“C’è una riflessione che forse Sant’Angelo Lodigiano dovrebbe avere il coraggio di affrontare davvero, mentre si avvicina la visita del Papa. Non soltanto sul piano organizzativo, logistico o della sicurezza — aspetti ovviamente fondamentali — ma sul piano umano, culturale e civico”: Omar Damiani, capogruppo Voltiamo Pagina in consiglio comunale, in poche parole riassume una considerazione da affiancare, necessariamente, all’esultanza per l’arrivo in città di Leone XIV. Pubblichiamo di seguito il suo scritto, che condividiamo in ogni sfumatura, a partire dal ruolo dei migranti che la macchina organizzativa ha del tutto trascurato. Quasi Madre Cabrini non avesse speso la vita per loro. Quasi gli stranieri non fossero, attualmente, più del venti per cento della nostra comunità.
«C’è una riflessione che forse Sant’Angelo Lodigiano dovrebbe avere il coraggio di affrontare davvero, mentre si avvicina la visita del Papa. Non soltanto sul piano organizzativo, logistico o della sicurezza — aspetti ovviamente fondamentali — ma sul piano umano, culturale e civico.
Perché una visita del Pontefice non può ridursi al “countdown”, alla ricerca del posto migliore, alla gara di visibilità tra istituzioni, associazioni, gruppi o personalità locali. Non può diventare l’ennesima rincorsa al pass, alla foto, alla presenza “in prima fila”. Sarebbe un’occasione troppo grande per essere consumata così.
Mi hanno colpito le parole di Mons. Enzo Raimondi di qualche settimana fa. Osservava con amarezza che nessuno, nelle riunioni preparatorie, aveva nominato i migranti presenti nella nostra comunità. E ha aggiunto una frase eloquente: “Madre Cabrini li avrebbe messi in prima fila”.
È una questione che interpella profondamente Sant’Angelo.
Il nostro Comune non vive il tema dell’immigrazione in astratto. Lo vive ogni giorno. Con una presenza di cittadini stranieri regolari che supera il 21% della popolazione, contro una media provinciale attorno al 12%, Sant’Angelo è già oggi una comunità profondamente cambiata rispetto a pochi decenni fa.
Questo comporta inevitabilmente anche difficoltà, tensioni, problemi di convivenza e richieste di sicurezza che non vanno negate o banalizzate. Ma proprio per questo sarebbe superficiale fermarsi alla paura o all’ostilità identitaria come unico linguaggio pubblico possibile.
A volte, invece, prevale una certa fierezza definita “barasina” (come se essere barasini fosse quello) ostentata quasi come contrapposizione verso ciò che è diverso, straniero o nuovo, con epiteti che mirano a segnare una distanza come “baluba” o altri anche più offensivi. Un atteggiamento autodistruttivo che oggi rischia di apparire non solo distante dal messaggio cristiano di Santa Francesca Cabrini, ma persino anacronistico rispetto alla società reale che ci circonda.
Basta guardare il mondo dello sport, della scuola, del lavoro, delle nuove generazioni. L’inclusione, pur tra contraddizioni e problemi, non è più una teoria astratta: è già la normalità quotidiana per moltissimi giovani e studenti, che vivono amicizie, classi, squadre e relazioni senza le rigidità culturali che spesso caratterizzano il dibattito pubblico degli adulti.
Sono stato di recente per lavoro in una città del nord Europa e ad un certo punto mi sono ritrovato in un locale con persone di diverse etnie, tutti a ridere e scherzare: sembrava il mondo ideale che qui non esiste perché non vuole esistere.
Ed è forse qui la domanda più importante che la visita del Papa dovrebbe lasciare a Sant’Angelo: ci stiamo davvero preparando al suo arrivo?
Non soltanto con transenne, protocolli e organizzazione. Ma culturalmente. Moralmente. Civilmente. Ci stiamo chiedendo che comunità vogliamo essere dopo quella giornata? Oppure stiamo semplicemente aspettando un grande evento da esibire, per poi tornare esattamente come prima?
Le occasioni storiche hanno valore solo se producono una crescita collettiva. Se davvero vogliamo che ci sia un “prima” e un “dopo” occorre la volontà di produrre un’eredità. E forse il senso più profondo della visita del Pontefice nella città natale di Santa Francesca Cabrini sta proprio qui: ricordare a Sant’Angelo che una comunità non si misura da quanto sa chiudersi, ma da quanto riesce a riconoscere umanità anche negli altri, soprattutto nei più fragili.
Altrimenti resteranno le fotografie, il ricordo della giornata, forse l’orgoglio dell’evento. Ma sarà mancata la cosa più importante: l’occasione di diventare una vera comunità accogliente e multietnica».
Omar Damiani




