C’è qualcosa di inesorabile nelle grandi storie sulla terra e sui suoi abitanti. Come in Cent’anni di solitudine, dove i Buendía sembrano impigliati in un destino più grande di loro, o in Cristo si è fermato a Eboli, dove Levi racconta il Sud come un luogo immobile e dolorosamente reale, anche in Le terre del Sacramento di Francesco Jovine la terra non è un semplice sfondo. È la protagonista silenziosa di un dramma che si ripete con variazioni minime, il luogo dove il potere si sedimenta, il teatro della più antica delle lotte: quella tra chi possiede e chi lavora.
Romanzo pubblicato nel 1950 e vincitore del Premio Viareggio, Le terre del Sacramento è la storia di un’Italia rurale e profonda, che nell’immaginario paese di Calena (trasparente alter ego del Molise) trova una sintesi quasi epica della sua miseria e del suo orgoglio. Ci sono latifondisti, contadini, avvocati e intellettuali illuminati, tutti avvolti in un sistema di potere che si spaccia per naturale ma che è, in fondo, solo il risultato di secoli di ingiustizia.
Jovine intreccia la storia di personaggi emblematici – dal latifondista Enrico Cannavale, apparentemente intento a risanare la sorte della sua proprietà, al giovane idealista Luca Marano, che tenta invano di mediare tra la dura realtà dei contadini e i meccanismi di un sistema ingiusto – in una narrazione che è tanto epica quanto tragica. La trama, pur contenendo spunti di una rivolta imminente e inesorabile, si fa portatrice di una riflessione più ampia e moderna: la denuncia dell’arretratezza che non è solo geografica, ma anche culturale e politica. È un invito a non accettare passivamente l’ordine costituito, un monito contro la deriva autoritaria che, oggi più che mai, rischia di ripetersi.
Marano, è un giovane di belle speranze, uno che studia legge e crede che la parola “riforma” significhi qualcosa. È l’intermediario tra il mondo antico e quello nuovo, tra la terra e il diritto, tra la tradizione e la speranza. Si scontra, però, con la durezza della realtà: le terre del Sacramento, un tempo appartenute alla Chiesa, sono finite nelle mani dei soliti noti, e i contadini, invece di diventare padroni del loro destino, restano incatenati a una servitù senza redenzione.
Non è difficile vedere in questa storia un’eco dei grandi romanzi sociali dell’Ottocento, da Germinal di Zola a I Malavoglia di Verga. Eppure, Jovine non è né Zola né Verga: il suo è un realismo che cerca di cogliere anche il guizzo, il barlume, il gesto di ribellione che ogni tanto squarcia il fatalismo del mondo contadino. C’è un che di epico, quasi di tragico, nella lotta per la terra, ma è un’epica che non concede sconti: non ci sono eroi, e le rivolte finiscono inesorabilmente in un bagno di sangue.
Lo stile di Jovine è secco, essenziale, figlio del verismo ma capace di momenti di grande lirismo. Se Verga raccontava la rassegnazione dei suoi personaggi con un distacco quasi crudele, Jovine lascia trasparire una partecipazione più accorata, una tensione etica che non si trasforma mai in predica, ma che attraversa tutta la narrazione. Il suo è un romanzo di denuncia, sì, ma senza semplificazioni: non c’è solo il conflitto tra il padrone e il servo, ma anche il grigio della mediazione, della corruzione, delle mezze misure che finiscono per spegnere ogni rivolta.
Se fosse un film, Le terre del Sacramento sarebbe girato con una fotografia sporca e polverosa, con inquadrature lunghe sui volti segnati dei contadini e sulle mani callose che stringono zolle di terra. Sarebbe un film lento, con dialoghi misurati e improvvise esplosioni di violenza. E probabilmente non avrebbe un lieto fine.
Perché leggere oggi Le terre del Sacramento? Perché in un’Italia che si dibatte ancora tra nord e sud, tra poveri e ricchi, tra chi si prende tutto e chi resta a guardare, la storia raccontata da Jovine non è affatto passata. Il libro parla di potere, di proprietà, di terre promesse e mai restituite. Parla di persone che si illudono di cambiare le cose e di altre che sanno che non cambierà mai nulla. Parla, in fondo, di noi.
L’edizione più recente del romanzo, pubblicata da Santelli Editore nel 2024, offre l’occasione per riscoprire un’opera che merita di essere letta con occhi nuovi, non solo come documento storico, ma come monito. Perché chi non conosce il passato è condannato a ripeterlo. E certi errori, specialmente quelli politici, sembrano avere una preoccupante tendenza a tornare di moda.
Francesco Jovine (1902–1970) è stato uno dei più significativi scrittori e giornalisti italiani del Novecento, profondamente radicato nel contesto culturale del Sud Italia. Cresciuto in un ambiente modesto, Jovine ha saputo trasformare la sua esperienza personale e la dura realtà contadina in una narrativa potente, capace di denunciare le ingiustizie sociali e di celebrare, al contempo, l’epica della vita rurale. La sua opera, che include anche altri romanzi e racconti, è spesso caratterizzata da una profonda attenzione alle tematiche sociali e politiche, e rimane un punto di riferimento imprescindibile per chi intende comprendere le dinamiche del meridionalismo e le trasformazioni della società italiana nel corso del Novecento




