Scrivo stimolata dalla testimonianza di Costantino Leanti. Se non ho capito male, questo spazio nasce come spazio per il confronto democratico, ed io credo nella democrazia come strumento di alto valore per il confronto delle idee e il delinearsi di possibili soluzioni comuni che conducano ad un bene diffuso.
Di scarpe antinfortunistiche qui in famiglia ne sappiamo qualcosa. Queste righe non hanno la pretesa di risultare esaustive circa una delle realtà massicciamente presenti sul nostro territorio, ma solo intendono proseguire una riflessione che può procedere da tante e diverse esperienze, nella speranza di stimolare un cambiamento.
Un paio di scarpe antinfortunistiche sono una reale possibilità? Forse potrebbero, però…
Nostro figlio ha lavorato fino ad una manciata di giorni fa per uno dei magazzini di logistica disseminati in questo lembo di pianura a sud di Milano. Faceva l’autotrasportatore. Il suo lavoro consisteva nel rifornire piccoli esercizi, tipo bar o ristoranti, mense, supermercati, in alternativa a consegne (sempre nell’ambito dell’industria alimentare) a privati.
Nel primo caso la sveglia era puntata sulle 4 del mattino, e fin qui… nulla che non sia comune ad altri mestieri come il fornaio o lo scaricatore di porto, ma… Il suo contratto, sotto cooperativa, prevedeva 47 ore settimanali distribuite su sei giorni, la paga era a giornata. Il fatto che la paga (85€) fosse a giornata, portava come conseguenza l’inesistenza di ore considerate straordinarie. Nulla cambiava, in termini di retribuzione, che il giro terminasse nelle prime ore dopo pranzo o si prolungasse fino a comprendere anche 16 ore di guida di un mezzo furgonato, superando (a fine settimana) anche di molto il dettato del contratto.
Ma… non è finita qui. Quasi sempre i mezzi partono sovraccarichi, ben oltre il limite tecnico posto a garanzia della sicurezza stradale. Il sovraccarico produce come conseguenza il surriscaldamento dell’impianto frenante che, nei frequenti incolonnamenti stradali, porta ad aggravare il rischio di tamponamenti a catena, o alla perdita di controllo quando ci si trovi su strade in salita o in discesa come per esempio nelle provincie piacentina o pavese.
I ritmi di lavoro, per poter esaurire tutte le consegne, sono elevatissimi, dimodoché anche questo genere di pressione finisce per influire sullo stile di guida (essendo spinti all’imprudenza) compromettendo la sicurezza del conducente stesso e degli altri autisti o di chiunque altro transiti per le strade. La cronaca ce ne ha restituito, proprio recentemente, un gravissimo episodio in cui a Milano, una mamma ha perso la vita investita da un bilico.
Emergono evidenti questioni di giustizia, ravvisabili in un doppio binario. Quelle personali del lavoratore (la cui qualità di vita è ridotta al tempo per mangiare e dormire) e quelle legate al vivere sociale.
In casi in cui la merce risulti invendibile, al conducente responsabile dell’incidente vengono addebitate le multe, ma anche la franchigia assicurativa a copertura del valore della merce stessa.
In una di queste occasioni nostro figlio ha rischiato la vita, appunto a causa del surriscaldamento dei freni, ma… gli è stato consigliato di non addurre questa ragione onde evitare l’addebito sullo stipendio. Se il perito avesse dimostrato il perfetto funzionamento del mezzo (a settimane di distanza dall’incidente) l’addebito sarebbe stato totale. Meglio inventarsi una sterzata a causa dell’improvviso attraversamento di un animale.
Rimane sempre aperta, naturalmente, la possibilità di rivolgersi ai sindacati e vedere che si può fare, ma socialmente lo sfruttamento rimane tale per la paura di chi lavora di ribellarsi e denunciare la situazione.
Risultato? Il turn over è impressionante, ma a favore di chi, data l’impossibilità che si crea di rifornire con regolarità chi la merce l’attende?
Mio marito ed io, stimolati dai racconti di nostro figlio, abbiamo riflettuto su quanto sia impossibile boicottare il sistema in quanto utenti finali. Non si tratta di non ordinare più on-line, o di smettere di affidarsi ai servizi di spesa a domicilio, perché anche bere un caffè al bar, o scendere al negozio sotto casa è compromettente. Ogni realtà commerciale infatti, piccola o grande che sia, ha bisogno del lavoro dei fornitori, e allora?
Guardare dall’altra parte e far finta di non vedere non si può. Sono convinta che una buona inchiesta giornalistica, onesta nell’indagare una realtà in forte espansione dal punto di vista di chi ha minore forza contrattuale, potrebbe far molto per servire la verità e portare finalmente le Istituzioni poste a tutela del lavoro a non rimanere inerti.
Fulvia Cresta
Sant’Angelo Lodigiano

