Nel ’51, con Il conformista, Moravia seziona un’epoca ancora viva, ancora convulsa, ancora capace di urlare. Parliamo di un romanzo che, pur essendo meno noto, comunque scava, perfora, infetta, parla di come l’inerzia e il conformismo si annidano alla radice dei regimi totalitari. Il protagonista, Marcello Clerici, è l’immagine perfetta di quel che accade quando l’identità si sbriciola nel nome della norma e il desiderio di essere come tutti diventa una patologia. È l’anti-eroe definitivo: un conformista per sopravvivenza, che cambia pelle per non sentire il prurito della coscienza. Il fascismo c’è nel libro, ma si concretizza nelle ossessioni di un uomo che scambia l’adesione al potere per una cura omeopatica contro il vuoto. La genialità è nella torsione: questo romanzo ci costringe a guardare nello specchio deformante di un’Italia che non è mai davvero morta — perché il conformismo non ha epoca, anzi, lo stesso fascismo diventa un ‘caso particolare’ del conformismo.
Moravia stesso, in un’intervista, ha esplicitato questa dinamica con parole forti: il romanzo voleva mostrare “il caso di un ragazzo che ha avuto esperienze omosessuali precoci, che ha creduto di aver ucciso un uomo, e che per questo si sente segnato a dito, si sente un elemento antisociale e fa di tutto per integrarsi nella società che gli sembra voglia espellerlo. […] Vuole cancellare da sé ciò che considera una macchia d’origine, un peccato. Per far questo accetta anche la criminalità della società cui anela. Gli viene chiesto come prezzo d’integrazione il delitto? Non ci pensa due volte: lui paga l’integrazione col delitto”. In queste parole dell’autore troviamo condensata l’essenza del conformismo di Marcello: un conformismo dettato dalla paura di essere escluso (la “macchia d’origine” da lavare) e disposto a qualsiasi compromesso pur di ottenere l’approvazione sociale.
Marcello non nasce mostro, si costruisce mostro, mattone dopo mattone, per seppellire un’infanzia dove la vergogna è linfa vitale e le pulsioni sono cicatrici. “Diverso”? Macché. È solo che gli manca il manuale d’istruzioni che tutti gli altri sembrano aver ricevuto. E allora cosa fa? Si fa chirurgo di se stesso. Taglia via tutto ciò che sporge, che grida, che respira. La sua autodisciplina è una lobotomia fai-da-te: si trasforma in un oggetto contundente, liscio, inodore. Moravia scava nella carne viva del Novecento: il conformismo del titolo non è ideologia, è pratica. È un discorso vecchio: i totalitarismi non nascono solo dalle folle plaudenti, ma anche dai singhiozzi repressi di chi ha paura di essere escluso dal gruppo. La massa è redenzione. Marcello è la cartina di tornasole di un male che non ha bisogno di svastiche per proliferare. Non aderisce al fascismo, lo usa. Essere normale significa essere complice? Pazienza. Alla base del suo conformismo vi sono una profonda alienazione e una crisi d’identità originata da traumi personali. Il prologo e le parti iniziali del romanzo sono dedicati all’infanzia e adolescenza del protagonista e mostrano le radici psicologiche del suo comportamento. Marcello cresce con un padre violento e una madre distante; sviluppa presto una sensibilità “anomala”, provando impulsi crudeli e sensi di colpa. Nel romanzo, Moravia sottolinea come Marcello trovi giustificazioni razionali ai suoi atti. Egli si ripete che ciò che fa “sarebbe certamente molto peggio che uccidere qualche lucertola; ma allo stesso modo, così tante persone erano con lui…”. In questa riflessione intravediamo il processo mentale tipico del male banale: se molti altri partecipano a un crimine, esso cessa di apparire un crimine. Marcello sente di non essere solo – anzi, di essere sostenuto dallo Stato e dalla maggioranza – e dunque placa il proprio (già debole) senso di colpa convincendosi che “non era affatto un delitto”.
Benché ancorato a un preciso crocevia storico, Il conformista non resta incollato alla sua cornice d’epoca: scavalca la recinzione temporale. I temi-madre marchiati da Moravia – conformismo sociale, alienazione individuale, il braccio di ferro fra coscienza e obbedienza, identità e potere – restano incandescenti oggi, mutati d’abito ma non di temperatura. Nell’era in cui i social media moltiplicano un individualismo di massa – ognuno regista, attore e ufficio stampa di se stesso – il dilemma autenticità vs. conformità rimane centrale. Quanto siamo davvero “unici” e quanto, invece, indossiamo maschere su misura per non farci sbattere fuori dal gruppo?
Marcello Clerici è l’ombra che si allunga dentro chi sopprime la propria voce interiore per ingoiare, già masticata, la voce del branco. Proprio per questo la sua vicenda ci suggerisce il contrappasso: coltivare autenticità e pensiero critico, antidoti essenziali contro l’eterno ritorno dell’intolleranza e della violenza. In ultima analisi, Il conformista va molto oltre l’affresco dell’Italia in camicia nera; è piuttosto una riflessione amara e luminosa sulla condizione umana, sul confine poroso fra bene e male che abita ognuno di noi, sul ruolo che la scelta individuale – o il suo suicidio – gioca nel cesellare la Storia. Con prosa limpida e chirurgica, Moravia ci guida dentro quel “collo di bottiglia” della coscienza dove si decidono le sorti della responsabilità personale. Tocca a noi, lettori e cittadini, raccogliere la sfida implicita: rifiutare di essere conformisti proprio quando l’asticella della dignità umana viene messa in gioco.
Alberto Moravia (pseudonimo di Alberto Pincherle, Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990) è stato uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento. La sua opera esplora temi come l’alienazione, la sessualità e l’ipocrisia della borghesia, con uno stile sobrio e incisivo. Tra i suoi romanzi più noti figurano Gli indifferenti (1929), La noia (1960) e La ciociara (1957), da cui è stato tratto il celebre film di Vittorio De Sica. Il conformista, pubblicato nel 1951, è stato adattato per il cinema nel 1970 da Bernardo Bertolucci. L’edizione più recente del romanzo è stata pubblicata da Bompiani nel 2021




