Se una riflessione oggi s’impone, urgente più che mai rispetto ad altre, riguarda il ruolo che la cultura può assumere quale antidoto alle derive verso le quali pericolosamente la società scivola. Occorre chiedersi non solo se la cultura possa esserlo e in quale misura, ma nel caso di risposta affermativa, anche quale cultura e con quali modalità questa venga trasmessa. Leggere con una certa frequenza ciò che la cronaca riporta rispetto ad una parte della popolazione giovanile, a titolo di esempio, lascia alquanto perplessi. Si rimane altresì perplessi di fronte al crescere della destra estrema sulla ribalta del mondo, così come di fronte alla recrudescenza dei conflitti armati che ci si era illusi di aver bandito per sempre.
La cultura, quella che passa attraverso l’istituzione scolastica, sembra quasi tradire la sua funzione prima, quella di offrire gli strumenti per sbrogliarsela di fronte alle sfide del vivere. Qualcosa non torna, e se non torna potrebbe porsi il caso che si sia perso il nesso fra un sapere che rimane teorico e le scelte concrete che il presente rende ineludibili. Come leggere, interpretare e risolvere il proprio tempo al netto dell’approfondimento culturale? Come mai, a fronte di un diritto allo studio offerto a tutti, l’ignoranza si mostra dilagante o sembrano prendere piede quelle “culture” che finiscono per svilire la dignità insita in ogni uomo? La storia è un lungo inanellarsi di cause e conseguenze e proprio questo dovrebbe stare a dimostrazione di quali siano gli snodi pericolosi, le curve alle quali gli eventi da un certo punto in poi si piegano e che andrebbero assolutamente evitati. Proprio il racconto del passato non dovrebbe mai prescindere dall’analisi del legame con l’attualità, quella di cui i media giornalmente danno conto. La lettura dei quotidiani, o l’accesso a fonti di approfondimento della storia più recente, quella che con più facilità si trascura, o a letture interpretative del presente, potrebbe rappresentare l’anello che manca. Tutto ciò che il lavoro giornalistico normalmente offre, col suo raccontare il mondo dentro e fuori i confini nazionali, con le inchieste che tendono a far luce dove ancora le verità non sono pienamente rivelate, rappresenta la migliore risorsa per rendere coscienti le giovani generazioni per prime di quanto tutto li riguardi e li tocchi da vicino. Occorre una cultura dal respiro mondiale, che aiuti a crescere nella consapevolezza che qualsiasi evento, anche lontano, ha conseguenze che si propagano a tutte le latitudini. Il lavoro giornalistico aiuta a ridisegnare la geografia istante per istante, dove i confini si spostano, dove la presenza o l’assenza di risorse condiziona la vita dei popoli, dove la presenza o l’assenza di difese naturali ha impatti sulle decisioni prese a livello politico. La storia non è soprattutto una lunga serie di date, nomi, eventi e luoghi da tenere faticosamente a memoria, ma dovrebbe essere innanzitutto mettersi in ascolto dei testimoni. Un testimone è colui che passa il proprio vissuto a qualcuno che viene dopo di lui e che raccogliendolo dovrebbe assumersene la responsabilità orientando il futuro partendo dal proprio agire.
Se tutto ci riguarda così da vicino, come diventare soggetti di un protagonismo consapevole, di un agire sempre più partecipativo senza chiamarsi fuori dalla storia e senza subirla? Forse si potrebbe tornare ad ascoltare Etty Hillesum fra le pagine del suo diario, ripensare all’attualità del sogno europeo di Alcide De Gasperi raccontato dall’affettuosità di sua figlia Romana, o saltare a “Guerra e pace” di Tolstoj e capire quanto abbia ragione la Arendt nella sua affermazione della banalità e ripetitività schematica del male. Si potrebbe leggere Orwell e farsi prendere dall’ossessione di Winston che in “1984” a tutti i costi cerca di ricordare com’era il mondo prima del Grande Fratello, conoscere chi fu Susan Sontag nel suo saggio “Il dolore degli altri” in cui parla del valore documentativo e testimoniale delle fotografie di guerra, e soffermarsi sugli scatti di Gerda Taro. O forse si potrebbe rimanere a fissare per attimi eterni un’opera come “Guernica” di Picasso.
Tutte le discipline si richiamano e non c’è sapere senza dialogo tra i saperi. Questi e altri autori ripetono in un’eco infinita che tutto è già stato detto e tutto è già stato scritto e a noi moderni non servirebbe altro se non mettere i piedi nelle impronte da loro lasciate per trovare la via d’uscita ed evitare i peggiori mali. Il male in fondo non va combattuto. Il male va semplicemente smascherato in tutta la sua pochezza, lasciato nudo come il re della favola, come il potente mago di Oz dietro il suo paravento, così che faccia meno paura. La storia dimostra che coloro che si pongono dalla parte del bene, sebbene inizialmente sembra abbiano la peggio, in realtà hanno strumenti più potenti che alla fine riescono a ribaltare la situazione verso un domani che è sempre migliore. Fa riflettere come dopo la fine delle guerre mondiali l’Italia abbia conosciuto la tremenda fase stragista tesa a sovvertire l’ordine costituito, la massoneria, Gladio, gli attacchi allo Stato da parte della mafia, le collusioni e nonostante ciò la democrazia non sia crollata. La cultura, quella che serve la verità e serve l’uomo e aiuta a capire le connessioni, è l’antidoto più potente alla banalità del male




