Incontro Andrea Pezzino nel parcheggio antistante la palestra in via Cristoforo Colombo a Sant’Angelo Lodigiano, in quell’angolo di città conosciuto come “Le botteghe”, al quartier Pilota. E’ un pomeriggio feriale e il sole, a volte indeciso, contrasta le folate di vento che attenuano il calore.
Adrea sorride, tende la mano: finalmente, dopo un primo contatto telefonico avvenuto quella stessa mattinata, ci conosciamo di persona. Mi lascia un momento per salutare, con fare giocoso, un gruppetto di ragazzi sul piazzale.
E’ una persona aperta, tanto che già al telefono si era lasciato andare al racconto senza neppure attendere le mie domande. Da subito si è creata una buonissima intesa che mi ha portato a capire come avessi colto nel segno quando, sul finire della scorsa estate, avevo pensato che qualcosa stava finalmente cambiando al quartiere Pilota. E che qualcuno, pronto alla stessa scommessa di altri coraggiosi che hanno intravisto luci nelle periferie degradate, stava dimostrando di non aver paura di sporcarsi le mani.
Ben lontano dall’essere un progetto di riqualificazione immobiliare, quella nuova palestra – pur ospitata negli spazi commerciali che da anni avevano abbassato le saracinesche – poteva, davvero, essere il punto di partenza per arrivare al vero obiettivo: riqualificare le persone.
Accompagnata da Andrea, col quale già sto riprendendo il filo della conversazione interrotta qualche ora prima, entro nella struttura in cui tutto appare nuovo e sobrio.


Dall’esterno colpisce la lunga fila di serrande che hanno richiesto un faticoso lavoro di ripulitura e che ora sono state decorate sotto la guida, e con il tocco artistico, di un writer professionista.
All’interno la luce è soffusa. Sul lato destro si trova l’ufficio per le pratiche amministrative, di fronte due spogliatoi, con bagni e docce ben tenuti e con le pareti dipinte con tonalità tenui.
Sul lato sinistro si sviluppa, per il lungo, un open space che occupa lo spazio dei precedenti esercizi commerciali, uno spazio totalmente ripensato per il sociale e non per il lucro.
Andrea mi racconta i vari step dell’allenamento, ai quali corrispondono spazi ben precisi: il ring, i sacchi che penzolano numerosi dal soffitto, l’attrezzistica per la preparazione atletica. In quest’ultima parte della palestra incontriamo Daniele Melis, il suo socio.

Andrea parla e io capisco che il pugilato, lo sport cui è dedicata la palestra, è tutt’altro che violenza fuori da ogni regola, e sempre più mi rendo conto di come ci si possa ritrovare una metafora della vita: i limiti ben definiti di uno spazio in cui il confronto diventa possibile, la lealtà dell’incontro nel rispetto di regole condivise, i colpi che ti possono abbattere dai quali difendersi o dopo i quali rialzarsi, l’angolo (il punto peggiore) che intrappola e dal quale imparare ad uscire.
Si tratta di uno sport che richiede una disciplina ferrea alla quale non tutti riescono a sottoporsi, ma che aiuta i ragazzi che lo praticano a formarsi il carattere e a costruire una solida struttura mentale.
«Non importa – dice Andrea – che tutti diventino campioni di boxe (anche se, fra chi frequenta, c’è chi pratica già l’agonismo)». Pezzino sogna di veder tornare qualcuno dei ragazzi fra qualche anno e magari scoprire che è diventato un buon papà, o ha un lavoro, perché questi sono i reali obiettivi da raggiungere.
Nel frattempo mi racconta di come tra chi frequenta la palestra già si possa apprezzare un lieve calo della dispersione scolastica: qualcuno ha scelto di ritornare fra i banchi, ad altri è stato proposto una sorta di praticantato al fianco di artigiani. Ragazzi difficili con storie che li hanno fortemente segnati, per i quali bisogna tentare con tutte le forze di disegnare una strada percorribile, diversa da quella che il destino sembra aver già deciso per loro.
Rientriamo verso l’ufficio nel quale ci raggiunge anche Daniele, e provo a porre qualche domanda.
Quando e come nasce l’idea di aprire una palestra al quartiere Pilota?
Andrea – L’idea è nata passando tutte le sere davanti a questo posto e dal vederlo abbandonato. Io e Daniele, che da anni pratichiamo il pugilato insieme, abbiamo sempre desiderato avere un posto nostro. Lui, che viene dal mondo dell’educazione, ha sposato subito la mia proposta. Quando gli ho detto di questo posto siamo venuti a vederlo incontrando Monica Guarischi, presidente Aler, che ha appoggiato quel progetto che poi noi abbiamo depositato in Regione e che abbiamo chiamato “Uscire dall’angolo”. Abbiamo pensato che si poteva venire incontro alle esigenze del quartiere portando i ragazzi a venire in palestra ad allenarsi.
Dovessimo raccontare di voi: chi sono Andrea Pezzino e Daniele Melis?
Andrea – Io sono un ex agonista, oggi insegno pugilato per passione. Sono un imprenditore, e vivo il lavoro con gli adolescenti come una vocazione. Mi colpiscono molto i bambini e le situazioni di difficoltà che io stesso ho vissuto e per via delle quali riconosco sempre i loro bisogni. Quando da giovane frequentavo la palestra, di ragazzi come me ce n’erano diversi, oggi però Daniele ed io ci mettiamo in rapporto con loro in modo diverso da come accadeva ai nostri tempi, e sono i ragazzi stessi che ci confermano che questo nostro approccio è positivo. Noi lavoriamo con loro con pazienza, li accogliamo con tanta passione. il pugilato per noi è la chiave per comunicare. Sono ragazzi difficili che non comprendono da subito la disciplina, le regole. Vengono attratti dal diventare più forti, sicuri, dal tirare pugni, ma questo per noi è una sorta di specchietto per le allodole, un mezzo per portarli in palestra per poi aiutarli a crescere.
Daniele – Attualmente lavoro come docente di educazione motoria nelle scuole di Caselle Lurani, Pieve Fissiraga e Muzza. Il mio trascorso è quello di educatore, ho lavorato per tanti anni in questo ruolo in una comunità minori, in un centro ricreazione giovani, nell’assistenza domiciliare, principalmente con minori problematici spesso implicati in questioni legali. Sono un appassionato di pugilato, oltre che un ex pugile. Ho conosciuto Andrea parecchi anni fa e con lui abbiamo fatto un percorso comune sull’insegnamento del nostro sport. Non è stato immediato pensare al risvolto educativo che poteva prendere il progetto, non ci aspettavamo di dover fare un lavoro così grande da questo punto di vista. Ma abbiamo preso la palla al balzo perché ci rendevamo conto che eravamo predisposti per farlo.

Che tipo di investimento finanziario e anche umano ha richiesto il progetto, e come siete riusciti a trovare i fondi?
Daniele – Da parte nostra c’è stato un investimento iniziale non indifferente. Con la nostra associazione siamo dovuti ricorrere a un prestito, che dovrà essere restituito sfruttando progetti specifici e le quote delle nuove iscrizioni. Ci sono istituzioni come il Comune e l’Aler che ci supportano, da parte nostra puntiamo ad ampliare ulteriormente il progetto per il quartiere e la città.
Perché proprio la boxe?
Andrea – Perché la boxe è uno sport storico, che già si praticava nell’antico Egitto. La sua valenza formativa è molto importante: i ragazzi, oggi in crisi d’identità, possono trovare grazie a questo sport fiducia in sé stessi e autostima, perché non è possibile salire sul ring senza credere in sé stessi. Tutti gli sport lasciano qualcosa, ma quelli individuali richiedono una crescita personale, fatta di valori e di consapevolezza. A ragazzi che non sanno accettare i “No” si propone il pugilato, che è pieno di “No”. Il maestro non può essere accondiscendente. Laddove i ragazzi fantasticano sui soldi facili, nel pugilato trovano una proposta nella quale niente è facile, in cui c’è un continuo sacrificarsi: è un modo di affrontare le cose che deve diventare uno stile di vita. Facciamo un esempio. Per combattere bisogna rimanere nel peso: e questo richiede una grande disciplina, diversamente non si può combattere. Se ci sono dei limiti occorre superarli, e tutto questo permette il passaggio dall’essere ragazzo al diventare uomo. Se non formiamo campioni, per lo meno formiamo delle brave persone.
Chi frequenta la palestra? E’ cambiata la frequentazione rispetto ai primi tempi, e come?
Daniele – Senza dubbio è cambiata. I nostri progetti hanno stimolato sin dall’inizio una grande affluenza, una grande partecipazione dei ragazzi del quartiere. Ne siamo stati davvero felici, perché quello che ci eravamo proposti era sfruttare l’input iniziale per avvicinarli alla palestra per farli mettere in gioco. Sappiamo bene che il pugilato è uno sport molto duro e difficile e che comporta una selezione naturale, soprattutto fra chi è attratto dall’idea di soldi facili. Ad ogni modo l’utenza iniziale è sicuramente cambiata. Non si tratta più solo di persone che vengono in palestra per la boxe, ma di gente che ci frequenta anche solo per parlare, bere un caffè, raccontare i propri problemi. C’è chi ci porta il curriculum come se fossimo un’agenzia di collocamento, chi viene per fare veri e propri colloqui. Questo ci rende consapevoli che il pugilato, a fronte di questo tipo di richieste, da solo non basta.

Del quartiere Pilota si sente parlare quasi sempre in termini problematici. Il vostro progetto è una scommessa. Qual è, e quale potenziale porta con sé?
Andrea – Abbiamo l’ambizione di diventare un riferimento per il quartiere, che anche le famiglie si avvicinino pian piano a questa realtà, come già fanno i giovani. Riteniamo importante lavorare in sinergia con le famiglie, in modo da proseguire il loro lavoro educativo anche quando i ragazzi sono con noi. Tranne qualche eccezione, siamo ben voluti. Noi comunque dobbiamo andare oltre i pregiudizi e rimanere focalizzati sul lavoro che vogliamo fare, perché se io e Daniele dovessimo avere qualche tentennamento il progetto fallirebbe. Possiamo avere degli scontri, ma quando poi individuiamo un obiettivo comune andiamo entrambi nella stessa direzione.
Potete fare un primo bilancio tra ostacoli, aspettative, risultati?
Andrea – Il bilancio è certamente positivo. Anche i ragazzi che non entrano in palestra hanno imparato a contenersi e a ridurre i comportamenti provocatori. Forse siamo troppo ottimisti, ma siamo convinti che, grazie al modo di vedere le cose che apprendono con noi, stanno iniziando a formarsi una coscienza diversa. All’inizio fuori dalle palestra buttavano a terra di tutto, c’era una gran sporcizia. Dopo tanto lavoro oggi si apprezzano i primi miglioramenti, che riguardano il rispetto dei tempi, dei luoghi e degli spazi personali. Vorremmo aiutarli tutti, ma sappiamo che non è facile. Ci sono ragazzi che hanno già a che fare con procedimenti penali o sono addirittura agli arresti domiciliari: noi collaboriamo con gli assistenti sociali e i magistrati per poterli riportare in palestra, diamo sempre la nostra disponibilità ad accoglierli perché ne vediamo i benefici. La mamma di due bimbi, pochi giorni fa, mi ha abbracciato con le lacrime agli occhi e ci ha ringraziato. Ha perso il marito da poche settimane e i bambini (5 e 3 anni) hanno iniziato a venire in palestra per svagarsi un po’: per loro è un piccolo momento di felicità che finisce per dare anche a lei un po’ di conforto.
Daniele – Questa è una delle famiglie che rientrano nel progetto “Adotta un pugile”. In particolare Toys World di Sant’Angelo, il cui titolare è Giuseppe Cerri, nel periodo natalizio ha raccolto il corrispettivo per la copertura di una retta annuale della palestra a sostegno di quei ragazzi che per vari motivi non possono permetterselo. La cifra raccolta, in questo caso, è stata donata ai due bambini rimasti orfani del papà.
Da una parte l’istituzione municipale, dall’altra la parrocchia: cosa c’è da dire riguardo all’esistenza di una rete per il riscatto sociale?
Daniele – Abbiamo recentemente avuto in Comune un colloquio con gli assistenti sociali per discutere dei vari progetti che stiamo mettendo in atto. In programma c’è anche un incontro con i ragazzi, un educatore e gli assistenti sociali in vista di altri progetti, proprio perché l’intenzione è quella di espanderci per provare a rispondere meglio alle diverse esigenze.
Andrea – Per quanto riguarda la parrocchia ci piacerebbe molto avere un incontro; il nostro sindaco, Cristiano De Vecchi, più volte si è proposto di presentarci don Alberto Curioni, che è l’attuale vicario parrocchiale. Sappiamo della sua attenzione per i giovani e ci piacerebbe molto poter collaborare con lui.
Già in quella telefonata mattutina, Andrea mi raccontò di come anche ai suoi tempi tra i ragazzi girassero i coltelli e la cosa importante non fosse condannare il fatto in sé, ma cercare di capire le ragioni che portano a vivere la violenza come un atto normale. Nascere in una condizione di disagio non può essere in nessun caso considerata una colpa. Ricordiamo che queste sono le prime generazioni per le quali ormai non esiste più un ascensore sociale capace di rendere possibili condizioni di vita migliori rispetto a quelle dei padri. «Il fallimento dei ragazzi – afferma Pezzino con convinzione – altro non è se non lo specchio del fallimento di noi adulti».
La marginalità perseguita, come l’angolo di un ring nel quale rinchiudere alcune categorie sociali sulle quali far ricadere le colpe, non fa che acuire i problemi. Cresce la rabbia sociale perché a quindici anni questi ragazzi si sentono già sconfitti. Fanno uso di sostanze, spacciano, perché da soli non riescono a immaginare una versione migliore di sé stessi, cadendo vittime del pifferaio di turno.
Andrea e Daniele hanno occhi capaci di individuare i talenti nascosti, che siano una struttura fisica di un certo tipo o una buona manualità, attraverso i quali far intravedere il possibile riscatto senza far pesare un giudizio.
La marginalità accresce la rabbia, la rabbia spinge alla violenza e all’illegalità che a loro volta alimentano nella collettività quel senso di insicurezza che porta la gente a invocare la repressione e il pugno di ferro, senza nemmeno provare a cercare di risolvere i problemi che sono alla base dei comportamenti di chi si sente emarginato e accrescendo il danno, incalcolabile, in vita perduta.
Una palestra di pugilato sul confine di una periferia che si affaccia sul resto della città, alla ricerca di un dialogo, ristabilisce invece proprio quell’inclusione capace di frenare i comportamenti violenti e la reiterazione dei reati. Rende possibile passare dalla diffidenza all’amicizia anche fra ragazzi appartenenti a ceti diversi.
Uscendo un ragazzo, giunto con la sua auto in quel momento, chiede: «E’ possibile iscriversi? ho qui la sacca, posso iniziare ad allenarmi già oggi?».
L’educazione rimane la scommessa migliore, quella che nessuno di noi può permettersi di perdere.






