Ieri, 20 giugno 2026, Papa Leone XIV ha attraversato una Sant’Angelo arroventata dal sole cocente, dallo stadio comunale Chiesa, lungo tutta la direttrice principale fino all’ingresso nella Basilica dedicata ai santi patroni Antonio Abate e Francesca Cabrini. Un evento che, con un’espressione rimbalzat di bocca in bocca, è stato definito “storico” in quanto più unico che raro. Una visita fulminea, fugace, quasi una meteora apparsa nel cielo e subito inghiottita. Questa potrebbe essere una buona metafora del passaggio di Leone fra noi, se si considera che un quotidiano nazionale di ispirazione cattolica come “Avvenire”, solo per fare un esempio, ha dedicato ampio spazio alla sua visita a Pavia e al legame con Sant’Agostino e quasi nulla a Sant’Angelo.
Per questo sorprende ancora di più l’attenzione del “New York Times” al passaggio di un pontefice in quello che il redattore definisce “un paesino”.
Per queste iniziali considerazioni, mi sembra urgente chiedersi cosa possa depositarsi nella mente e nel cuore di chi ha scelto di esserci, perché più importante di ciò che passa è quello che resta.
Il senso del segno lasciato da Leone credo stia nelle parole pronunciate di fronte ad una platea gremita di rappresentanti del clero e degli ordini religiosi (in primo piano le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù), di autorità civili, di appartenenti alle diverse correnti politiche e di fedeli. Parole rimbalzate poi dai maxi schermi appositamente predisposti in più punti della città, fino allo stadio dov’erano radunati bambini e ragazzi che partecipano alla proposta estiva degli oratori coi loro animatori e responsabili.
Forte, e non avrebbe potuto essere altrimenti, il richiamo alla vicenda di Francesca Cabrini, volata negli USA al seguito dei migranti italiani a cavallo fra ‘800 e ‘900, e morta poi nel 1917 a Chicago, la stessa città che ha dato i natali a Robert Prevost.
La geografia e la condivisione della medesima fede hanno stabilito il legame.
Il filo rosso, nella parole di Leone, è passato dalla spiritualità contemplativa unita all’opera concreta di una carità spropositata, derivate alla Cabrini dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù, dal ricordo di Papa Francesco che ha dedicato l’ultima enciclica “Dilexit nos” proprio all’amore al Sacro Cuore, per finire col sottolineare come egli stesso abbia voluto porsi, con il suo magistero, nel solco lasciato da Francesco con la sua prima esortazione apostolica “Dilexit te” dedicata all’amore per i poveri.
Fra le navate, oltre la mitezza della sua persona, una domanda ha scosso i presenti: “Cosa farebbe oggi Madre Cabrini se fosse qui?”, sottolineando come le questioni migratorie si siano profondamente modificate, esponendoci alla sfida di una complessità nuova.
L’oggi della storia reclama una risposta!
E’ indubbio come l’Italia sia divenuta un Paese di approdo, allo stesso modo in cui gli Stati Uniti d’America lo sono da sempre per coloro che aspirano alla libertà e alla possibilità di una vita dignitosa.
E se noi oggi, in un ribaltamento della storia, rappresentassimo il sogno europeo per tanti migranti, allo stesso modo in cui, per tanti nostri antenati, l’approdo a Ellis Island ha rappresentato il sogno americano?
In alcuni documentari facilmente rinvenibili su Youtube, si evidenzia come anche allora esistessero i trafficanti di uomini che chiedevano cifre spropositate a persone già allo stremo, per consentire loro l’attraversamento dell’Oceano. Quelle persone erano allora nostri connazionali e su quelle stesse rotte Francesca Cabrini si è imbarcata. La marginalità e l’esclusione producono sempre i medesimi mostri, ai quali solo uno scatto di profonda umanità può porre un freno.

Ieri la nostra piccola città si è rivestita dei colori vaticani, il bianco e il giallo. Un volta all’anno, a metà luglio, Sant’Angelo si veste dei colori delle violette, e si dà il via a un ricco calendario di appuntamenti tra il sacro e il profano per celebrare la nostra concittadina più illustre.
Viene da chiedersi: come mai, quella stessa Sant’Angelo, alla prova del voto, premia quelle amministrazioni che cavalcano una certa dose di ostilità nei confronti della componente straniera della propria cittadinanza?
A livello civico stento a riconoscere progetti che vadano nel senso dell’incontro fra culture, perché dalla reciproca conoscenza ciascuno possa sentirsi arricchito, venga ridato fiato alla mondialità e si plachino paura e diffidenza.
Esiste ormai parecchia letteratura che dimostra come il crescere della paura sia funzionale al mantenimento del potere, e come il crescere di microcriminalità e spaccio sia in diretta correlazione col crescere della marginalità e dell’esclusione.
Anche come Chiesa locale si potrebbero avviare piccoli progetti ecumenici che favoriscano il dialogo e l’incontro fra religioni e culture. Lo dico come esponente della fede cattolica, conscia del processo sinodale tanto caro a Papa Francesco che chiede la partecipazione laicale piena, ma a titolo assolutamente personale e grata per quanto già viene messo in campo.
Non avremo certo noi gli strumenti per risolvere le grandi crisi internazionali, ma anche prendersi cura del proprio territorio, se si considera che anche una piccola porzione fa pur sempre parte di un tutto, può avere la sua incidenza.
Siamo un “paesino” che rappresenta un punto minimo sulla mappa del mondo, dal quale più di centosettant’anni fa è volata via libera una colomba che oggi, incredibilmente, ci ha riportato in dono la visita di un Papa.
Il New York Times ha dimostrato come gli USA, Sant’Angelo, Francesca Cabrini e Leone XIV siano punti di una geometria che ha termini di descrizione suoi propri, oltre lo spazio – tempo.




