Dunque, eccoci qui. Siamo su “Lodigiano Democratico”, una testata che, già dal nome, suggerisce un attaccamento alla terra, alla realtà tangibile della provincia, a quella concretezza padana fatta di nebbia e pragmatismo, eppure ci stiamo accingendo a scalare un monolite di carta che pesa circa 1,45 chilogrammi e che, se lasciato cadere da un’altezza media su un piede non protetto, potrebbe causare fratture metatarsali significative. Stiamo parlando di Infinite Jest di David Foster Wallace, un oggetto contundente culturale. È un rito di passaggio. È, per citare una delle definizioni più ricorrenti e forse abusate ma non per questo meno vere, il Finnegans Wake della Generazione X, o forse l’Ulisse dei millennials depressi, o magari, più semplicemente, un gigantesco fermaporta che divide l’umanità in due categorie tassonomiche distinte: quelli che l’hanno letto (o dicono di averlo fatto) e quelli che guardano i primi con un misto di ammirazione, pietà e sospetto. Scrivere una recensione di Infinite Jest nel 2026, a trent’anni esatti dalla sua pubblicazione originale (avvenuta nel febbraio del 1996, un’era geologica fa in termini di tecnologia e neurochimica collettiva), è un’impresa che richiede una certa dose di masochismo intellettuale. Perché? Perché tutto è già stato detto. O meglio: tutto è stato scritto. La quantità di esegesi, tesi di dottorato, post su Reddit, video su YouTube e litigi nei forum letterari che questo romanzo ha generato è, in sé, un frattale di opinioni che rischia di oscurare l’opera stessa. Eppure, c’è un motivo se siamo ancora qui a parlarne: questo libro continua a “spezzarti il cervello” in modi che nessun altro romanzo contemporaneo riesce a fare. Ed è un motivo che ha a che fare con la profezia.
Parliamo di un romanzo massimalista su tennis, droga e terroristi quebecchesi in sedia a rotelle nel quale Wallace ha mappato il genoma della nostra solitudine futura, ha delineato l’architettura della nostra incapacità di stare soli con noi stessi in una stanza senza schermi. Stava, in breve, scrivendo di noi lettori del 2026, immersi fino al collo in un ecosistema digitale che lui aveva previsto con una precisione che fa venire i brividi.
Quindi ci occupiamo di un tomo di 1.281 pagine perché Infinite Jest è l’antidoto. È il pharmakon (veleno e cura allo stesso tempo) per la malattia dell’attenzione che ci affligge. Leggere Wallace è un atto di resistenza politica e neurologica. Richiede tempo. Richiede sforzo. Richiede di muovere fisicamente gli occhi tra il testo principale e le 388 note finali (alcune delle quali hanno note a loro volta, in un gioco di scatole cinesi che farebbe impazzire un editore sano di mente).
Prima di addentrarci nella critica, bisogna stabilire le coordinate del territorio. Infinite Jest si svolge in un futuro distopico (che ora è il nostro passato alternativo) in cui gli Stati Uniti, il Canada e il Messico si sono fusi nell’O.N.A.N. (Organization of North American Nations), un super-stato governato da un ex cantante confuso, Johnny Gentle, ossessionato dall’igiene e dalla pulizia. Per risanare il bilancio, il governo ha venduto i diritti di denominazione degli anni solari alle grandi corporazioni. Quindi, non abbiamo il 2005 o il 2006, ma abbiamo l’Anno del Whopper, l’Anno della Saponetta Dove, e, soprattutto, l’Anno del Pannolone per Adulti Depend, in cui si svolge la maggior parte dell’azione.
La domanda classica che attanaglia ogni neofita è: “Ma c’è una trama?”. La risposta è sì, ma non nel senso in cui Il Codice Da Vinci ha una trama. Wallace ha dichiarato che la struttura del libro è modellata su un “Triangolo di Sierpinski”, un frattale matematico in cui ogni parte riproduce la struttura del tutto, creando un caos che è solo “apparente” in superficie, ma profondamente ordinato a un livello strutturale invisibile.
Le linee narrative principali sono tre, e convergono asintoticamente senza mai toccarsi davvero, come iperboli su un piano cartesiano impazzito. L’Enfield Tennis Academy (E.T.A.): Un collegio per giovani tennisti situato su una collina fuori Boston, dove adolescenti prodigio vengono addestrati a diventare macchine da guerra sportive, sacrificando la loro infanzia sull’altare dell’eccellenza balistica. Qui vive Hal Incandenza, lessicografo prodigio e tennista d’élite, che sta vivendo una silenziosa implosione mentale. Poi c’è l’Ennet House Drug and Alcohol Recovery: Una casa di recupero per tossicodipendenti situata proprio ai piedi della collina dell’E.T.A., dove Don Gately, ex ladro di appartamenti e dipendente dal Demerol (ora pulito), lavora come inserviente residente. Gately è il cuore morale del libro, un gigante buono che cerca di sopravvivere “un giorno alla volta”. Infine c’è la Cospirazione degli Assassini sulle Sedie a Rotelle (Les Assassins des Fauteuils Rollents – A.F.R.): Un gruppo di separatisti del Québec (che hanno perso l’uso delle gambe in un gioco assurdo di coraggio coi treni) che cerca di impossessarsi della “Cartuccia” (il film Infinite Jest) per usarla come arma terroristica contro gli Stati Uniti.
Il motore immobile di tutto il romanzo è questo film, Infinite Jest (noto anche come “l’Intrattenimento” o “il Samizdat”), girato dal padre di Hal, James O. Incandenza (un ottico, scienziato e regista sperimentale alcolizzato, suicidatosi mettendo la testa in un forno a microonde prima dell’inizio del libro). Il film è così divertente, così neurologicamente perfetto, che chiunque lo guardi perde ogni volizione. Smette di mangiare. Smette di bere. Smette di andare in bagno. Vuole solo guardare il film, ancora e ancora, fino alla morte per disidratazione o inedia. È una metafora urlata (eppure sottile nella sua esecuzione psicologica) della nostra relazione con i media. Wallace aveva previsto l’algoritmo di raccomandazione perfetto: quello che ti conosce meglio di te stesso e ti dà esattamente ciò che desideri, uccidendoti di piacere.
Tematicamente, Infinite Jest esplora dunque l’anelito al piacere e alla fuga nell’America contemporanea e i modi in cui questo finisce per intrappolarci. Wallace dipinge un mondo in cui tutti “siamo disposti a dar via la vita pur di dedicarla completamente a qualcosa”, che sia l’intrattenimento, le sostanze, lo sport o altro. Il romanzo mostra come questa ricerca di riempire il vuoto interiore spesso sfoci in compulsione distruttiva, in cicli di dipendenza che diventano l’unico principio organizzativo della vita In questo senso Infinite Jest offre una lente spietata ma anche empatica sul nostro presente: dietro la facciata satirica e le trovate assurde, è un’opera che parla di solitudine, di bisogno disperato di significato, di come riempire i vuoti dell’anima in un’era di eccessi.
Una delle sezioni più citate e inquietanti del romanzo (pp. 177-189 circa, a seconda dell’edizione) riguarda la storia della videotelefonia. Wallace descrive un futuro in cui le videochiamate vengono introdotte, diventano onnipresenti, e poi crollano miseramente, con i consumatori che tornano in massa alla sola voce. Perché? Wallace elenca tre motivi che, letti nell’era post-COVID e post-Zoom, sembrano scritti ieri mattina. Il primo è lo stress emotivo: la videochiamata distrugge l’illusione dell’attenzione. Al telefono puoi scarabocchiare, roteare gli occhi, perfino farti le unghie e continuare a sembrare presente; in video invece devi performare l’attenzione, tenerla in scena, sostenerla con il volto e con il corpo, e questa recita continua è estenuante. Il secondo motivo è la vanità fisica: le persone restavano inorridite nel vedersi la faccia dentro un riquadro (il PIP, Picture-in-Picture), perché vedersi mentre si parla è una cosa innaturale, che ti costringe a notare ogni difetto, ogni asimmetria, ogni tic. Da qui [racconta Wallace] nasce perfino un mercato di “maschere” e accorgimenti digitali per abbellire il volto in tempo reale: una specie di profezia letterale dei filtri di Instagram e TikTok, e degli avatar patinati che oggi ci inseguono ovunque. Il terzo motivo è la dismorfofobia video-fisiognomica: l’ansia di come appariamo agli altri, amplificata dal fatto che ci vediamo mentre loro ci vedono, diventa un pensiero fisso, una pressione paralizzante che si mangia il contenuto della conversazione e lascia solo la paura di essere guardati “male”. Inoltre, il concetto di “InterLace” e di cartucce di intrattenimento on-demand anticipa Netflix e lo streaming. Wallace aveva capito che la libertà di scegliere cosa guardare si sarebbe trasformata in una prigionia: la paralisi della scelta, l’incapacità di sopportare la noia, il bisogno di un flusso continuo di stimoli.
Arriviamo al punto dolente. Il libro finisce? No. Il libro si interrompe. L’ultima scena cronologica del romanzo è in realtà la prima scena del libro (pp. 3-17), dove vediamo Hal nell'”Anno di Gladstone” (un anno dopo gli eventi principali) che cerca di parlare a un colloquio universitario e viene trascinato via mentre emette suoni mostruosi, sebbene nella sua testa stia parlando eloquentemente. Cosa è successo nel mezzo? Come è finito Gately in ospedale? Hal ha guardato l’Intrattenimento? Gli A.F.R. hanno vinto? Wallace dissemina gli indizi nelle prime 200 pagine e nelle note. Il lettore, arrivato a pagina 1281, deve tornare a pagina 1 per capire cosa è successo. È un cerchio. Una volta che entri in Infinite Jest, non ne esci mai veramente. La struttura circolare mima la dipendenza: appena finisci la dose (il libro), senti il bisogno di ricominciare per capire cosa ti sei perso, per rivivere il picco.
Dunque, perché un lettore del tutto sano di mente dovrebbe imbarcarsi in questa odissea? Perché Infinite Jest non è un libro sull’America. È un libro sull’Occidente. È un libro su cosa succede quando otteniamo tutto ciò che desideriamo (comfort, intrattenimento, libertà dal dolore) e scopriamo che non è abbastanza. Viviamo in un’epoca in cui la “noia” è stata debellata dalla tecnologia, ma è stata sostituita da un’ansia di fondo, un ronzio costante che ci dice che dovremmo essere altrove, fare altro, essere più felici, più produttivi, più intrattenuti. Wallace aveva sentito quel ronzio trent’anni fa e lo aveva amplificato fino a farlo diventare un romanzo.
Infinite Jest è un modo per guardare in faccia quel ronzio. È un addestramento all’empatia. Wallace ci costringe a passare centinaia di pagine con personaggi che normalmente eviteremmo (tossici, criminali, deformi, snob intellettuali) e ci mostra, senza pietà e senza retorica, che sono esattamente come noi.
In un mondo frammentato, Infinite Jest è un tentativo disperato, fallibile, magnifico di incollare insieme i pezzi. Quindi, se avete voglia di una sfida, prendete questo libro. Usatelo come fermaporta se dovete. Usatelo per allenare i bicipiti. Ma se trovate il coraggio di aprirlo e di superare le prime 200 pagine di disorientamento (la cosiddetta “curva di apprendimento wallaciana”), potreste scoprire che David Foster Wallace non stava scrivendo di un futuro immaginario. Stava scrivendo di voi, ora, mentre tenete in mano il vostro smartphone e vi chiedete perché, nonostante tutto questo intrattenimento infinito, vi sentite ancora così stranamente vuoti.
BIO
David Foster Wallace (1962–2008) è stato uno scrittore e saggista statunitense, tra le figure chiave della narrativa americana “post-postmoderna”. Ha unito sperimentazione formale, comicità feroce e una tensione etica rarissima, interrogando dipendenza, intrattenimento, depressione e solitudine nell’America tardo-capitalista.
David Foster Wallace, Infinite Jest, trad. di Edoardo Nesi, Annalisa Villoresi e Grazia Giua, Torino, Einaudi, “Super ET”, 2016




