8 marzo. Si moltiplicano le iniziative, le manifestazioni, gli incontri e le feste delle donne, sulle donne e per le donne. È una data che scandisce il calendario delle tante ricorrenze a cui ci siamo abituati e che negli anni hanno mutato nel significato e nelle modalità di interpretazione e di partecipazione.
Il mondo sta cambiato, stiamo cambiando noi e sta cambiando il femminismo. In pochi anni stiamo affrontando trasformazioni epocali che abbiamo la necessità di indagare e capire anche attraverso la lente del femminismo. Pensiamo alla globalizzazione, al neocolonialismo, alle migrazioni. Un mondo sempre più brutale dove è stata legittimata la guerra, la deportazione, la compravendita di terre ed esseri umani. È in atto una strategia di rimozione e cancellazione della storia del Novecento, di revisionismo culturale. Il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni lo dice: “noi siamo la storia” e afferma anche una strategia di rimozione, neutralizzazione e manipolazione del femminismo. È in atto un contrattacco patriarcale che vuole imporre il controllo sulla libertà femminile e che usa le rivendicazioni femministe in chiave razzista e xenofoba, che considera musulmani e migranti come nemici, ma usa un’empatia infida verso le donne musulmane, che utilizza i diritti delle donne come pretesto per esaltare lo scontro di civiltà e motivare la guerra come umanitaria.
Chi siamo quindi? Cosa ci unisce (e ci divide)? I movimenti femministi si sono manifestati con la forza di un’alternativa politica. La pietra miliare a livello internazionale è la prima conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla condizione della donna tenutasi a Città del Messico del 1975, cinquant’anni fa. La Conferenza, assieme al Decennio delle Nazioni Unite per le Donne (1976-1985) proclamato dall’Assemblea Generale cinque mesi più tardi, diede inizio a una nuova era negli sforzi globali per promuovere il progresso femminile, aprendo un dialogo su base mondiale sull’uguaglianza dei sessi. Venne messo in moto un processo — un processo di apprendimento — che avrebbe coinvolto deliberazioni, trattative, la fissazione di obiettivi, l’identificazione di ostacoli e un riesame dei progressi compiuti.
L’Assemblea Generale di Città del Messico identificò tre obiettivi chiave che sarebbero diventati la base per il lavoro delle Nazioni Unite in difesa delle donne:
* La piena uguaglianza fra i sessi ed eliminazione delle discriminazioni sessuali;
* L’integrazione e la piena partecipazione delle donne allo sviluppo;
* Un maggiore contributo delle donne nel rafforzamento della pace mondiale.
La Conferenza rispose adottando un Piano d’azione mondiale che stabiliva degli obiettivi minimi, che avrebbero dovuto essere raggiunti entro il 1980, obiettivi che erano concentrati sull’assicurare uguaglianza nell’accesso delle donne a risorse quali istruzione, opportunità di impiego, partecipazione politica, servizi sanitari, abitazione, nutrizione e pianificazione familiare. Sappiamo quanto ancora è lungo il percorso per raggiungere questi tre obiettivi chiave, ma questo approccio segnò un cambiamento, che ha segnato l’inizio degli anni ’70, nel modo in cui le donne venivano percepite. Laddove in precedenza le donne venivano viste come passive destinatarie di sostegno e assistenza, ora esse venivano considerate come partner paritari e a pieno titolo degli uomini, con i medesimi diritti alle risorse e alle opportunità. Una simile trasformazione stava prendendo piede nell’approccio allo sviluppo, con il cambiamento dall’iniziale convinzione che lo sviluppo servisse a far progredire le donne, per arrivare a un nuovo convincimento secondo il quale lo sviluppo non sarebbe stato possibile senza una piena partecipazione femminile.
Tuttavia, fin dalle prime fasi del dibattito, emersero alcune divergenze tra i vari rappresentanti. Infatti, mentre i Paesi del blocco orientale erano più interessati al tema della pace, quelli del blocco occidentale enfatizzavano il tema dell’uguaglianza tra uomo e donna ed infine i Paesi del sud del mondo ponevano l’accento sul tema dello sviluppo. Tale divergenza rifletteva sia il diverso percorso storico e sociale degli Stati partecipanti, sia le tensioni legate al più ampio contesto geopolitico internazionale.
La partecipazione delle ONG rappresentò un elemento di assoluta novità, dando voce alle istanze di movimenti dal basso per i diritti delle donne. L’alta partecipazione di donne agli eventi organizzati durante la Conferenza testimoniò un cambio di approccio sul ruolo della donna, che da oggetto passivo di misure protezione, diventò soggetto attivo capace di definire i suoi bisogni ed i mezzi necessari per raggiungerli. Non c’è bisogno di dire che gli obiettivi fissati per il 1985 furono ampiamente disattesi da parte di tutti i Paesi.
La Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani tenutasi a Vienna nel 1993 ha segnato la prima volta in cui i diritti delle donne sono stati esplicitamente riconosciuti come diritti umani.
“I diritti umani sono diritti delle donne e i diritti delle donne sono diritti umani” è diventato il grido di battaglia delle femministe alla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino. Lo slogan proveniva da un discorso pronunciato dall’allora First Lady degli Stati Uniti d’America, Hillary Rodham Clinton.
Trent’anni fa, in occasione della Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino del 1995, i leader di 189 Paesi e oltre 30.000 attivisti si sono riuniti per creare una tabella di marcia visionaria per raggiungere la parità di diritti per le donne e le ragazze. Questa tabella di marcia, nota come Dichiarazione e Piattaforma d’azione di Pechino, è diventata l’agenda globale più ampiamente approvata per i diritti delle donne.
Radicata nelle esperienze e nelle richieste di donne e ragazze, la Dichiarazione di Pechino ha delineato 12 aree critiche di intervento, tra cui la violenza contro le donne.
Ancora dopo trent’anni la Dichiarazione e la Piattaforma d’azione di Pechino rimane una delle fondamenta del movimento per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, con i governi, gli attivisti e le Nazioni Unite che valutano i progressi, affrontano le sfide e impegnano le risorse per attuare l’agenda.
Che i diritti delle donne siano diritti umani non è in discussione oggi, ma trenta anni dopo, nessun paese ha mantenuto pienamente gli impegni della piattaforma d’azione di Pechino, né è vicino ad esso. Un importante rapporto sulle donne delle Nazioni Unite, pubblicato nel 2020, ha mostrato che i progressi verso l’uguaglianza di genere stanno vacillando e che quelli recentemente conquistati vengono annullati. Le donne attualmente occupano solo un quarto dei seggi ai tavoli del potere. Gli uomini sono infatti il 75% dei parlamentari, ricoprono il 73% delle posizioni manageriali, rappresentano il 70% dei negoziatori sulla crisi climatica e quasi tutti i pacificatori.
Nel corso di questi anni, a partire proprio da queste esperienze di confronto sono nate le reti transnazionali con lo scambio di esperienze pratiche di diverse culture evidenziando non solo le differenze ma anche i conflitti tra donne, tra i diversi modi di vivere la propria soggettività politica. Le donne non sono unite dal comune denominatore dell’appartenenza di sesso, ma si dividono per la lettura e l’interpretazione del mondo, si evidenziano i conflitti tra chi ha più parola e chi meno, tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, tra le organizzazioni internazionali di donne dei paesi socialisti e dei paesi capitalistici, tra le donne africane e quelle occidentali che tendono ad affermare il loro imperialismo culturale. Si criticano i silenzi del femminismo bianco e borghese. Si evidenziano i conflitti sull’individuazione delle priorità: da una parte l’empowerment, il protagonismo delle donne, dall’altra le lotte intersezionali contro il patriarcato. Da una parte l’empowerment come rottura del tetto di cristallo, rivendicazioni di carriera ed inclusione nelle strutture di potere e dall’altro il femminismo transnazionale che riconosce la razzializzazione. Il femminismo sta cambiando è campo politico capace di produrre nuove soggettività e di determinare una trasformazione politica a livello globale. Un femminismo insomma situato nei diversi contesti geografici, sociali e culturali. Un femminismo come campo di soggettività che si incontrano ma con modalità diverse.
E allora: femminismi al plurale o femminismo al singolare? Oggi a che punto siamo? Qual è oggi la parola pubblica femminista? Qual è l’autonomia politica delle donne? Quale la libertà di chi e di quante? I movimenti femministi sono diventati globali, penso a Metoo, NonUnadiMeno, DonnaVitaLibertà e tanti altri, ma siamo ancora ininfluenti come fattore geopolitico, non siamo considerate interlocutore ineludibile della politica e dei governi, ma oggi il pensiero femminista è sempre più necessario. Serve ancora un femminismo come agire politico che risvegli le coscienze di milioni di donne che, a partire da sé, hanno deciso di provare a cambiare il mondo. Occorre insomma ritrovare lo sguardo sul mondo.
Ma che cosa mettiamo tra noi e il mondo? Occorre la capacità di mettere la vita nel cuore della politica, ritrovare la forza radicale e trasformativa del femminismo senza essere una delle tante singolarità di resistenze al neoliberismo patriarcale, ma ritrovare con l’intersezionalità la capacità di unire in essi della trasformazione. Occorre ritrovare e costruire una memoria collettiva che metta in comune le diverse esperienze, che metta in relazione le diverse forme di dominio, di sfruttamento e di potere, senza lasciare nessuna indietro. La rivoluzione femminista o è mondiale o non è. Non siamo libere se non lo siamo tutte.
Vorrei concludere con una citazione di Bianca Pomeranzi, un’attivista e saggista italiana, componente del Comitato ONU antidiscriminazione contro le donne dal 2013 al 2016, impegnata sin dalle origini nel femminismo, nel movimento lesbico e nelle reti transnazionali, è stata consulente di numerosi organismi europei e internazionali. “Per me, femminismo è politica, cultura, filosofia, relazioni, è pensare alla vita di ciascuno e al mondo in un modo in cui non era possibile prima.”




