«Al tempo in cui facevo la fame e vagabondavo per Cristiania, quella singolare città che nessuno abbandona senza portarne le stigmate…» In questa singola frase, Hamsun istituisce una topografia del dolore e una cartografia della mente che segneranno molti scrittori del XX secolo. Stiamo parlando di Fame (titolo originale norvegese Sult, in inglese Hunger), romanzo che fu uno shock culturale di fine Ottocento. Il suo autore, il norvegese Knut Hamsun, riversò in queste pagine la memoria del suo “duro tirocinio letterario”: anni di miseria in cui un aspirante scrittore, troppo fiero, lottava contro la fame per affermare il proprio genio, conquistando con questo libro il primo riconoscimento internazionale e il ruolo di precursore della letteratura novecentesca.
La trama è in apparenza esile: un giovane scrittore vaga affamato per Cristiania cercando espedienti per procurarsi il prossimo pasto e magari l’ispirazione per qualche articolo da vendere a un giornale. Non sappiamo nulla del suo passato né di come sia caduto in miseria; lo troviamo già povero, esasperato dalla fame, mentre si barcamena tra affitti arretrati e manoscritti rifiutati. In effetti, non capita granché: non ci sono colpi di scena né veri sviluppi esterni. L’azione è minima, quasi congelata in un presente angoscioso dove ogni giorno è la reiterazione del precedente: l’unico evento ricorrente è la fame stessa, nemica implacabile che accompagna il protagonista ovunque.
Questa fame divorante diventa la lente attraverso cui ogni cosa è percepita. Hamsun mostra come la privazione alimentare deforma la realtà: a furia di digiunare il protagonista prova allucinazioni, euforia morbosa, crolli improvvisi. Le strade, le piazze, le camere d’affitto assumono contorni fantasmatici: tutto può trasformarsi in incubo o delirio quando lo stomaco è vuoto. Il romanzo gira in tondo, risucchiando il lettore nella mente sempre più sconvolta del protagonista, senza un intreccio tradizionale né una direzione narrativa ovvia. L’inizio e la fine sembrano quasi casuali: a un certo punto la storia comincia e a un certo punto finisce, così come potrebbe finire la sopportazione umana oltre un limite estremo. Fame si chiude con una risoluzione atipica e quasi beffarda: dopo aver toccato il fondo, il giovane riesce improvvisamente a ottenere un imbarco come marinaio, lasciando la città “per ora” e salvandosi in extremis dalla follia autodistruttiva. Questo finale subitaneo accentua l’assurdità dell’esperienza narrata: la fame arriva e scompare come un evento naturale, ciclico e privo di una morale definitiva. Il lettore resta con più domande che risposte, sconvolto ma affascinato dalla miseria vissuta dall’eroe.
Per comprendere la discesa agli inferi del protagonista senza nome (che chiameremo, per comodità, il Narratore), dobbiamo decodificare il palcoscenico su cui si muove. La Cristiania del 1890 non è la Parigi di Benjamin né la Londra industriale di Dickens. È una città di frontiera, un organismo urbano in rapida mutazione che cerca di scrollarsi di dosso il provincialismo per indossare i panni della capitale europea; ma è segnata da una cicatrice interna: la divisione tra East End e West End, tra la borghesia dei parchi curati e il proletariato delle fabbriche e della sporcizia.
Il Narratore si muove in questo spazio come un’anomalia. È un intellettuale: scrive articoli filosofici su temi astratti, e quindi culturalmente apparterrebbe all’élite ovest; ma economicamente è precipitato ben al di sotto del proletariato est, nel regno del sottoproletariato e del vagabondaggio. Hamsun tratta lo spazio urbano come un sistema di segni che il protagonista tenta di decodificare, ma che gli restituisce costantemente un messaggio di “errore”.
Nel 1890, a Cristiania come in gran parte dell’Europa, la povertà estrema era un crimine: le leggi sul vagabondaggio miravano a “incapacitare” gli individui oziosi, vedendo nella loro presenza un’offesa al decoro borghese. Qui Hamsun anticipa le analisi di Michel Foucault sulla società disciplinare. Il Narratore vive in uno stato di paranoia costante. Ogni volta che incrocia un poliziotto, assistiamo a una performance straziante: egli deve “recitare” la parte del cittadino rispettabile. Si raddrizza, gonfia il petto, cammina con passo deciso, simula di avere una meta. È un attore che recita per la propria libertà fisica.
Questa iper-vigilanza trasforma la città in un Panopticon diffuso. Lo sguardo dell’Altro (il poliziotto, l’affittacamere, il passante) non è mai neutro; è sempre inquisitorio. Il Narratore interiorizza questo sguardo al punto da diventare il carceriere di se stesso. Anche quando è solo, si comporta come se fosse osservato, censurando i propri gesti di disperazione (come raccogliere cibo da terra) o trasformandoli in bizzarrie eccentriche per salvare la faccia.
Un luogo centrale nella topografia di Fame è il Parco del Palazzo (Slottsparken). Progettato secondo i canoni del romanticismo europeo, il parco dovrebbe essere un locus amoenus. Per il Narratore diventa un luogo di tortura estetica. La bellezza della natura stride violentemente con la bruttezza della sua condizione gastrica. Mentre i borghesi passeggiano per ammirare il fogliame, lui cerca un angolo dove non essere visto per masticare un pezzo di legno o lottare contro la nausea.
Hamsun smonta il mito romantico della natura come rifugio: anche la natura urbana è amministrata e, per l’escluso, inaccessibile. Il parco è il luogo dove la distinzione tra uomo e animale si fa più sottile: il Narratore invidia i cani, che possono mangiare ossa e defecare liberamente, mentre lui è intrappolato nelle convenzioni sociali di un umano senza avere i mezzi per sostenerle.
Stilisticamente, Hamsun traduce la fisiologia alterata del protagonista attraverso l’uso pionieristico del flusso di coscienza (stream of consciousness). Sebbene il termine sia stato coniato da William James nel 1890 e applicato alla letteratura più tardi, Hamsun lo pratica già in modo radicale. Il suo flusso non è torrenziale ed enciclopedico come quello di Joyce né lirico e fluido come quello di Woolf: è spezzato, febbrile, aritmico. La scrittura segue i sobbalzi della coscienza del protagonista: periodi brevi e affilati quando la lucidità cede il passo al sarcasmo, poi frasi febbrili e visionarie quando la follia della fame prende il sopravvento.
Hamsun inventa così la voce dell’io nevrotico moderno: non l’io che riflette placidamente sul mondo, ma l’io che è costantemente aggredito dai propri pensieri. In questo senso brucia il naturalismo esasperandolo: porta all’estremo la minuzia descrittiva e la fedeltà al reale tipiche del naturalismo, però applicandole al tumulto interiore. La narrazione conserva dettagli quotidiani vividi, ma filtrati da una soggettività allucinata. È un realismo trasfigurato: il quotidiano diviene spettrale, la città un miraggio ostile, gli incontri fortuiti assumono aura di simboli.
Non si può concludere un’analisi di Hamsun oggi senza affrontare il “problema Hamsun”. Come può l’autore che ha esplorato con tanta empatia la fragilità umana in Fame diventare, decenni dopo, un sostenitore entusiasta di Adolf Hitler? Come può l’uomo che ha descritto il dolore dell’individuo isolato appoggiare un regime che mirava allo sterminio sistematico dei “deboli” e dei “diversi”? Hamsun non fu un nazista “per caso” o per opportunismo: inviò la sua medaglia del Nobel a Goebbels in segno di stima e scrisse un necrologio elogiativo per Hitler quando l’orrore dei campi era già noto.
Possiamo vedere in Fame i semi del fascismo di Hamsun? Forse sì: nel disprezzo del protagonista per la folla “mediocre”, nel suo culto della volontà individuale contro le circostanze materiali, nel suo rifiuto della modernità urbana e industriale (che poi si tradurrà nell’ideologia “Sangue e Terra” di romanzi successivi). Hamsun ci consegna una lezione terribile: l’empatia estetica (la capacità di sentire il dolore) non garantisce l’empatia etica (la capacità di agire bene verso gli altri). Si può essere geni della sensibilità e mostri morali.
Fame però rimane un’opera limpida e universale: leggerla oggi significa confrontarsi con una domanda profonda e personale, cosa resta dell’uomo quando tutte le sovrastrutture sociali cadono e rimane solo la nuda esigenza di esistere?
Hamsun ci mette di fronte a questa domanda in maniera brutale, strappandoci via ogni illusione di eroismo romantico. Il suo protagonista non è un santo né un rivoluzionario, ma nemmeno un vile: è un uomo qualunque che tenta di preservare la propria anima mentre il corpo consuma se stesso. Il Narratore di Hamsun è il nostro contemporaneo definitivo, il nonno di molti antieroi del XX secolo. Senza di lui non avremmo il Digiunatore di Kafka o lo Straniero di Camus. Hamsun ha inventato l’uomo moderno: un circuito nervoso nudo, esposto alle intemperie di un mondo privo di senso, che cerca disperatamente di trasformare il proprio dolore in stile.

BIO – Knut Hamsun (Lom, 1859 – Nørholm, 1952) è stato uno scrittore norvegese, tra i maggiori innovatori della narrativa moderna. Cresciuto in povertà e a lungo girovago tra Europa e America, ha raccontato come pochi l’inquietudine dell’individuo moderno e il legame ambivalente con la natura. Con Germogli della terra (1917) ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1920. La sua grandezza stilistica convive con una biografia controversa, segnata dall’adesione al nazionalsocialismo, che ancora oggi rende complesso il suo lascito.
Ultima edizione italiana di Fame
Knut Hamsun, Fame. Ediz. integrale, traduzione di Silvia Manca, Edizioni Theoria, collana “Futuro anteriore”, 192 pp., 2023, ISBN 978-8854982956.




