Se esiste un dato oggettivo e inconfutabile è che la Sant’Angelo dei tempi moderni non è più la stessa del periodo in cui la scrivente era bambina. La realtà è mutevole. E se fosse la mutevolezza l’unico perno costante attorno al quale tutto ruota? Il tessuto sociale è profondamente cambiato, diventando di fatto multietnico e il fenomeno, ben lontano dall’arrestarsi, pare essere in continua evoluzione. Se ancora qualcuno avesse bisogno di rendersene conto, basterebbe scorrere i cognomi su un registro di classe oppure, più semplicemente, fare un giro per le vie della città. Nei giorni di mercato guardare oltre alla merce esposta i volti dei nostri ambulanti, ascoltarne le voci, cogliere qualcosa riguardo le loro provenienze. Spuntano un po’ come funghi nel bosco i negozi di barbiere con la tipica insegna vecchio stile. Uno di questi ha aperto nei medesimi locali in cui, fino a una decina di anni fa, mio suocero riceveva i clienti nella sua storica e ben nota oreficeria al di là del ponte sul Lambro, verso Nord. A questi si aggiungano minimarket e macellerie, un centralissimo smercio di Kebab unitamente ad altri esercizi gestiti da famiglie cinesi, nella fattispecie, una pizzeria su via Mazzini, un Sushi su viale Trento e Trieste, una sartoria in vicolo Orsi, proprio di fianco alla nostra Basilica e un paio di bazar. Di più recente apertura un negozio di abbigliamento in piazza Libertà dove fino a poco tempo prima sorgeva un punto vendita Oviesse e uno di oggetti religiosi e articoli casalinghi sulla salita di via Cavour, poco prima della scalinata di accesso alla chiesa nel rione San Rocco. Oltre ciò, sotto la finestra di casa nostra, che affaccia direttamente sulla strada, di frequente transitano mamme velate con il relativo codazzo di bambini di età diverse, che compiono perlopiù il tragitto casa – scuola o viceversa a seconda dell’orario. I vicini di pianerottolo di mia suocera sono stati per diverso tempo una famiglia Serba e di fronte alla casa di mia mamma, “alle villette”, abitano due famiglie albanesi. Anche i vicini delle ex case popolari non sono più quelli della mia infanzia, non solo per il loro passaggio a miglior vita, ma per la provenienza da culture le più diverse fra loro di chi abita ora quegli stessi alloggi.
Il mondo cambia, cambia anche Sant’Angelo. Qualcuno, anzi, in molti per la verità, hanno come l’impressione che ormai sia in atto una sorta di invasione dalla quale, secondo rigore logico, doversi difendere. Che i cambiamenti avvengano, che si assista ad avvicendamenti fra diverse epoche storiche, è perfettamente normale, ma non tutto può essere lasciato alla spontaneità. Queste comunità altre che si intersecano con la nostra vengono a prendere ciò che era nostro o a colmare vuoti? Forse vengono per far emergere fino a che punto possiamo essere refrattari al cambiamento, desiderosi di rimanere in un nido piccolo, fatto di uniformità, in cui mai nulla muta. Manca quell’immaginazione che, fatta salva la memoria del passato, possa farci intuire come potrebbe essere la Sant’Angelo del futuro, dove le diverse culture possano convivere sentendosi parte della medesima comunità.
Le nostre amplissime piazze sono luoghi pensati per il vivere sociale, quello più quotidiano così come quello delle manifestazioni e dei riti cittadini o religiosi. Una dimensione urbanistica in cui potersi radunare per festeggiare il Carnevale o Sant’Antonio, la Cabrini così come il 25 aprile. Così è stato fin qui, perlomeno! Mi chiedo se potremo mai arrivare al punto di aggiungere altre feste al calendario, che siano mescolanza e simbolo degli attuali eredi dei fratelli Barasa, di un meticciato che dica al contempo la provenienza e la novità. Ù
Mancano in città luoghi di confronto sereno, o forse non tanto i luoghi ma le occasioni di dialogo per abbattere il muro di diffidenza e di paura attraverso la conoscenza. Un’unica lista, nell’imminenza delle elezioni comunali, ha provato ad inserire fra i candidati al voto un rappresentante di una comunità musulmana. Se non si apre alla partecipazione anche politica alla vita cittadina, come sarà possibile raggiungere una reale integrazione? Come se noi italiani, gente di migrazioni interne ed esterne, non avessimo desiderato, ad un certo punto, entrare a pieno titolo nell’esercizio dei diritti e dei doveri dei diversi luoghi di approdo! Chissà com’è che ci si dimentica così facilmente che, come cantava Umberto Tozzi, “Gli altri siamo noi”.
Si fa tanto parlare di sicurezza, ma non può mai essere solo una questione di polizia. Quest’epoca richiede un grande salto culturale fatto anche di contaminazioni esterne. Solo lavorando a favore dell’integrazione avremo comunità più vivibili per tutti e sarà sconfitta l’onda nera del sovranismo.




