L’Isola di Elsa di Silvia Grossi è un libro capace di combinare la forza poetica di un saggio sulle identità con il potere narrativo di un romanzo. Nel solco della grande tradizione italiana (in cui veniamo posti fin dal titolo), Grossi si misura con i temi più urgenti della contemporaneità, senza rinunciare a quell’atmosfera sospesa che caratterizza le opere letterarie di respiro universale.
Il nucleo narrativo si dispiega in un incontro specifico. Due figure centrali – una scrittrice in preda alla crisi e una giovane incaricata di impersonare Graziella, il simbolo procidano per eccellenza – s’incontrano quasi per caso sul tetto di Palazzo D’Avalos, l’ex carcere che svetta a Terra Murata. Da questa circostanza originaria scaturisce un lungo dialogo, talora sussurrato, talora animato, sulle aspirazioni più intime e sulle contraddizioni brucianti che abitano ciascuno di noi.
A fare da sfondo – e al contempo da protagonista – è Procida, l’isola amata da Elsa Morante e immortalata ne L’Isola di Arturo: un luogo che, nel libro di Grossi, diventa spazio simbolico di identità, luogo di prove da superare. L’isola respira e palpita con la stessa intensità con cui respirano e palpitano le due protagoniste: un microcosmo che ripropone, su scala ridotta, tutte le tensioni, le paure e le speranze che definiscono la nostra società.
Silvia Grossi affronta le grandi questioni del presente partendo dalla letteratura e dalla memoria di Elsa Morante, ma senza restarne imprigionata in un discorso celebrativo. Si interroga sulla condizione femminile e lo fa in modo corale, disseminando interrogativi e suggestioni tra i dialoghi e i pensieri delle sue protagoniste. Non vi è retorica, bensì un’esplorazione del lungo percorso che separa l’idea di femminilità stereotipata (rosa, rassicurante, docile) da una visione della donna capace di spezzare le catene del patriarcato, sfidando la tradizione per affermare la propria identità. In quest’ottica, il personaggio di Graziella diventa l’occasione per comprendere come i simboli, quando non accolgono le pluralità, rischino di farsi gabbia.
Tra le pagine affiorano, poi, le paure legate all’orientamento sessuale, disegnando una geografia interiore in cui la vergogna e il pregiudizio si scontrano con il desiderio di esistere pienamente. Se ne L’Isola di Arturo di Elsa Morante l’omosessualità del padre di Arturo è celata in un velo di mistero che filtrava lo sguardo del figlio, qui diviene tema esplicito di confronto e denuncia. Una denuncia che, presto, si allarga. In uno dei passaggi più forti, il romanzo apre uno squarcio su quella forma di discriminazione spesso trascurata, che Grossi definisce con il termine preciso di “aporafobia”, ovvero il disprezzo o timore verso chi si trova in una situazione di debolezza economica e sociale. L’isola rivela la sua duplice natura: incantevole rifugio e, allo stesso tempo, microcosmo in cui possono annidarsi ingiustizie subdole. La “diversità” – che sia economica, culturale o di provenienza geografica – viene spesso rigettata a priori da chi non è disposto a condividere spazi e risorse. E la voce di Procida, con la sua storia millenaria di accoglienza e migrazioni, sembra contrapporsi a questa meschinità di sguardo.
L’isola di Elsa ci parla di un processo di costruzione e, se vogliamo, di cura. La scrittrice di Grossi rappresenta il dramma silenzioso del “blocco creativo”, specchio di un disagio più profondo. Nel corso della narrazione, vediamo come il racconto di sé e l’ascolto di un’altra voce – quella della giovane Graziella – riescano a scardinare le difese, favorendo un cammino di liberazione interiore. Parlando quasi sottovoce, l’autrice ci suggerisce che la scrittura è un atto di resistenza, una forma di guarigione che diventa possibile solo se si ha il coraggio di frequentare il proprio dolore anziché rimuoverlo.
L’Isola di Elsa è un buon esperimento di scrittura che unisce la vocazione narrativa al gusto saggistico per la disamina socio-culturale, intrecciando anche un filo onirico che si mostra nei dialoghi con la figura stessa di Elsa Morante, ‘’la prima donna a vincere il Premio Strega’’. L’effetto è polifonico.
I momenti di riflessione sembrano concederci degli “a parte” teatrali, come se la voce narrante si voltasse verso il lettore per sussurrare storie e aneddoti sulla letteratura italiana novecentesca, sui rapporti (spesso tesi) tra Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini, o su quell’epoca in cui gli intellettuali trasformavano ogni incontro in un duello ideologico. Le sequenze di confronto fra la giovane Graziella e la scrittrice assumono la forma di un romanzo di formazione a due voci, quasi come se si trattasse di un unico personaggio diviso in età differenti. La dimensione onirica compare sotto forma di apparizioni, frammenti, flashback che richiamano la cifra sperimentale di certa letteratura francese e i momenti più onirici di Anna Maria Ortese: squarci in cui lo spazio-tempo si sfalda e le barriere tra passato e presente si rivelano fragili.
Al cuore dell’opera c’è l’omaggio a Elsa Morante, l’autrice che fece della piccola e fiabesca Procida lo scenario ideale in cui far maturare il giovane Arturo. Silvia Grossi ci restituisce la grandezza della Morante, celebrando una donna che seppe dare voce a tutte le marginalità, compresa la propria. Siamo, però, oltre il tributo: L’Isola di Elsa non è un laboratorio culturale dove si mescolano tradizione e spinta innovativa.
Anche il personaggio di Graziella affonda le radici nel passato letterario, qui quello ottocentesco di Alphonse de Lamartine. La tradizione procidana si rinnova anno dopo anno, scegliendo una giovane che incarni la grazia, la bellezza, l’accoglienza. Grossi rovescia il canone: non è sufficiente la posa romantica di una fanciulla in costume per reggere il peso di un intero immaginario. Graziella diviene una figura dalle profondità insospettate, carica di dubbi, di paure, di aneliti giovanili. In lei vediamo la forza di resistere e la vulnerabilità di un’adolescenza che si affaccia sul mondo con sincero stupore. Questo scarto tra mito e umanità crea tensione narrativa e, di fatto, apre un varco attraverso il quale trattare di ingiustizie e violenze sottotraccia.
L’Isola di Elsa contiene una riflessione sulla memoria letteraria, che diventa necessaria nella sua denuncia contro ogni forma di discriminazione e nell’invito, rivolto a tutte e a tutti, a non assumere passivamente il ruolo di semplici spettatori. È omaggio e atto creativo autonomo, assieme: omaggio all’eredità della Morante e del suo luminoso romanzo, ma soprattutto atto di coraggio nel rimettere al centro la letteratura come ponte per ricongiungerci al nostro “umano” condiviso.
Leggendo queste pagine, ci si ritrova pungolati dalle questioni in sospeso: qual è il nostro rapporto con la Storia e con la diversità? Quanto abbiamo bisogno di narrare noi stessi per non smarrirci nel frastuono del mondo? E soprattutto: sappiamo ancora concederci il tempo di “ascoltare” un luogo, una persona, un ricordo, prima di esprimere giudizi affrettati?
Da leggere con lentezza, come si farebbe su una barca in mezzo al mare.
L’Isola di Elsa (ed. Libri dell’Arco 2024, 134 pagine, 15 euro), già vincitore della sezione Omaggio a Elsa del Premio Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante, è fra le proposte accolte dai Giurati del Premio Strega 2025.
L’autrice
Antropologa ed etnografa, Silvia Grossi è anche autrice del romanzo L’ultimo respiro del sole e del noir Mercoledì ti ucciderò entrambi editi da Laurana. Ha pubblicato numerosi saggi tra i quali: Polvere e sangue a Kathmandu, La strategia del gambero verde e C’è il mare in città (Primiceri Editore). E’ stata insignita del Premio Speciale Fontamara, XXV Premio Internazionale Ignazio Silone 2022. Dirige l’Umbria Green Magazine associato all’omonimo Festival e la Scuola Sperimentale di Scrittura Elsa Morante.
Nella foto: Elsa Morante insignita del Premio Strega (Lapresse/Archivio Storico 04-07-1957 Roma)




