“È sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta.
Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili.“
Marcello Marchesi
Sentirsi superiori agli altri. Quando è giusto? Facile rispondere: mai!
Spesso in questo nostro mondo se non di benessere almeno di soddisfazione dei bisogni più basilari ci sentiamo presuntuosamente nella posizione di giudicare gli altri.
Che cosa si prova allora leggendo l’articolo “Equipped with smartphones, Sudanese women film-maker tell their stories” apparso sulla rivista online The Arab Weekly giovedì 19 dicembre 2024?
La storia è semplice, ma a suo modo davvero esemplare.
Come tutti sanno in Sudan si combatte una guerra sanguinosa e apparentemente senza fine tra esercito regolare, appoggiato dalla Nazioni Unite e da un governo autocratico de facto, che ha cacciato quello regolarmente eletto, e l’RSF, le Rapid Support Forces, potente milizia paramilitare di origine darfuriana, che già da metà aprile 2023 ha avuto l’effetto di creare ben 11 milioni di profughi, 250mila dei quali temporaneamente accampati nei dintorni della altrimenti piuttosto sonnolenta città affacciata sul Mar Rosso di Port Sudan, 800 chilometri a nord-est della capitale.
Incapace di restare con le mani in mano il giovane film-maker indipendente Mohamed Fawi, dopo aver perso tutta l’attrezzatura professionale del suo centro di produzione a Khartoum, decide di coinvolgere una decina di giovani donne sudanesi in un progetto apparentemente impossibile: imparare a ideare, scrivere, mettere in scena, riprendere, montare e consegnare l’editing definitivo di un racconto per immagini, che testimoni della resilienza delle donne a queste assurde condizioni di vita.
Il risultato: ben tre documentari di una ventina di minuti ciascuno, che raccontano il primo dell’impegno di alcune donne nell’imparare da adulte a leggere e scrivere, a produrre incenso e ricami artigianali e a metterli in vendita sul web; il secondo di un progetto per far apprendere la lingua dei segni a donne e bambini, vittime diventate sorde a causa della guerra in corso; e il terzo i preparativi di due donne che cercano di organizzare una giornata della cultura e della salute in un affollato campo profughi nella speranza di creare ponti e relazioni tra le persone affinché le ostilità cessino per sempre.
Come non sentirsi piccoli di fronte a una cosa così e come soprattutto non desiderare di avere seppure una piccola parte in progetti del genere?
Non ho avuto il piacere di conoscere Fawi direttamente ma molti altri film-maker africani indipendenti come lui hanno frequentato per anni IFFI, l’International Film festival di Innsbruck, in Austria, la manifestazione che ho seguito per tanti anni da inviato speciale della mia rivista, Cineforum, fino allo scoppio del Covid. Il loro coraggio, la loro determinazione, la semplicità con la quale facevano il loro lavoro mi ispira ancora oggi. E spero continui a farlo per molto tempo ancora.




