L’albero di fico (Ficus carica), pianta fruttifera resistente anche in climi caldi e asciutti, è originario dell’Asia minore e diffuso in Medio oriente dal 5.000 a.C. Il maschio (caprifico) produce polline ma non fruttifica, mentre l’albero femmina produce frutti. L’infiorescenza, detta siconio, è una struttura carnosa che contiene al suo interno numerosi fiori femminili. Caso unico in botanica, i fiori non sbocciano all’esterno, ma rimangono protetti all’interno del siconio, che si sviluppa diventando il falso frutto che chiamiamo fico. Al suo interno i fiori femminili, una volta impollinati da una specifica vespa (Blastophaga psenes), si trasformano nei miniscoli acheni, i granelli che si trovano nella polpa e che costituiscono, da un punto di vista botanico, i veri frutti della pianta.
Il fico, assieme all’olivo e alla vite, è una pianta caratteristica di tutte le culture mediterranee e medio orientali, citata ben 64 volte nell’Antico Testamento. Viene solitamente associato ad immagini di pace, abbondanza e prosperità, risultato dell’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele. In Genesi (3:6-7) viene citato in un contesto diverso: “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. Si noti che l’albero della conoscenza del bene e del male non viene altrimenti identificato nel testo, e non può essere assimilato al fico, che è citato solo in seguito: le sue foglie servono a coprire la nudità di Adamo ed Eva.
Perché allora il fico compare come l’albero della conoscenza in molte rappresentazioni miniate, dipinte o affrescate, in epoca tardo medievale e rinascimentale? Secondo un’errata etimologia medievale, la radice ebraica “paag” era all’origine sia del termine utilizzato per il frutto del fico, sia per quello di “peccato“. Da cui la rappresentazione, tipicamente italiana, del fico come albero della conoscenza del bene e del male nel Paradiso terrestre. Per esempio, nell’affresco di Masolino da Panicale nella cappella Brancacci della chiesa del Carmine a Firenze.

(Cappella Brancacci – Basilica di Santa Maria del Carmine, Firenze )
L’origine storica del melo si trova in Kazakistan, ai piedi delle montagne Tian Shan, dove la specie selvatica Malus sieversii, antenata di tutti i meli, si è evoluta dal Neolitico in poi. La pianta si è poi diffusa in Occidente lungo la Via della Seta, arrivando in Grecia e a Roma già nell’antichità. Tecniche d’innesto hanno dato vita, col tempo, a centinaia di varietà di mele. Bartolomeo Bimbi, pittore fiorentino del Seicento, realizzò per Cosimo III de’ Medici molteplici raffigurazioni di fiori e frutti. La rappresentazione di varietà di frutta in dimensioni reali, realizzate con cera, fu diffusa nelle collezioni naturalistiche del ‘600 e del ‘700. Nel 1891 Michele Del Lupo pubblicò un Manuale di pomologia artificiale, in cui rivelava i segreti di Francesco Garnier Valletti, che dal 1858 utilizzava polvere d’alabastro mista a cera e resine naturali (gomma d’Ammar) per realizzare copie iper realistiche di pomi (mele, pere, nespole, cotogne). Anche i pomi sono dei falsi frutti: si tratta in realtà dell’accrescimento di una parte del fiore. Il frutto botanicamente definito consiste nella parte del pomo identificata col torsolo, al cui interno si trovano i semi. Molte delle varietà di mele riprodotte in dipinti, cere o polvere di marmo sono oggi quasi scomparse, a causa di un processo che ha selezionato le varietà coi frutti più dolci, croccanti e duraturi, le sole prodotte a livello industriale.
Saranno i pittori nordici (Albrecht Dürer, ad esempio) a sostituire il fico con il melo, per rappresentare il misterioso albero della conoscenza del bene e del male. Il termine latino “malum” ha un duplice significato: indica sia la mela, sia “male, danno, castigo o disgrazia“, a seconda del contesto. Questa duplicità semantica è stata sfruttata dai pittori nordici, che certamente avevano più familiarità con le mele che con i fichi…





