Con il ritorno del presidente repubblicano Trump alla Casa Bianca, il vento protezionista ha ripreso a soffiare forte anche tra i laboratori, le università e i centri di ricerca. A finire nel mirino non ci sono solo le importazioni o la politica estera, ma la stessa infrastruttura del sapere: la ricerca scientifica.
Negli ultimi mesi, l’amministrazione Trump ha intrapreso un’offensiva mirata contro alcuni settori della ricerca, giudicati ideologicamente ostili o economicamente superflui. In nome della lotta alla cosiddetta “cultura woke” – associata a istanze di giustizia sociale, ambientale e parità – e con la giustificazione di una campagna di efficientamento della spesa pubblica, centinaia di progetti sono stati sospesi, tra cui numerosi programmi legati alla crisi climatica, alla sanità pubblica e alle disuguaglianze economiche.
Ma il segnale più forte è arrivato sul piano internazionale: il governo ha intensificato le restrizioni all’ingresso di ricercatori stranieri, ostacolando collaborazioni accademiche consolidate. In alcuni casi, sono stati negati visti o addirittura l’ingresso negli USA a studiosi ritenuti “scomodi”, come accaduto di recente a un accademico francese, respinto dopo che gli era stato perquisito il cellulare e contestata la sua posizione critica nei confronti dell’amministrazione.
L’impatto di queste scelte è già visibile: progetti internazionali arenati, borse di studio revocate e interi dipartimenti universitari a corto di fondi e risorse strategiche. La tradizionale apertura del sistema accademico statunitense rischia così di lasciare spazio a un modello chiuso e autoreferenziale, che potrebbe isolarlo proprio nel momento in cui la collaborazione globale è più necessaria che mai.
Mentre gli Stati Uniti alzano muri, l’Europa costruisce ponti, innescando un fenomeno sempre più evidente di “reverse brain drain” – la migrazione inversa dei talenti.
Alcuni Paesi – in particolare la Francia – stanno trasformando la fuga dei cervelli in un’opportunità. L’Università di Aix-Marseille ha lanciato un programma per accogliere accademici americani colpiti dai tagli, ricevendo candidature da istituzioni del calibro di Yale, Stanford e NASA. A livello politico, la Francia ha messo in campo 100 milioni di euro per sostenere ricercatori stranieri mentre l’Unione Europea ha stanziato 500 milioni di euro per attrarre talenti scientifici internazionali tra il 2025 e il 2027.
Il ministro della Ricerca francese, Philippe Baptiste, ha invitato le università a “prepararsi ad accogliere una nuova generazione di scienziati”, offrendo un contesto aperto, stabile e intellettualmente libero. Il messaggio è chiaro: la scienza ha bisogno di libertà, confronto e cooperazione.
In un momento storico in cui la competizione geopolitica passa anche dal controllo del sapere e dell’innovazione, l’approccio degli Stati Uniti rischia di compromettere decenni di leadership accademica globale. Al contrario, l’Europa – con una risposta concreta e lungimirante – si candida a diventare il nuovo faro della conoscenza internazionale.




