Se uno pensa di passare una serata rilassante con L’avversario di Emmanuel Carrère (nell’edizione più recente di Adelphi), rischia di cadere in un curioso equivoco: questo libro, a metà strada fra reportage e introspezione psicologica, è proprio l’antitesi del tipico giallo da ombrellone. Siamo di fronte a una cronaca vera e, per certi versi, agghiacciante: Jean-Claude Romand, l’uomo che per diciotto anni ha tessuto un labirinto di bugie e che, alla fine, ha sterminato la propria famiglia.
La storia è già di per sé sconcertante (alla Truman Capote, per intenderci), ma Carrère mette in scena una magistrale anatomia del male: non quello roboante dei cattivissimi da fumetto, bensì un male che si nasconde tra i panni stesi e le chiacchiere in cucina. Carrère riesce a raccontarci questa vicenda senza trasformarla nel solito festival dell’orrore. Il suo stile, asciutto e “chirurgico”, evita facili sensazionalismi, lasciandoci in compenso con un sacco di domande scomode su quanto siamo tutti potenziali vittime (o complici) di realtà menzognere. L’autore si affaccia sul baratro della coscienza di Romand, ma – anziché giudicarlo in maniera univoca – ne osserva gli slittamenti, le incrinature, il vuoto esistenziale. Così facendo, Carrère sfida il lettore a riflettere sull’idea stessa di verità, su quanto siamo disposti a “mettere la faccia” nella nostra vita di ogni giorno, e su come la comunità umana possa (o meno) prevenire le derive più estreme della solitudine.
Non manca, nel percorso narrativo, una riflessione sui meccanismi sociali e sulle conseguenze che la menzogna comporta su amici, famiglia, interi contesti relazionali. Il tono, (che nella sua ‘neutralità apparente’ diventa quasi empatico) è come se ci invitasse ad entrare in un’aula di tribunale, dove l’autore (o noi lettori) fungiamo da “giuria interiore”, senza che venga mai emesso un verdetto pacificante. Tanto che, una volta terminato il libro, si rimane con l’impressione di aver interrogato non soltanto un assassino, ma anche i meccanismi collettivi di rimozione e di indifferenza.
Sono infatti molti i momenti in cui l’autore sembra rendersi conto che la mente umana è un cantiere in perenne costruzione (e autodemolizione). Volenti o nolenti, ci ritroviamo a interrogarci su che fine faccia la verità se nessuno la coltiva con un minimo di spirito critico.
L’avversario è un libro che si legge col fiato sospeso, ma non perché ci troviamo inseguimenti o gangster: il ritmo nervoso deriva piuttosto dallo sguardo (il nostro) di chi si rende conto che la banalità delle bugie può generare conseguenze spaventose. Dietro ogni abbaglio collettivo, si cela un frammento di quella stessa disattenzione al reale che ha permesso a Romand di ingannare tutti.
In definitiva, L’avversario è uno di quei libri che, dopo l’ultima pagina, ti fa pensare che, forse, la verità meriterebbe più cura e attenzione. Non è una lettura di intrattenimento, vuole invece scardinare convinzioni e abitudini intellettuali, farci riflettere sulla vertigine che può aprirsi dietro la vita più normale e di successo. Sarà per questo che, terminato il libro, ho avvertito una specie di “solletico”: la sensazione di essere stato, io stesso, messo sotto osservazione. Quanto la storia assurda di Romand è prodotto della sua psicopatologia e quanto è invece il risultato delle cose assurde che la società si aspetta da noi?
Breve biografia dell’autore
Emmanuel Carrère (Parigi, 1957) è uno degli scrittori francesi più apprezzati per la sua abilità nel fondere indagine psicologica e osservazione di taglio giornalistico. Dopo una formazione variegata (dalla critica cinematografica alla sceneggiatura), ha raggiunto la notorietà con romanzi-saggi come L’avversario e, in seguito, Limonov e Il Regno. La sua peculiarità sta nel sapersi immergere nelle storie vere, ricostruirle con minuzia e avventurarvisi in prima persona. Nonostante l’aura “seria” dei suoi temi, Carrèr bensì un male che si nasconde tra i panni stesi e le chiacchiere in cucina




