Diciamolo subito: leggere Doppio Sogno di Schnitzler (1926) è un’operazione che somiglia meno a una lettura e più a una discesa in apnea controllata dentro l’infrastruttura psichica di un matrimonio borghese. Un viaggio breve ma intensissimo attraverso il lato nascosto di una tranquilla vita coniugale. La routine di un medico viennese e di sua moglie, giovani, belli e all’apparenza appagati, viene improvvisamente attraversata da «un’ombra di avventura, di libertà e di pericolo» e da quella crepa ha origine una storia di smarrimenti paralleli. In superficie, certo, abbiamo la Vienna bene, Fridolin e sua moglie Albertine avvolti in quella coperta rassicurante e vagamente soffocante del benessere e della fedeltà reciproca (o almeno, della sua apparenza). In questo contesto, basta però una banale conversazione serale a innescare una deflagrazione a catena di fantasie, gelosie e confessioni. Ne consegue una notte di smarrimenti paralleli, un viaggio febbrile in cui il confine tra ciò che è reale e ciò che è sognato diventa poroso, quasi una trappola. La vera domanda che Schnitzler ci pone non è se tradiamo, ma dove e come lo facciamo: nei sogni, nelle fantasie, nelle vite che avremmo potuto avere e che, forse, da qualche parte, stiamo ancora vivendo. Il Sogno diventa il tribunale della Realtà, mettendo in scena un processo spietato contro l’identità, il desiderio e la terrificante possibilità che le nostre vite non scelte continuino a esistere da qualche parte, aspettandoci al varco.
Tutto ha inizio dopo un ballo in maschera, quando Fridolin e Albertine iniziano a confessarsi fantasie segrete mai rivelate prima. Albertine ammette di aver sognato un tradimento, di essersi abbandonata in sogno all’idea di un altro uomo. Fridolin, inquieto, esce di casa quella stessa notte e si avventura in un vorticoso pellegrinaggio urbano che ha il sapore del sogno. È una specie di contro-manovra disperata. Coplito da quella che è, a tutti gli effetti, una ferita narcisistica, mette in atto un tentativo quasi patetico di pareggiare i conti con un fantasma. In questa peregrinazione trasognata, lui riceve la dichiarazione d’amore di una giovane sconosciuta, sfiora la tentazione di una prostituta, poi penetra clandestinamente in una villa dove si sta celebrando un rito orgiastico segreto, tra maschere e mantelli. Ogni tappa è una porta su una vita possibile, un “e se…?” rimasto finora inesplorato.
Fridolin, però, si rivela presto essere poco più di un turista della trasgressione. Il suo è un window shopping delle pulsioni: guarda, immagina, forse addirittura desidera con una certa intensità, ma alla fine si ritrae, paralizzato da un misto di paura, morale borghese e, forse, da un’insospettabile forma di fedeltà. La sua intera odissea notturna assomiglia meno a un tradimento consumato e più a un’elaborata, quasi infantile, vendetta fantastica contro il sogno di Albertine. Al centro di Doppio sogno sta proprio la tensione tra la realtà effettiva del matrimonio e la possibilità di altre esperienze racchiusa nell’animo di entrambi. In effetti, il racconto mette sullo stesso piano l’esperienza vissuta e quella soltanto immaginata. Il “doppio sogno” del titolo è letterale, perché Fridolin rincorre il piacere nel mondo reale mentre Albertine lo trova in quello onirico. Viene da chiedersi: la nostra biografia ufficiale, quella fatta di azioni concrete e scelte visibili, esaurisce la nostra verità? O forse le vite che sogniamo, le strade che abbiamo solo sbirciato, fanno parte di noi con la stessa, identica, terrificante dignità? Schnitzler insinua elegantemente questo dubbio: «La realtà di una notte, anzi la realtà di un’intera vita umana, non ne rappresentano la più intima verità», afferma Albertine; e Fridolin le risponde sospirando che «nessun sogno è interamente sogno».
Così, il pellegrinaggio notturno di Fridolin si svela per quello che è in realtà: una discesa claustrofobica nel labirinto di se stesso, una specie di audit interno per verificare la tenuta della propria identità. Certo, la mente corre subito al solito, quasi obbligatorio, Dr. Jekyll e Mr. Hyde, ma la scissione di Schnitzler è infinitamente più subdola e moderna. Qui non serve nessuna pozione chimica per liberare il mostro, nessuna trasformazione fisica grottesca. Basta la semplice, terrificante autorizzazione del pensiero. Fridolin stesso, in un momento di crudele lucidità, arriva a ponderare la possibilità di condurre «una sorta di doppia vita»: da un lato il medico rispettato, “bravo marito e padre di famiglia”, dall’altro “un Wüstling (libertino), un seduttore, un cinico” che tratta gli altri come pedine dei propri capricci. L’idea di essere allo stesso tempo cittadino modello e amante dissoluto gli appare per un attimo “qualcosa di assolutamente delizioso”.
Per spingersi oltre i limiti, Fridolin deve letteralmente mascherarsi: indossa un costume da frate e un domino sul viso per infiltrarsi nel ballo segreto, immergendosi nell’ebbrezza di un carnevale notturno. Quella fantasmagoria di travestimenti nell’elegante villa rappresenta proprio il confondersi di realtà e finzione, di persona e ruolo, che permea l’intera vicenda. Nascosto, celato, Fridolin sente di poter finalmente premere “pausa” sulla propria biografia ufficiale e sulle responsabilità morali a essa collegate. Come ogni euforia a buon mercato, però, anche questa ha una scadenza. Il gioco finisce, la maschera viene tolta e l’ordine quotidiano che riprende il sopravvento non è più un rifugio rassicurante. È diventato una scenografia. Una costruzione palesemente posticcia, «solo apparenza e menzogna», come ammette lui stesso, un’impalcatura che scricchiola sopra l’abisso che ora sa, con certezza assoluta, trovarsi appena sotto il parquet del salotto.
Schnitzler intreccia magistralmente Eros e Thanatos in questa vicenda. Il piacere inseguito da Fridolin è costantemente ombreggiato dal pericolo e dalla morte (il che rende l’avventura ancor più eccitante, fino a un certo punto). Durante l’orgia mascherata aleggia la minaccia di una punizione violenta, e una misteriosa donna arriva persino a offrirsi come sacrificio al posto di Fridolin, a sottolineare il prezzo mortale del suo sconfinamento nel proibito. All’alba, ecco il risveglio più brutale: in un obitorio semibuio il protagonista contempla con orrore «il pallido cadavere della notte scorsa, destinato ad una irrevocabile decomposizione», lo stesso corpo che poche ore prima, vivo e splendido, lo aveva fatto ardere di desiderio. In questa visione potentissima l’estasi si rovescia in disgusto: la bellissima sconosciuta ammirata nel buio della notte giace ora fredda, priva d’anima, ridotta a fragile materia mortale. È un memento mori che spezza l’incantesimo. Scosso da quella visione, Fridolin (forse più saggio) torna a casa da Albertine, alla luce rassicurante del quotidiano.
Sebbene ambientato nella Vienna di inizio novecento, Doppio sogno conserva una sorprendente attualità. Le dinamiche psicologiche che descrive (il contrasto tra sicurezza quotidiana e brama di trasgressione, tra il sé pubblico e quello segreto) parlano al lettore di oggi quanto mai. Non a caso Kubrick poté trasporre la storia nella New York degli anni ’90 in Eyes Wide Shut senza tradirne lo spirito. Cambiano lo scenario e i costumi, ma non le domande di fondo poste dal racconto. Quante coppie perfette (quelle con le foto di famiglia sincronizzate sui cloud condivisi) sono in realtà stanze degli orrori ben arredate? Quanti vivono una doppia vita nel laboratorio sigillato del proprio cranio?
Schnitzler ha diagnosticato una sindrome. Quella dell’essere umano costretto a recitare la parte della persona perbene mentre sente, da qualche parte nel buio del suo cervello, il rullio dei tamburi di qualcosa di inesprimibile, che aspetta solo che si spenga la luce.
Alla fine del romanzo, dopo essersi confessati a vicenda le rispettive avventure (reali o sognate che siano), Fridolin e Albertine si ritrovano faccia a faccia nella tenue luce del mattino, come reduci dallo stesso incubo. Devono decidere come vivere d’ora in poi, dopo quel doppio viaggio ai limiti del lecito. Albertine sussurra al marito che forse è meglio non interrogarsi troppo sul futuro: l’importante è che adesso sono svegli. Fridolin vorrebbe aggiungere “per sempre”, ma lei lo zittisce con un dito sulle labbra: “Mai indagare il futuro”.
È da desti che i due coniugi scelgono di continuare la loro vita insieme.
Il lascito di Doppio sogno è chiaro: i sogni, le fantasie, le sliding-doors che ci pulsano dentro pesano, influenzano le nostre traiettorie diurne. Ignorarli è roba da struzzi; confrontarcisi significa distinguere la maschera dal volto e magari scoprire che, sotto, c’è qualcos’altro che respira.
BIO. Arthur Schnitzler (Vienna, 6 maggio 1862 – Vienna, 21 ottobre 1931) era un medico e drammaturgo austriaco, tra i maggiori narratori psicologici del decadente secolo breve. Dopo la laurea in medicina (1885) e una resa definitiva alla letteratura nel 1893, divenne celebre per l’uso innovativo del “flusso di coscienza” e l’indagine sull’inconscio, anticipando alcuni temi freudiani.
La novella Doppio sogno (Traumnovelle), pubblicata nel 1926 da S. Fischer Verlag, esplora la crisi interiore del medico Fridolin e di sua moglie Albertine nella Vienna borghese, tra pulsioni oniriche, desideri reconditi e crisi morale. L’opera riflette la tensione tra sogno e realtà e svela l’inconscio borghese. Edizioni italiane rilevanti: Einaudi Tascabili, 5 marzo 2002; Rizzoli BUR Grandi Classici, nuova edizione aggiornata 2024.




