C’è un momento preciso in cui la musica smette di essere un semplice evento acustico e si trasforma in una materia viva, plastica, capace di occupare lo spazio e stimolare la nostra percezione. È il punto esatto in cui il suono cessa di vibrare nell’aria per iniziare a costruire architetture nell’invisibile, diventando un’esperienza che non si limita all’ascolto, ma sfocia nell’immaginazione, nella suggestione, nella visione. In questa metamorfosi, la musica rivela la sua natura più alta: quella di un linguaggio capace di farsi paesaggio, racconto o, nei casi più profondi, una porta spalancata su dimensioni che la parola scritta fatica a contenere. È in questa terra di nessuno, dove la vibrazione si fa immagine, che il Metal rivela la sua anima più colta e ambiziosa: non semplice “pesantezza”, ma un viaggio intellettuale che sfida l’impronunciabile. A volte queste visioni prendono forma da suggestioni cinematografiche, iconiche o letterarie (in questo caso dalle pagine ingiallite di libri che narrano di orrori cosmici e città sommerse)1.
Nel 1984, i Metallica pubblicano il loro secondo album, Ride the Lightning2. In un contesto che, dopo l’adrenalina del primo album3, faceva presupporre una conferma di direzione, i Metallica sorpresero tutti voltando le spalle ai cliché del genere. Scelsero di chiudere il disco con un’autentica gemma di rara complessità: un poema sonoro di quasi nove minuti intitolato The Call of Ktulu. Per capire come una band di ventenni sia arrivata a tali fonti di ispirazione, bisogna conoscere la figura mitica del bassista della band, Cliff Burton4.

Il bassista era l’anima colta del gruppo: appassionato di Lovecraft ma anche profondo conoscitore della musica di Johann Sebastian Bach, egli fu il vero ponte tra la complessità strutturale del barocco e la potenza dell’Heavy Metal. Fu infatti la sua conoscenza armonica a permettere ai Metallica di distinguersi nella creazione di trame sonore di insolita ampiezza e profondità nel panorama di un genere solitamente apprezzato per altre caratteristiche precipue. La visione che ha ispirato la creazione di questo capolavoro affonda le radici in un immaginario ben preciso: nella mitologia di H.P. Lovecraft, Cthulhu è un “Grande Antico”, una divinità mostruosa che dorme nella città sottomarina di R’lyeh in attesa di reclamare la Terra. I Metallica scelsero la grafia “Ktulu” quasi come un rito apotropaico, rispettando la leggenda secondo cui anche solo scrivere correttamente il nome della creatura potesse accelerarne il risveglio. Ma la vera magia del brano risiede nella sua precisione architettonica, a partire dall’esposizione del tema: un arpeggio pulito ma denso di tensioni armoniche irrisolte, che agisce come un preludio d’attesa. È una narrazione pura che prende forma tra le note, affiorando da una nebbia densa e fatalista che sembra evocare le inquadrature di Quai des brumes5 di Marcel Carné. L’arpeggio iniziale, ostinato e sinistro, instilla un senso di inquietudine immediata, una finta calma che non riesce a nascondere tensioni. Il basso di Burton, con gli effetti del pedale wah-wah6 , smette di essere uno strumento meramente ritmico per trasformarsi in qualcosa di diverso: sentiremo questo strumento emettere ruggiti metallici e lamenti sordi che sembrano la voce stessa della creatura che si agita sul fondo dell’oceano. Non c’è un ritornello a cui aggrapparsi, né una sezione che offra riparo al dramma: tutto il brano è un viaggio ossessivo che cresce fino a un finale parossistico, lasciando l’ascoltatore con una pura sensazione di vertigine e confusione. The Call of Ktulu è il manifesto di una musica che sa essere colta senza essere snob. È la prova che il Metal può rifrangere luci e ombre della grande letteratura e della musica cosiddetta “colta occidentale”, presentandole sotto l’egida di una nuova estetica, non meno dinamica e stimolante. In un’epoca di canzoni scritte per il consumo rapido, ricordare la maestosità di Ktulu significa rivendicare il diritto della musica di essere anche un viaggio profondo e complesso, uno spunto di riflessione, un arricchimento.
Guida all’ascolto
The Call of Ktulu è l’ottava e ultima traccia di Ride the Lightning, secondo album in studio dei Metallica.
Note:
- Il fascino per i mondi sommersi attraversa la storia della musica molto prima dell’avvento del Metal. Si pensi a La Cathédrale engloutie di Claude Debussy (1910), dove il mito della città sommersa di Ys emerge tra armonie arcaiche e flutti sonori; a Richard Wagner, che nel preludio de Das Rheingold (1869) descrive con un unico, immenso accordo la profondità primordiale del letto del Reno; o ancora a Felix Mendelssohn, che nell’Ouverture Le Ebridi (1830) traduce in musica l’eco cupo e monumentale dell’oceano all’interno delle grotte marine. In tutti questi esempi, come in The Call of Ktulu, la musica smette di essere semplicemente suono per farsi massa, pressione atmosferica e visione interiore. ↩︎
- Metallica, Ride the lightning, Megaforce Records (distribuzione Elektra Records), 1984. ↩︎
- Metallica, Kill ‘Em All, Megaforce Records, 1983. ↩︎
- Clifford Lee Burton (1962 – 1986) è stato il pilastro armonico e l’anima intellettuale dei Metallica dal 1982 al 1986. Musicista di formazione superiore, Burton si distinse per un approccio al basso del tutto rivoluzionario: formatosi attraverso lo studio del pianoforte classico (e profondo conoscitore della teoria musicale), portò nel Thrash Metal una sensibilità contrappuntistica e un gusto per la composizione d’ampio respiro rari per l’epoca. Il suo stile “lead bass”, caratterizzato dall’uso sapiente di distorsione e pedale wah-wah, ha trasformato lo strumento da semplice supporto ritmico a voce solista e narrativa. La sua scomparsa prematura, avvenuta il 27 settembre 1986 in un tragico incidente stradale durante il tour europeo in Svezia, ha privato il mondo della musica di uno dei suoi innovatori più luminosi. ↩︎
- Quai des brumes (titolo italiano: Il porto delle nebbie): celebre film del 1938 diretto da Marcel Carné, sceneggiato da Jacques Prévert e interpretato da Jean Gabin. L’opera è considerata il manifesto del “realismo poetico” francese, una corrente cinematografica caratterizzata da atmosfere nebbiose, crepuscolari e fataliste, in cui i paesaggi urbani e portuali diventano specchio psicologico della solitudine e del destino ineluttabile dei protagonisti. ↩︎
- Wah-wah: celebre pedale per effetti che altera il timbro della chitarra o del basso elettrico modificandone la risposta in frequenza (agendo come un filtro passa-basso mobile). Il movimento del piede sul pedale crea un suono onomatopeico simile a una voce umana o a un lamento, alternando toni cupi a suoni più acuti e graffianti. ↩︎

