Per ogni azione di ascesa, vi è una reazione uguale e contraria di circostanza. In nessun luogo questa fisica è più brutalmente evidente che nella coscienza di un uomo basso, per il quale il mondo non è un orizzonte da esplorare ma una serie di ostacoli verticali da superare. È un’esistenza vissuta con lo sguardo rivolto verso l’alto, dove il valore personale diventa una questione di altitudine misurabile: in centimetri, in corone, nel prestigio di un albergo a cinque stelle.
Bohumil Hrabal è celebre per saper scrivere in modo sublime anche delle vicende più grottesche e tragiche, e Ho servito il re d’Inghilterra ne è una prova luminosa.
Questo romanzo, pubblicato inizialmente in samizdat nel 1971 sotto la censura comunista, intreccia comicità e malinconia per raccontare la parabola di un uomo piccolo di statura (Jan Dítě) ma colmo di ambizioni smisurate. Attraverso il racconto picaresco della sua ascesa e caduta, Hrabal esplora temi universali come il desiderio di elevazione sociale, le seduzioni del potere e la dolorosa conquista della saggezza.
È raro che un libro riesca a esibire una gamma di registri così ampia come questo romanzo: vi convivono un erotismo festoso e una passione assoluta per la vita e le sue sorprese, ma anche l’ansia di riconoscimento che si nasconde dietro la sete di successo e denaro, e la tristezza dell’esistenza fatta di delusione e solitudine, il tutto immerso in una festa di immagini e poesia. Ho servito il re d’Inghilterra è racconto carnale e fiaba filosofica di formazione, capace di far sorridere il lettore di un riso amaro mentre insinua domande profonde sul senso della nostra ricerca della felicità.
Dítě è un uomo definito da due ambizioni primordiali e inestricabilmente legate: il denaro e il sesso, o più precisamente, il potere d’acquisto e il potere di conquista che crede derivino dall’accumulo di capitale. Afflitto da un complesso di inferiorità legato alla sua bassa statura, egli equipara la ricchezza all’altezza, vedendo nei milioni di corone un surrogato tangibile per i centimetri che la natura gli ha negato. Il romanzo di Hrabal, quindi, non è semplicemente una storia ambientata in un contesto storico turbolento; esso funziona come un preciso strumento diagnostico, sostenendo la tesi che la lente più rivelatrice attraverso cui osservare il carattere morale di un’epoca sia la coscienza di qualcuno che sta attivamente, quasi religiosamente, cercando di ignorarla. L’oblio politico di Jan Dítě è, in definitiva, il suo tratto più politicamente significativo. La sua vicenda, ironica e grottesca, è quella di un “infimo eroe” la cui parabola non è altro che il sismogramma di un’Europa centrale in preda a convulsioni mortali.
Il nucleo di questa formazione risiede in un paradosso, un credo professionale che è anche una condanna esistenziale, impartitogli dal suo principale con un orecchio tirato: “Tu qui sei un apprendista cameriere, quindi ricordati: Tu non hai visto nulla e non hai sentito nulla. Ripeti!”. E subito dopo: “Ricordati però che devi lo stesso vedere e sentire ogni cosa. Ripeti!”. Questa contraddizione è il problema epistemologico centrale che Dítě deve risolvere per tutta la vita. La sua soluzione, che definirà la sua tragica traiettoria, è tanto semplice quanto devastante: vedere tutto, ma comprendere nulla al di là della sua immediata utilità per il proprio arricchimento. Il credo del cameriere, questa doppia ingiunzione a essere contemporaneamente onnisciente e cieco, si trasforma in metafora perfetta della complicità storica. È la formula per la sopravvivenza attraverso l’ignoranza volontaria, il manuale d’istruzioni per il cittadino “apolitico” sotto un regime totalitario. Le competenze necessarie per essere un “buon” servitore in un sistema gerarchico si rivelano pericolosamente simili a quelle richieste per essere un “buon” suddito in un sistema oppressivo. Dítě applica la logica della sua professione all’intera esistenza: durante l’occupazione nazista, egli vede ciò che accade ai suoi compatrioti ma sceglie di non aver visto nulla per perseguire i propri interessi; sente la retorica della purezza razziale ma sceglie di non aver sentito nulla al di là di come essa possa avvantaggiarlo.
All’inizio degli anni ’30 lo troviamo apprendista in un modesto hotel di Praga, dove svolge mansioni marginali ma impara a studiare l’umanità variopinta che popola i tavoli che serve. Jan infatti osserva e ascolta i clienti e si convince che anche lui, un giorno, potrà diventare ricco e “alto” (socialmente, se non fisicamente) quanto loro. Qui, Dítě impara la sua prima lezione fondamentale: il denaro è una difesa tangibile e numerabile contro l’insignificanza esistenziale dell’essere piccoli e poveri. I suoi primi sforzi imprenditoriali, come la vendita di wurstel alla stazione ferroviaria con ingegnosi stratagemmi per frodare i clienti frettolosi sono esercizi pratici di questa nuova aritmetica del valore. Col tempo, grazie all’astuzia e a un lavoro instancabile, Dítě riesce a farsi strada: viene assunto in alberghi via via più esclusivi, fino a divenire cameriere presso l’hotel di lusso “La Quiete”. Qui ha come mentori alcuni celebri maestri di sala, in particolare il signor Skrivánek, il cui vanto è aver servito personalmente il Re d’Inghilterra durante una visita ufficiale. Questo episodio diventa per Jan un modello di successo professionale: un giorno anche lui avrà un simile “blasone”. E in effetti il destino, unito al suo zelo, gli offrirà presto un’occasione: il giovane riceve persino una decorazione dall’imperatore d’Etiopia in persona (il Negus d’Abissinia), onorificenza conquistata grazie alla dedizione con cui ha servito ospiti di altissimo rango.
La scalata sociale di Jan Dítě subisce però un brusco scossone con l’irrompere della Grande Storia. Negli anni Quaranta la Cecoslovacchia viene occupata dalle truppe naziste e la lealtà di Jan viene messa alla prova. Il nostro cameriere, follemente innamorato di Elizabetha (una maestra di ginnastica tedesca fervente sostenitrice del Reich) viene cacciato dall’hotel appena l’occupazione ha inizio. Determinato a non rinunciare né alla donna né alle sue ambizioni, Jan sposa la giovane “ariana” e, dopo aver superato un rigido esame medico sulla purezza del suo sangue, ottiene la cittadinanza tedesca. Pur di essere accettato, arriva persino a storpiare il proprio cognome in una forma più tedesca. Il sogno di gestire un albergo tutto suo finalmente si realizza: Jan rileva un hotel in una cava, finanziando l’acquisto con una pregiata collezione di francobolli sottratta a un ricco mercante ebreo deportato (senza rendersi pienamente conto della provenienza sanguinosa di quel denaro). La felicità di Jan, però, è effimera e intrisa di colpa: mentre lui cerca di “diventare tedesco” e vivere nel lusso con la moglie, intorno a lui i suoi connazionali vengono umiliati, deportati e uccisi perché considerati una “razza inferiore” dai nuovi padroni. Anche la sua vita privata viene travolta dalla guerra: Elizabetha muore durante un bombardamento alleato e il figlio che Jan ha da lei nasce con gravissimi problemi di salute.
Alla fine del conflitto, Jan subisce la resa dei conti. Viene arrestato dal nuovo governo cecoslovacco e il suo amato hotel gli viene confiscato dai vincitori. A evitargli il peggio è il suo vecchio collega Zdeněk, nel frattempo diventato un importante funzionario del regime comunista, che intercede per lui risparmiandogli la prigione o la fucilazione. Tuttavia la “libertà” riconquistata da Jan è amara: si ritrova solo e povero, esiliato in mezzo ai boschi. E proprio in quella condizione di assoluta umiltà, lontano dalla società che tanto agognava, inizia a riflettere e a mettere per iscritto la propria storia. Nella quiete silvestre, non avendo più niente da “servire” se non la propria coscienza, Jan cerca (e in parte trova) una pace spirituale e una forma di redenzione personale.

Hrabal, grande habitué delle birrerie praghesi, amava definirsi un “trascrittore” delle voci che ascoltava. In Ho servito il re d’Inghilterra questa vena orale e popolare si traduce in uno stile narrativo originalissimo, quasi un marchio di fabbrica. Il pábění è il sistema operativo del testo. Tradotto in modo imperfetto come “stramparlaggine” o “chiacchiera a vanvera” , il pábění è una filosofia della narrazione che si manifesta direttamente nella prosa del romanzo: un torrente di aneddoti senza fiato, quasi privo di punteggiatura, che procede per associazioni libere, un flusso di coscienza che lega momenti grotteschi, lirici, brutali e teneri.
All’inizio il lettore può sentirsi spiazzato e confuso da questo fiume in piena di parole – la trama in sé è lineare, ma la sintassi labirintica e le divagazioni mentali di Jan possono dare una sensazione di vertigine. Eppure, superato l’impatto iniziale, lo stile di Hrabal conquista e avvolge: si entra in sintonia con la sua voce narrativa unica, trovando un’armonia quasi danzante tra il piacere del testo e la partecipazione emotiva alla vicenda. Questa estetica del pábění è intrinsecamente un atto anti-totalitario. I sistemi totalitari, sia quello nazista che quello comunista che incombono sul romanzo, si fondano sull’imposizione di una narrazione unica, monolitica e lineare della Storia e del progresso. Il pábění è l’esatto opposto stilistico: è digressivo, non lineare, polifonico, ed eleva le “piccole” storie di persone comuni e spesso emarginate al di sopra della versione della storia dei “Grandi Uomini”. La prosa di Hrabal, che imita il flusso inarrestabile e non censurabile delle chiacchiere da birreria, è una forma di resistenza letteraria che opera non attraverso la protesta aperta, ma creando una tessitura della realtà così ricca, caotica e umana da non poter essere contenuta da nessuna cornice ideologica. La scelta di questo stile, influenzato dal surrealismo e da Joyce , è una presa di posizione politica ed etica. Celebra una forma di verità che è disordinata, contraddittoria e che si trova nelle “chiacchiere” del popolo , una verità fondamentalmente immune alle grandi e false certezze dell’ideologia.
La narrazione hrabaliana sembra sgorgare senza filtro: l’autore stesso scriveva di getto, “come se vomitasse ciò che il suo occhio intercetta”, con pochissime revisioni. Questa apparente improvvisazione nasconde però un’acuta sensibilità artistica. Il tono oscillante tra ironia e malinconia, tra farsa e tragedia, è calibrato con estrema finezza. Tutto è raccontato dal punto di vista soggettivo e ingenuo di Jan Dítě: Hrabal non interviene mai con giudizi esterni né indulge in spiegazioni realistiche didascaliche. Anzi, preferisce accumulare episodi grotteschi e straordinari, osservati dagli “occhi acutissimi” (e cechi, in tutti i sensi) del protagonista, e lasciare che sia il lettore a trarne significato.
Il romanzo può essere letto come l’educazione sentimentale (o meglio, esistenziale) di Jan Dítě. All’inizio Jan è mosso da un complesso di inferiorità che lo spinge a volersi elevare ad ogni costo, socialmente e materialmente. È il classico self-made man ingenuo: sogna ricchezza, successo, donne bellissime, illudendosi che queste cose possano dargli finalmente valore agli occhi del mondo e colmare il suo senso di inadeguatezza. Man mano che gli eventi precipitano, Jan scopre l’amaro volto delle sue chimere: tutto l’oro accumulato, tutti i banchetti sfarzosi e le medaglie ricevute non possono riempire il vuoto interiore che lo tormenta. L’ironia centrale e più crudele del romanzo si manifesta proprio nel suo climax. Dítě, dopo una vita di sotterfugi, compromessi e fatiche, raggiunge finalmente il suo obiettivo: diventa un milionario, proprietario di un suo hotel. Ha trasformato il sangue e la tragedia della storia in un capitale di quindici milioni di corone. Ma è proprio in questo momento di trionfo che la Storia, così a lungo ignorata, gli presenta il conto nella forma più inaspettata. Con il colpo di stato comunista del febbraio 1948, il paradigma ideologico della Cecoslovacchia si capovolge. Jan viene arrestato, processato e condannato non per la sua collaborazione con i nazisti, che viene a malapena considerata, ma per il suo status di milionario. Il suo successo come capitalista lo rende, per definizione, un nemico di classe. Questa inversione è il capolavoro grottesco di Hrabal. Rivela che nel teatro dell’assurdo della storia del XX secolo, la realtà oggettiva (come il valore del denaro) è priva di significato. Il valore è determinato interamente dall’ideologia dominante. I quindici milioni di corone di Dítě, simbolo del successo supremo nel mondo precedente, si trasformano, quasi da un giorno all’altro, nella prova inconfutabile della sua criminalità nel nuovo. La sua identità, che ha passato una vita intera a costruire attorno alla sua ricchezza, è la causa stessa della sua distruzione. Dítě sopravvive al nazismo, alla guerra e al collasso morale, solo per essere sconfitto da un cambiamento nei metodi contabili. È un commento profondamente cinico e oscuramente comico sulla natura arbitraria del potere e sulla follia di credere in una qualsiasi fonte permanente di valore in un mondo governato da radicali spostamenti ideologici.
Jan è un servo per vocazione: dall’inizio alla fine “serve” qualcuno o qualcosa, e la sua identità stessa è definita da questa dinamica. Da giovane cameriere, egli è orgoglioso di servire clienti altolocati e li idolatra con sincera deferenza. La sua massima aspirazione è possedere un hotel di lusso tutto suo – paradossalmente, il sogno di un servitore che vuole diventare padrone. Ma anche quando realizza questo sogno, Jan continua in realtà a servire: serve i ricchi avventori del suo albergo, serve il denaro, serve l’ideologia dominante pur di convenienza. Nel periodo bellico, in particolare, il nostro protagonista diventa servo del potere nel senso più cupo: pur di essere accettato nell’élite dei vincitori, egli accetta di buon grado benefici e privilegi concessi dal regime nazista, senza rendersi conto della propria complicità con il male. Usa i beni razziati a una famiglia ebrea per arricchirsi, indossa simbolicamente le insegne del Reich sposandone una cittadina. La sua ingenuità è tale che non si considera mai un collaborazionista. Questo tradimento quasi involontario verso la propria gente avviene perché Jan, da perfetto servitore, cerca solo di soddisfare le aspettative altrui (della moglie, dei superiori, del suo sogno di successo) e reprime qualsiasi scrupolo di coscienza. Solo dopo la guerra, quando il nuovo regime lo spoglia di tutto, Jan cessa davvero di servire un padrone esterno. Nell’eremo solitario dei boschi egli sperimenta per la prima volta una libertà spoglia ma autentica, in cui non è più al servizio di nessuno se non di se stesso. Nel finale, dopo aver perso ogni cosa, egli sostituisce finalmente al complesso della sua bassa statura la consapevolezza della vacuità delle sue ambizioni mondane. La disillusione, per quanto dolorosa, lo conduce a una forma di illuminazione personale: solo quando le illusioni si dissolvono, Jan può guardarsi allo specchio per quello che è davvero (un uomo piccolo, fallibile, umano) e forse perdonarsi.
La sua ultima “carriera”, il suo unico vero successo, è quella di narratore, di pabitel. Nella quiete isolata mette per iscritto la propria storia, finalmente racconta la sua incredibile vita. Impara ad ascoltare il rumore interiore della sua memoria e a dargli forma, trasformando una vita di frenetica acquisizione esterna in una di tranquilla riflessione interna. L’atto di raccontare la propria storia, non importa quanto grottesca o moralmente compromessa, si rivela forse l’unico modo per possederla veramente, per trovare finalmente quella “perlina sul fondo” che giaceva sepolta sotto il peso di una vita passata a guardare in alto, senza mai guardarsi dentro.




