La ricreazione è finita. Un titolo che suona già come una diagnosi.
Pubblicato da Sellerio nel 2023, questo romanzo si è rapidamente imposto come rivelazione dell’anno nella narrativa italiana, applaudito dalla critica e coronato da premi prestigiosi. Non è difficile capire perché: è una specie di creatura letteraria polimorfa; un po’ romanzo di formazione tardiva, un po’ campus novel impietoso, un po’ thriller storico sugli Anni di Piombo. A tenere insieme questo strano marchingegno c’è un’ironia intelligente, merce rarissima nel supermercato un po’ smorto della narrativa nostrana. Ferrari, al suo secondo giro di giostra, mette in piedi un libro che ti fa ridere a crepapelle mentre, quasi di soppiatto, ti costringe a riflettere su questioni capitali come la ricerca di un’identità, il fardello della Storia e il trauma universale di dover, prima o poi, smettere di cazzeggiare.
Gran parte del fascino magnetico del libro risiede proprio nell’ambientazione realistica. La “provincia” diventa un laboratorio dove osservare i mutamenti (e le stagnazioni) di una generazione. Ferrari tratteggia con precisione affettuosa la vita di provincia toscana tra fine anni 2010 e inizio 2020, con i suoi bar sul lungomare, le amicizie di lunga data, le piccole ambizioni e i grandi scetticismi.
Sotto questa superficie, pulsa però un’altra storia. Attraverso Viareggio, infatti, passa l’ombra lunga e mai del tutto dissipata degli anni Settanta. È qui, nella finzione romanzesca, che si consuma il fantomatico “massacro di Gombitelli”, un episodio di terrorismo locale tanto inventato quanto terribilmente verosimile.
Questo intreccio di presente e passato, di provincialità e storia nazionale, è al cuore del libro. La ricreazione è finita inquadra infatti la vicenda privata di un trentenne di oggi sullo sfondo di un’Italia che non ha del tutto digerito i conflitti di quarant’anni fa. Ne viene fuori un romanzo generazionale su un doppio binario temporale: da una parte i giovani adulti precari e disillusi del nostro tempo; dall’altra i giovani rivoluzionari e feroci dei ’70. Questa duplicità conferisce al romanzo un respiro ampio, multiepoca, raro da trovare nelle opere dei coetanei di Ferrari, e lo colloca con originalità nel panorama letterario italiano odierno.
Cerchiamo di capire come è costruito questo aggeggio. Ferrari opta per una struttura a scatole cinesi, o a “forme concentriche”, che dir si voglia: una storia che ne apre un’altra, che a sua volta ne nasconde una terza. Un frattale narrativo. Il protagonista della cornice principale è Marcello Gori, viareggino di trent’anni dalla vita un po’ stagnante: laureato in Lettere (con anni fuori corso e una tesi su Kafka), senza un lavoro vero, campa di lavoretti precari e vive ancora con la madre, mentre la sua storica fidanzata Letizia (studentessa modello di medicina) cerca inutilmente di spronarlo a diventare adulto. Marcello incarna l’inetto contemporaneo, un Peter Pan all’italiana ma senza frivolezza: un giovane uomo intelligente e colto, eppure bloccato da una perenne indecisione e da una pigrizia esistenziale quasi metafisica. Lui stesso ammette, in un raro momento di lucidità, di non aver mai preso una singola decisione in vita sua, lasciando che fosse sempre “il mondo a farlo per lui”. Il destino, però, ha in serbo per Marcello un imprevedibile punto di svolta: vince per caso un concorso di dottorato in Italianistica all’Università di Pisa, riuscendo dove non sperava affatto (complice la rinuncia improvvisa di un candidato migliore di lui, dettaglio beffardo che anticipa il tono ironico della storia). Così, il nostro Marcello si ritrova catapultato nel ruolo di “dottorando” e sbarca nell’ecosistema accademico pisano, un “universo parallelo” dove il merito è un concetto astratto e gli “intrallazzi” sono la vera moneta di scambio. Ad attenderlo c’è il suo supervisore, il professor Raffaele Sacrosanti. Un nome che è già un programma. Barone universitario, despota carismatico, monarca assoluto del dipartimento. Mai cognome fu più azzeccato.
Sacrosanti, appena Marcello mette piede nel dottorato, stronca la sua ingenua proposta di ricerca (un bizzarro studio su Borges, Unamuno e Don Chisciotte) e gli impone un nuovo tema assai più misterioso: dovrà indagare su tale Tito Sella, oscuro scrittore viareggino noto solo per essere stato un terrorista negli anni ’70. Marcello, in pratica, si trasforma nel biografo coatto di un ex-brigatista di provincia.
Qui si apre la seconda scatola. Mentre seguiamo le tragicomiche peripezie di Marcello nel presente, il romanzo ci apre una finestra sul passato, sulla Viareggio degli ultimi fuochi degli anni di piombo. L’operazione è accattivante perché mescola abilmente realtà storica e finzione: Sella e la sua brigata rivoluzionaria sono inventati, ma si muovono in un contesto storico accuratamente ricostruito e plausibile. Vediamo questi cinque “ragazzi di periferia”, infiammati dalle utopie e dalle contraddizioni del post-’68, che decidono di darsi alla lotta armata. Sono goffi, appassionati, pericolosamente ingenui. Imparano a fare i rivoluzionari “facendolo”, in pagine che alternano l’esilarante al tragico.
Ma non finisce qui: La ricreazione è finita nasconde un terzo livello ancora, un ulteriore gioco metanarrativo. Durante il suo dottorato Marcello viene a sapere che Tito Sella, in carcere, avrebbe scritto un’autobiografia segreta intitolata La Fantasima, mai pubblicata e forse perduta. La missione (donchisciottesca) del giovane ricercatore diventa allora trovare questo manoscritto fantasma. Marcello va a Parigi, fruga archivi, si danna l’anima. È un rovesciamento ironico del classico “manoscritto ritrovato” di manzoniana memoria: qui il manoscritto non si trova, forse non è mai esistito. Allora Marcello cosa fa? Smette di cercarlo e lo scrive lui. Con i documenti raccolti, con le testimonianze, con l’immaginazione, ricompone la vita di Tito Sella e di fatto crea l’autobiografia che stava cercando.
Sotto l’avvincente intreccio di trame, La ricreazione è finita è sorretto da una solida intelaiatura di temi profondi, che conferiscono al romanzo una risonanza universale. Il più evidente è il confronto tra due generazioni e due modi di essere giovani: quella di Marcello, millennial precario dei nostri giorni, e quella di Tito, giovane rivoluzionario negli anni Settanta. Sono entrambi “irrisolti”, due anime perennemente in bilico, non del tutto vincenti né completamente falliti, intrappolati in quella terra di mezzo dove si rincorre sempre qualcosa che non si riesce mai ad afferrare. Tito, almeno, ha avuto il suo momento di auto-definizione, per quanto tragico e sbagliato: nell’istante in cui ha scelto la pistola, ha potuto dire “Io sono questo“. Marcello, all’inizio, non ha la più pallida idea di chi sia. Il suo stato di default è la procrastinazione esistenziale, un tentativo disperato di “prolungare ad libitum” la sua post-adolescenza.
Da questo confronto emerge una riflessione spietata sull’impegno, sull’identità e su cosa significhi, davvero, crescere. Il percorso di Marcello lungo il romanzo è proprio il faticoso cammino dall’indeterminatezza alla consapevolezza. In questo senso La ricreazione è finita è, come dice l’autore stesso, un vero romanzo di formazione (Bildungsroman) in chiave moderna. La “ricreazione” del titolo allude proprio alla fine dell’eterno gioco giovanile e all’ingresso (traumi compresi) nell’età adulta. Significativamente, a un certo punto Marcello cita Italo Calvino: “A volte uno si crede incompleto, ed è soltanto giovane”. Questa frase, tratta da Il visconte dimezzato, diventa quasi la chiave di volta del romanzo. Marcello realizza che la propria apparente incompletezza altro non è che giovinezza protratta; ma realizza anche che non si è più così giovani per sempre. Alla fine ha 33 anni [“l’età in cui è morto Gesù, o Alessandro Magno, o John Belushi”, nota amaramente] e sente di non potersi più nascondere dietro l’alibi dell’età. In un rovesciamento sottile, alla fine dirà: “A volte uno si crede giovane, e invece è soltanto incompleto”. La giovinezza, come scusa, è finita. Resta l’incompletezza, che ora va riempita con una scelta, una direzione, un senso.
Lo stile narrativo di Ferrari è perfettamente funzionale a questa duplice anima del romanzo, sospesa tra ironia e analisi seria. La scelta di usare la prima persona, di farci precipitare direttamente nella testa di Marcello Gori, è la mossa vincente. Il tono è immediatamente confidenziale, intimo, carico di un sarcasmo auto-diretto che è la vera colonna sonora del libro. Marcello si racconta senza filtri, mettendo in piazza la sua inettitudine con una lucidità brutale, e commenta il mondo con l’occhio disincantato di chi le ha viste tutte (pur non avendo fatto quasi niente). Il registro passa con naturalezza dal colloquiale allo sfumato intellettuale, alternando slang giovanile, riferimenti pop e citazioni. La ricreazione è finita è un romanzo colto che non ti fa mai sentire stupido. La fusione di satira sociale, thriller storico e romanzo di formazione è condotta con equilibrio ammirevole, senza che una componente sovrasti l’altra. Al termine della lettura, si ha l’impressione di aver assistito a una brillante commedia umana, i cui personaggi fungono da specchio dell’Italia di ieri e di oggi. Soprattutto rimane impresso il percorso del protagonista, questo vitellone incompiuto che, tramite un bizzarro viaggio nella vita altrui, finisce per trovare la propria strada. “La ricreazione è finita”: la frase che dà il titolo al romanzo, nata come rimprovero burbero di De Gaulle agli studenti ribelli del ‘68, diventa qui un invito a ciascuno di noi a prendere in mano il proprio destino. Non significa che non si possa più giocare o scherzare [il romanzo stesso ci mostra quanto sia importante l’ironia] ma che arriva per tutti il momento di capire chi siamo davvero. La fine della ricreazione non è una punizione. È l’inizio di una vita autentica.
Dario Ferrari (Pietrasanta, 1981) è scrittore e traduttore. Dopo l’esordio con La quarta versione di Giuda (Sellerio, 2020), ha pubblicato La ricreazione è finita (Sellerio, 2023), romanzo che lo ha imposto come una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea e che ha vinto, tra gli altri, il Premio Flaiano Narrativa. L’edizione più recente è uscita per Sellerio nella collana La memoria (2024).




