Leggo quasi giornalmente di raccolte a fini caritatevoli: cibo (“Banco alimentare”), vestiti, giocattoli, cancelleria per studenti bisognosi (“Back to school”). Ci sono poi iniziative strutturali quali ad esempio il lavoro della Caritas, il “Fondo povertà della Provincia di Pavia” o “Nessuno si salva da solo”. Interventi improntati a grande generosità collettiva e personale che però mi lasciano sempre più sconfortato.
Com’è possibile che in una delle società più ricche della storia dell’umanità (la Lombardia del XXI secolo) una frazione sempre maggiore della popolazione sia costretta ad elemosinare? Non si tratta solo di fasce deboli, che comunque andrebbero aiutate ad uscire da uno stato di bisogno cronico. Famiglie comuni si ritrovano sempre più spesso, sempre più numerose, a non avere il minimo per vivere dignitosamente.
È un problema sociale e politico enorme: significa che il modello di sviluppo (?) che stiamo perseguendo è radicalmente sbagliato. Mi pare che la prima urgenza per qualsiasi politico, qualsiasi amministratore dovrebbe essere l’eliminazione della povertà e del bisogno cronici. Che invece si stanno radicando e diffondendo, con effetti tragici per il presente e per il futuro (chi nasce povero, resta povero a vita).
Quasi nessuno ne parla con la giusta prospettiva: l’importanza dell’etica, dell’equità, della giustizia e (“last but not least”) della cultura per una buona politica e una società equilibrata. Le risorse ci sono, basterebbe raccoglierle come prevede la Costituzione (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” – art.53) e spenderle senza sprechi, con intelligente lungimiranza.
Non è giusto riconoscere ad ampie categorie di lavoratori (autonomi) una flat tax al 15% fino a 85.000 Eu, quando un lavoratore dipendente con uno stipendio lordo equivalente pagherebbe un’Irpef più che doppia (32%). Che fine ha fatto l’equità contributiva?
Parimenti, non è giusto pagare pochi euro l’ora in settori ad alta intensità di lavoro come le logistiche, la ristorazione, l’alberghiero, l’agricoltura e i servizi all’utenza (“Paghe da fame e ricatti, lo sfruttamento nella vigilanza privata”: stipendi che si aggirano sui 5 euro netti all’ora, straordinari non retribuiti, ferie non godute, ricatti e intimidazioni. Editoriale Domani, 10 novembre 2023). Ancora peggio il lavoro nero, piaga diffusa in molti settori tra i quali spiccano l’agricoltura, la ristorazione e l’edilizia. Basterebbe la volontà politica di stroncarlo per ridurre il lavoro nero all’inesistenza o quasi, come accade in altri Paesi europei.
Non è ammissibile dare soldi pubblici a scuole e università private, in spregio all’art.33 della Costituzione (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), mentre l’istruzione pubblica si trova da decenni in uno stato di grave carenza di strutture (scuole che cadono a pezzi) e risorse (stipendi del personale del tutto inadeguati).
Non è accettabile che si finanzi con i soldi dello Stato un’industria privata (dalla stampa ai trasporti, dalle auto alle acciaierie, dalla sanità all’istruzione) che privatizza i guadagni ma scarica sulla collettività i costi delle crisi economiche.
Svegliamoci, collettivamente, da questo egoistico sonno della ragione che fa comodo a tanti, ma sta producendo una società invivibile per sempre più persone, peggiore per tutti.




