Tommaso Pincio nel romanzo Panorama immagina un futuro prossimo stranamente familiare, in cui la lettura diventa un atto desueto e persino malvisto. Il protagonista Ottavio Tondi è definito “l’ultimo lettore forte d’Italia”, un individuo talmente dedito ai libri da aver trasformato la sua passione in mestiere: legge manoscritti per una casa editrice e scova nuovi talenti. In un’Italia distopica (ma non troppo), infatti, il piacere della lettura va scomparendo: i libri e le librerie vengono messi al bando e pubblicare romanzi è un’abitudine del passato. La società si è rifugiata tutta online, su un social network totalizzante chiamato Panorama, dove vige l’obbligo di postare contenuti quotidiani e di tenere sempre accesa una webcam in casa propria – pena l’espulsione dalla comunità digitale. Siamo insomma oltre Facebook: Panorama è una sorta di Grande Fratello volontario, un panopticon di massa in cui ciascuno è sorvegliante e sorvegliato al tempo stesso, come lo stesso Pincio esplicitamente ci spiega citando Bentham. In questo scenario si svolge la vicenda di Ottavio e della misteriosa Ligeia Tissot, una giovane donna conosciuta proprio su Panorama. I due iniziano una relazione epistolare virtuale lunga quattro anni, scambiandosi solo messaggi sul social e osservando reciprocamente le proprie vite attraverso la webcam. Non si incontrano mai di persona. Il romanzo si apre anzi con una dichiarazione programmatica di distanza: «Mai, la parola chiave è mai… Ottavio Tondi non ha mai incontrato Ligeia Tissot». Di Ligeia a Ottavio non restano che frammenti mediati: le sue foto sul profilo (dove appare bellissima, enigmatica, con “una luce irruenta e folle, da assassina” negli occhi) e l’inquadratura fissa della webcam che lei ha puntato sul proprio letto sfatto. Tondi passa notti intere ipnotizzato da quel letto vuoto, attendendo un’apparizione e intanto fantasticando su di lei. Da parte sua, Ottavio ha scelto di mostrare al mondo la propria libreria: l’unico habitat in cui vive davvero. La storia d’amore virtuale fra Ottavio e Ligeia – fatta solo di parole scritte e di immagini filtrate – diventa il cuore di Panorama. Un legame insieme intenso e incorporeo: platonico 2.0 potremmo chiamarlo. Attraverso messaggi e commenti, Ligeia risveglia in Ottavio i ricordi delle sue letture di un tempo. Lei commenta i pensieri che lui posta sul social – frammenti di memorie letterarie che Tondi annota durante le sue peregrinazioni notturne – riconoscendo puntualmente ogni citazione, ogni riferimento colto che l’uomo lancia nel vuoto. Ligeia si rivela così colta quanto lui, se non di più, alimentando il suo fascino agli occhi di Ottavio. Ma chi è veramente Ligeia? Esiste davvero, fuori da Panorama? Pincio gioca con questo mistero fino all’ultimo, aumentando il senso di inquietudine e di dissociazione tra realtà e virtualità. Senza svelare troppo, basta dire che la vicenda porterà Ottavio ad affrontare la più radicale delle decisioni: sottrarsi del tutto a quello sguardo oppressivo, compiendo un definitivo atto di scomparsa. Il finale del romanzo – che non rovineremo nei dettagli – chiude la parabola di Ottavio e Ligeia in modo insieme malinconico e ironico, coerente con lo spirito agrodolce dell’intera opera. Letteratura, realtà e finzione sono al centro di Panorama. Fin dalle prime pagine, Pincio insiste sul potere (e i limiti) delle parole e delle immagini: i poli in cui l’intera trama si distende sono proprio questi due mezzi espressivi, usati come un diaframma che ci separa dalla vita reale. Ottavio e Ligeia comunicano solo tramite parole scritte, ma si osservano a vicenda tramite immagini video; la loro esperienza è interamente mediata, mai vissuta direttamente. Il risultato è una storia d’amore fatta di assenze: l’assenza del contatto fisico, dell’autenticità non filtrata. Come ammette il narratore, Ligeia “potrebbe addirittura non esistere” affatto. Panorama esplora dunque il confine labile tra realtà e rappresentazione,
interrogandosi su quanto di vero ci sia nelle nostre vite online e su quanto invece siamo tutti, in fondo, personaggi di un racconto che costruiamo giorno per giorno sui social. Un altro tema portante è quello dell’alienazione e solitudine nell’era di internet. Ottavio Tondi è l’incarnazione dell’uomo solo in mezzo alla folla digitale. La sua è una solitudine peculiare: prima volontaria, cercata tra le pagine dei libri, poi paradossalmente amplificata dall’immersione nel social network. In gioventù Ottavio si isolava dal mondo rifugiandosi nei romanzi; questa passione divorante lo ha reso un esperto lettore ma anche un individuo passivo, un contemplatore incapace di agire. Quando poi il mondo esterno gli crolla addosso e i libri vengono banditi, Ottavio non trova di meglio che sostituire la lettura con la navigazione su Panorama – finendo però dalla padella alla brace. Se la letteratura era una fuga dalla realtà, il social network si rivela una droga ancora più subdola. Ottavio si scopre dipendente dai frammenti di vita altrui che scorrono sullo schermo: “riflessioni banali, foto di animali domestici o pietanze… l’insignificanza suprema, eppure quell’universo inutile lo stregava”. Ed ecco un altro tema sotterraneo: la sorveglianza e la trasparenza come nuova spiritualità vuota dei nostri tempi. Nel mondo di Panorama tutti guardano e sono guardati, costantemente. È una società panottica in cui la privacy non esiste e anzi l’auto-esposizione è diventata un dovere morale. La dimensione orwelliana è evidente, ma Pincio la declina con sottile ironia: non c’è bisogno di un Grande Fratello dittatore, siamo noi stessi ad aver “bisogno di perderci nel nostro sguardo” sugli altri, auto-reclusi volontariamente in questo carcere dorato di immagini condivise. Questa provocazione contiene una parte di verità: Pincio suggerisce che i social network hanno trasformato tutti noi in autori e personaggi di un’enorme storia collettiva fatta di status, commenti e foto taggate. È la letterarietà intrinseca dell’esperienza social: milioni di micro-storie che costruiamo ogni giorno online. In Panorama ciò diventa esplicito – il protagonista arriva persino a chiedersi se Panorama possa essere considerato una nuova forma di letteratura immateriale, “un grande testo fatto di commenti a un testo inesistente, una raccolta di postille”. Siamo di fronte a un universo in cui la distinzione tra realtà e racconto sfuma: la vita di ciascuno diventa testo, e viceversa il testo (il romanzo stesso) invade la vita. Infine, Panorama tocca anche il tema dell’industria culturale e dell’editoria. Attraverso la parabola di Ottavio Tondi, “lettore di professione”, l’autore si diverte a criticare i meccanismi del mondo letterario italiano. Vengono tratteggiati editori cinici che pubblicano libri senza leggerli, falsi best-seller sotto pseudonimo, polemiche e invidie di salotto. C’è un microcosmo di guerre intestine letterarie appena accennato, ma riconoscibile e molto satirico: “ripicche, arroganze, pettegolezzi, offese a colpi di elzeviro, battute che stroncano carriere” e recensioni velenose – insomma i retroscena dell’ambiente culturale nostrano portati all’eccesso. Questo aggiunge un ulteriore livello di lettura: Panorama è anche un romanzo sul mondo dei libri, sui suoi miti e i suoi feticci, osservati però con occhio disincantato e spesso impietoso. Lo stile di Tommaso Pincio in Panorama è colto e stratificato ma anche sorprendentemente limpido. La prosa infatti alterna momenti di semplicità quasi clinica – quando adotta un tono da “referto” per descrivere la realtà asettica e sorvegliata del mondo di Panorama – a momenti di raffinato lirismo e divagazione saggistica. Si è parlato a proposito di Panorama di “distopia leggera”: Pincio costruisce un futuro distopico senza appesantirlo con gerghi incomprensibili o neologismi fantascientifici, anzi mantenendo uno stile piano, realistico, venato di ironia sottile. Panorama pullula di citazioni e allusioni a libri, autori, concetti filosofici. Pincio attinge a piene mani dalla sua “biblioteca mentale”: si va dai classici russi (Oblomov, come già accennato, evocato implicitamente) alla fantascienza sociologica (il Panopticon di Bentham/Foucault), dalla letteratura ceca (Bohumil Hrabal e il suo Una solitudine troppo rumorosa, esplicitamente citato nel testo) fino alla cultura pop.
Pur con tanti strati e rimandi, la lettura di Panorama risulta scorrevole, sostenuta anche da una sottile vena ironica. Pincio sa punteggiare il racconto di aforismi e paradossi arguti. Un esempio brillante è la frase pronunciata da Ottavio: «Non sono orgoglioso dei libri che ho letto, ma di quelli che non ho scritto». Qui l’autore strizza l’occhio a Borges (capovolgendo il suo celebre aforisma sul vanto di aver letto molti libri) e insieme caratterizza con efficacia il suo protagonista: un uomo che va fiero della propria rinuncia all’atto creativo, della sua scelta di essere spettatore anziché attore. Questo tipo di umorismo colto permea il romanzo. Si ride a tratti, ma amaramente, riconoscendo nelle debolezze di Ottavio e nella bizzarria del mondo di Panorama tanti aspetti della nostra realtà contemporanea. Panorama è stato pubblicato nel 2015, un anno in cui le questioni del digitale e dell’iperconnessione erano quanto mai attuali. Si può leggere anche come una satira del culto della trasparenza e dell’esibizionismo digitale che proprio in quegli anni raggiungevano l’apice: il 2015 è l’epoca in cui i reality show e i selfie dominano la cultura pop, in cui Facebook è nel pieno della sua influenza (Instagram e TikTok non avevano ancora soppiantato del tutto il gigante blu, ma l’ansia di condividere ogni istante della propria vita era già realtà). Pincio anticipa alcune ossessioni che oggi, nel 2025, appaiono ancora più fondate: la panopticizzazione della società, la perdita totale della privacy, la confusione tra essere e apparire. Culturalmente, il romanzo dialoga con un filone distopico-tecnologico globale (basti pensare che nel 2011 Dave Eggers pubblicava Il cerchio, altra parabola su un social network totale, e nel 2016 la serie Black Mirror presentava episodi sul ranking sociale e la sorveglianza pervasiva). Pincio però infonde nel tema una sensibilità tutta italiana: l’ambientazione romana (il Grande Raccordo Anulare come simbolo di loop esistenziale all’italiana, che richiama inevitabilmente il film Caro Diario di Nanni Moretti, ma qui virato al nero); la presenza di figure dell’intellighenzia locale (critici, scrittori reali che compaiono nel libro, offrendo anche una sottotrama satirica sul piccolo mondo letterario nazionale); persino la scelta del nome Panorama, che per un italiano evoca la rivista scandalistica/politica omonima, aggiunge un sottotesto ironico. In definitiva, Panorama si inserisce nel contesto socio-culturale contemporaneo come un romanzo specchio: riflette deformandole le nostre manie collettive – la ricerca di connessioni facili, la paura della solitudine, la brama di visibilità – e ci costringe a guardarci. Forse con un sorriso amaro, certo, ma pur sempre uno specchio fedele. Tommaso Pincio, con la sua sensibilità politica (mai urlata eppure ben percepibile tra le righe), ci offre una satira pungente del capitalismo della sorveglianza e delle derive di un mondo iperconnesso. E lo fa senza moralismi, anzi con uno stile godibile e intelligente, che avvince e fa riflettere al tempo stesso. In fondo, sembra dirci Pincio, siamo tutti un po’ Ottavio Tondi quando preferiamo osservare da dietro uno schermo invece di vivere pienamente – e chissà se basterà un romanzo, per quanto brillante, a farci alzare dal divano.
BIO: Tommaso Pincio, pseudonimo di Marco Colapietro (nato a Roma il 1º maggio 1963), è uno scrittore e pittore italiano noto per la sua narrativa che intreccia elementi di cultura pop e letteratura generale. Dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti e aver lavorato come fumettista e assistente di artisti, ha esordito nella narrativa nel 1999 con “M.”. Tra le sue opere più celebri figurano “Un amore dell’altro mondo” (2002), ispirato alla figura di Kurt Cobain, e “Cinacittà” (2008), una distopia ambientata in una Roma colonizzata dai cinesi. Il suo pseudonimo richiama sia lo scrittore Thomas Pynchon sia il colle romano Pincio.
“Panorama”, pubblicato inizialmente nel 2015 da NN Editore, è stato riproposto da Sellerio nel 2024 in un’edizione ampliata. Questa nuova versione include anche “Acque chete” di Mario Esquilino, un personaggio del romanzo, precedentemente difficile da reperire poiché autoprodotto.




