C’è un quesito che la politica europea evita accuratamente di affrontare: il riarmo è davvero la risposta a una possibile e imminente minaccia militare oppure rappresenta il tentativo di dare un nuovo sbocco a un modello industriale in crisi?
In Germania il caso più emblematico. Per decenni la nazione indicata come il motore economico europeo ha fondato la propria forza sull’automotive, sull’energia a basso costo proveniente dalla Russia e sulle esportazioni verso la Cina. Oggi tutti e tre questi pilastri sono entrati in crisi. L’industria automobilistica tedesca perde quote di mercato proprio in Cina, dove i produttori locali dominano ormai il settore; il costo dell’energia resta elevato e la competitività dell’intero sistema industriale si è ridotta.
In questo quadro il riarmo assume anche una funzione economica. Alcuni autori di Limes – la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo – sostengono che il cosiddetto “pericolo russo” costituisce soprattutto la cornice politica che rende possibile una gigantesca operazione di politica industriale: la vera spinta nascerebbe dalla crisi del modello manifatturiero tedesco e dalla necessità di creare nuovi investimenti pubblici in grado di sostenere occupazione e produzione. Il passaggio “dall’auto al cannone” diventa così la metafora della nuova stagione industriale europea.
Naturalmente la narrativa ufficiale insiste sulla necessità di prepararsi a una possibile aggressione russa. Tuttavia il dibattito geopolitico è molto meno uniforme di quanto emerga nel discorso pubblico. Lucio Caracciolo osserva che all’interno dello stesso mondo occidentale non esiste una valutazione condivisa della minaccia: Washington considera Mosca una potenza fortemente logorata dalla guerra in Ucraina mentre molti governi europei descrivono la Russia come un pericolo imminente per l’intero continente. Questa divergenza dimostra come la percezione della minaccia sia anche una costruzione politica, oltre che strategica.
Il punto più drammatico riguarda però l’Ucraina. Dopo oltre quattro anni di guerra, il conflitto si è trasformato in una gigantesca guerra d’attrito. Ogni avanzata viene pagata con perdite umane enormi da entrambe le parti. Molti analisti sottolineano che, senza una prospettiva diplomatica credibile, gli ucraini continuano a sostenere un costo umano devastante. Definirli semplicemente “eroi della resistenza” rischia di occultare una realtà molto più tragica: migliaia di soldati e civili continuano a morire mentre nessuna delle parti sembra in grado di conseguire una vittoria decisiva.
Un’ulteriore ipotesi, avanzata da alcuni osservatori, riguarda il rapporto tra guerra ed energia. Se nei prossimi anni l’Europa dovesse trovarsi nuovamente di fronte a costi energetici insostenibili o a una disponibilità insufficiente di gas, potrebbe riemergere la pressione economica per una graduale normalizzazione dei rapporti con Mosca.
Nel frattempo la coalizione dei “volenterosi”, quei governi europei che intendono assumere un ruolo più attivo nel sostegno militare all’Ucraina e nella costruzione di una difesa europea più autonoma, cercano di rafforzare il fronte del bellicismo. L’impressione, tuttavia, è che l’Europa proceda senza una strategia condivisa, oscillando fra dichiarazioni ambiziose e capacità operative limitate.
È proprio questo il nodo politico più evidente. L’Unione Europea appare oggi attraversata da divisioni profonde: sulle relazioni con gli Stati Uniti, sulla Russia, sulla Cina, sull’energia, sulla politica industriale e perfino sulla difesa comune. L’impressione diffusa è quella di una leadership incapace di elaborare una visione strategica autonoma, spesso costretta a rincorrere gli eventi anziché anticiparli.
In questo contesto, la posizione di Giuseppe Conte richiama un tema centrale: il crescente coinvolgimento militare dei cosiddetti “volenterosi” rischia di alimentare un’escalation e di allargare il conflitto. Allo stesso tempo, anche il continuo invio di armi all’Ucraina contribuisce a prolungare una guerra che continua a provocare un costo umano devastante oltre ad un rischio di allargamento. Prima o poi il conflitto dovrà essere negoziato: presentare il negoziato come una “resa” o rinviarlo in nome di una generica “pace giusta” rischia di allontanare una soluzione. La storia insegna che le guerre si concludono quasi sempre con un accordo i cui termini riflettono i rapporti di forza maturati sul campo.
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