Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa libera il campo di concentramento di Auschwitz segnando una tappa fondamentale nella fine dell’orrore nazista. Ogni 27 gennaio, per ricordare la Shoah e i suoi milioni di morti, si celebra il Giorno della Memoria, «una ricorrenza che va salvata – spiega Ferruccio De Bortoli – e allo stesso tempo difesa dal pericoloso scivolamento nella retorica o nella ritualità dei ricordi».
Le parole del giornalista, nella sua veste di Presidente onorario della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, ci aiutano a capire meglio cosa significa “difendere la memoria” oggi e quali sono le sfide che la nostra società si trova ad affrontare.
Difendere la memoria: qual è il suo valore oggi, in particolare per le nuove generazioni?
«Coltivare la memoria significa rendere omaggio alle vittime dei genocidi, alle vittime delle dittature. In occasione del 27 gennaio ci concentriamo sulle vittime della Shoah ma la memoria dovrebbe essere una specie di vaccino per tutte le nostre scelte personali, politiche e di vita. Avere memoria vuol dire avere senso della storia, non confondere i torti con le ragioni, non confondere le vittime con i carnefici e soprattutto avere rispetto per la dignità di quelle persone che, se ingiustamente dimenticate, morirebbero ancora una volta sotto i nostri occhi. Questo credo sia il rito laico della memoria. Dopodiché dobbiamo rifuggire da un senso di obbligatorietà. Quest’anno celebriamo gli 80 anni dalla liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche e il 27 gennaio assisteremo a una cerimonia particolarmente significativa alla quale parteciperà anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. A questa cerimonia non dovrebbero mancare quei russi che, dimostrando di non avere vera memoria, hanno invaso l’Ucraina scatenando la guerra. In questo caso la memoria è stata strumentalmente trasformata in un’arma da lanciare contro i propri avversari».
Lei crede che oggi un progressivo distacco dalla storia possa trasformare questa ricorrenza in una semplice ritualità dei ricordi?
«In effetti c’è il serio rischio che la memoria diventi una ritualità gonfiata da troppi libri e film, come se ci fosse una “produzione obbligata” alla celebrazione del 27 gennaio. In realtà non è una questione di quantità, non si tratta di fare il conto dei minuti che le tivù dedicano alla ricorrenza o del numero delle pagine sui giornali. È invece un problema di qualità: occorre, cioè, studiare meglio la storia, accompagnandosi con il dubbio. Voglio dire che la memoria non si riferisce al solo ricordo dei giusti – a coloro, cioè, che che salvarono tanti ebrei – ma è anche il ricordo di un pezzo della nostra storia, degli anni del nazismo e del fascismo. Il valore della memoria si affievolisce presto nella banalità e nell’irrilevanza se non c’è insegnamento e riflessione sul presente. Oggi, ad esempio, le forze di destra e i nostalgici sovranisti sembrano non voler dare il giusto peso alle vere responsabilità della Shoah e ritengono l’olocausto un detrito della storia di cui ci si può tranquillamente dimenticare».
La memoria, dunque, deve essere un quotidiano esercizio di etica civile…
«Dobbiamo perseguire un impegno attivo senza che la memoria diventi strumento di battaglia politica quotidiana. Solo così potremo guardare al futuro non dimenticando mai il passato».
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