gli eccessi del rock e le regole del business, il talento erratico di Ozzy non avrebbe probabilmente superato l’isolamento degli anni Ottanta. ↩︎

