C’è un momento, in Mephisto, nel quale Hendrik Höfgen — attore ambizioso e irrequieto — si specchia e sente l’eco di un dilemma che riecheggia tuttora: fino a che punto siamo disposti a barattare la nostra integrità pur di conquistare successo e potere? Klaus Mann, con ironia calibrata, costruisce attorno a questa domanda un romanzo magistrale, dove il teatro diventa metafora di un’intera società che danza sull’orlo dell’abisso.
Scritto nel 1936 durante l’esilio di Mann nei Paesi Bassi, Mephisto incarna il doppio legame tra arte e regime, tra le seduzioni del potere e il senso di responsabilità morale. La parabola di Höfgen — ispirata alla figura reale dell’attore Gustaf Gründgens — è tanto affascinante quanto inquietante: un uomo che, per emergere, si presta a servire il nazismo, fingendo di poter convivere con la retorica dell’odio e il sopruso istituzionalizzato. È una tragicommedia dove le luci dei riflettori illuminano l’ambiguità del protagonista, mostrando come la febbre del successo possa trasformarsi in fardello. Hendrik parte socialista, pacifista, compagno e finisce (attraverso uno spietato arrivismo) con il diventare Intendente del Teatro di Stato sotto il terzo Reich.
Adatto alla materia, lo stile di Mann è (appunto) teatrale. La prosa è vivace, ironica, eppure non indulge mai nel puro intrattenimento. I dialoghi pulsano di tensione e anche le descrizioni più innocue si rivelano taglienti prove di critica sociale. Ogni pagina ci racconta gli scompensi di un’epoca che ancora oggi dovremmo studiare per difenderci da nuovi possibili abusi di potere. Si vede che la penna è quella di un esule, incline alla satira: gli attori, i gerarchi, la stessa borghesia che applaude sulle tribune, vengono messi in scena in un grottesco spettacolo che, ahinoi, rimane attuale.
Nell’odierna deriva verso tendenze autoritarie, la lezione di Mephisto appare ancora più urgente: la responsabilità individuale, il dovere civile di rifiutare i compromessi con l’ingiustizia, persino (e soprattutto) quando si presenta in abiti scintillanti. È uno di quei classici che interrogano, chiedendoci di riflettere su quanto i nostri sogni possano corrompersi se non vigilati.
Mephisto racconta la resa incondizionata di alcuni intellettuali alle ideologie dominanti ma anche il coraggio di chi, nelle pagine, si rifiuta di sottostare alle marionette del potere. Otto, uno degli amici di Höfgen, per esempio, pagherà con la vita il suo anticonformismo. Il romanzo fu pubblicato inizialmente ad Amsterdam, poi nel 1956 nella Germania dell’Est, e subì addirittura un divieto di distribuzione temporaneo nella Germania Ovest. Da non dimenticare la trasposizione cinematografica del 1981 diretta da István Szabó (con un memorabile Klaus Maria Brandauer), vincitrice dell’Oscar al miglior film straniero nel 1982. In Italia, l’edizione più recente del romanzo è pubblicata da Garzanti.
Breve biografia dell’autore
Klaus Mann (1906–1949), secondogenito di Thomas Mann, è stato uno scrittore, saggista e drammaturgo tedesco. Cresciuto in una famiglia d’alta borghesia letteraria, Klaus sviluppò presto una sensibilità politica antifascista. Emigrò dalla Germania all’avvento di Hitler trovando asilo prima in Europa e poi negli Stati Uniti, dove fu attivo nella propaganda antinazista per l’esercito americano. Tra i suoi lavori più noti spicca appunto Mephisto. Visse sempre in uno stato di profonda inquietudine personale e intellettuale che contribuì alla ricchezza della sua produzione letteraria ma anche a una vita tormentata, conclusasi tragicamente col suicidio a Cannes nel 1949.




