Sono attualmente in corso di sviluppo alcune profonde trasformazioni del sistema delle Regioni, che si presentano come enti dotati di un territorio e di una collettività, e che hanno la loro ragion d’essere nel carattere dell’autonomia: ovvero nella capacità di potere decidere su alcuni ambiti, a beneficio della comunità stanziata sul loro territorio.
Per comprendere tali trasformazioni, è necessario riprendere la loro evoluzione dall’inizio, che risale al 2001. Pertanto, attraverso una serie di interventi proverò a illustrare il cammino che da quell’anno si è compiuto, per rendere più comprensibile la direzione verso la quale il regionalismo italiano si sta indirizzando.
L’inizio è dunque un passaggio di venticinque anni fa, e precisamente la revisione costituzionale che – a inizio del terzo millennio – ha condotto a rafforzare l’impianto delle autonomie nella nostra Repubblica. Con l’espressione “impianto delle autonomie” si includono allo stesso tempo tutti gli enti territoriali: Comuni, Province e Regioni. Nel 2001 è sembrato necessario e promettente intervenire sulla Costituzione per rafforzare le loro prerogative rispetto allo Stato. E dunque si sono riscritte un gran numero di disposizioni della Carta fondamentale, con l’intento di accrescere le competenze di queste istituzioni e di valorizzare la loro prossimità al cittadino. Per questa ragione l’ente che ha ricevuto la maggiore attenzione è stato il Comune, in virtù della sua vicinanza alle persone, e alla sua capacità di dare risposte alle loro necessità. Ma anche Provincia e Regione hanno tratto benefici da questo intervento di modifica della Costituzione, che è rimasto contrassegnato dall’avvento di questo formula: si disse allora che si stava transitando alla Repubblica delle autonomie, e in quel passaggio storico si è veramente creduto in una rivitalizzazione del sistema autonomistico nel suo complesso.
La convinzione era che si potesse recuperare pienamente la dimensione di partecipazione democratica che le Regioni erano sembrate capaci di trasmettere alla nuova Repubblica nel momento dell’adozione della Carta repubblicana; ma che nei successivi cinquant’anni – o meglio trent’anni, visto che le Regioni ordinarie apparvero solo nel 1970 – si è poi dimostrata una speranza realizzatasi solo a metà. Perché le Regioni si erano affermate come enti di consistente attività amministrativa – soprattutto di carattere sanitario – ma solo debolmente come veicoli di maggior democrazia.
Nel 2001 si riaccesero dunque le aspettative, per una rinascita dello spirito regionalista e per un recupero in termini di democrazia. Ma quella riforma introdusse anche un elemento a sé, la cui attuazione non poteva essere granché chiara nel momento della sua ideazione. Si trattava della risposta che si provava a dare per contenere le spinte secessionistiche della formazione leghista, che dagli anni Ottanta puntava a un disegno di disgregazione dell’Italia repubblicana: la risposta andava sotto la formula di regionalismo differenziato. Per arginare le pulsioni separatiste sembrava utile la ricetta di una differenziazione di funzioni tra territori. E al suo apparire, quella formula apparve innocua e, piuttosto, capace di trasmettere elementi di vero rinnovamento al sistema politico nazionale, e anche all’assetto economico e sociale. Ma la sua autentica portata poté diventare più chiara solo negli anni successivi, come cercheremo di chiarire nei prossimi interventi.
(1, continua)



