Gramsci. Non il combattente politico o il riformatore europeo ma l’intellettuale dei Quaderni dal carcere: difficile immaginare qualcosa di più sottovalutato ai giorni nostri, di più lontano e trascurato. Invece eccolo lì, Gramsci e la sua riflessione sulla pratica bigotta e dissennata della censura ai nudi della Cappella Sistina, farsi largo in un discorso che sta toccando mille altri temi: il territorio lodigiano di oggi e domani, i capannoni delle logistiche e il prezzo delle case, la cultura come pratica necessaria a una vita di qualità, la vittoria di Trump, i ragazzi che non vanno più a votare. E la Sinistra, fra memoria e futuro.
E’ un sabato pomeriggio d’autunno. Nel piccolo ufficio al piano nobile dell’antico palazzo del Broletto, a Lodi, chiacchieriamo con Andrea Furegato, classe 1997, da due anni e mezzo sindaco PD della città. Noi facciamo tante domande, soprattutto per immaginare il futuro di questo pezzo di Lombardia che non vuole dimenticare le proprie radici ma che, per amore o per forza, guarda con sempre più insistenza a Milano. E ascoltiamo le risposte, e il punto di vista, di un amministratore dall’aria capace, genuina e onesta.
Ci lasci cominciare così: lei è un giovane sindaco della Generazione Erasmus, e la sua è una bella storia.
Bella, certo. Però l’Erasmus non l’ho fatto. Ho sempre pensato che andare via da Lodi fosse faticoso, mi sono sempre trovato bene nella comunità che mi ha visto crescere.
Nel suo curriculum si incontra anche la voce: oratorio
E’ vero. Fin da ragazzino ho frequentato le realtà cittadine più diverse e ho passato tanto tempo all’oratorio. Mi piaceva la sua capacità di aggregazione, ne condividevo i valori. Crescendo, il mio percorso ha incontrato le scuole e le realtà sociali della città. Ricordo esperienze articolate e appassionanti che si sono poi legate al coinvolgimento politico: la vita della comunità da un lato, le organizzazioni nazionali dei Giovani Democratici e le realtà studentesche dall’altro.
Una palestra fondamentale per la sua formazione politica.
Eccome! Non finirò mai di rimpiangere la formazione politica che obbligava a un percorso: prima di arrivare in consiglio comunale occorreva essere stati rappresentanti di istituto e della consulta e avere imparato a dare risposte alle richieste degli studenti; solo così, poi, si era in grado di lavorare per intercettare i bisogni dell’intera comunità.
Dei ragazzi del terzo millennio si dice: sono indifferenti, disinformati, distanti dalla società, lontani da ogni protagonismo politico e sociale. Che ne pensa?
E’ vero che i ragazzi, oggi più che in passato, dichiarano la propria sfiducia nei confronti delle istituzioni e della politica, ma cercherei di analizzare il fenomeno in maniera più articolata e meno drastica.
Cioè?
La disillusione per la politica si alterna sempre a momenti in cui le giovani generazioni sanno ricostruire i rapporti deteriorati. Senza dimenticare che i ragazzi trovano in alcune istituzioni, ad esempio la Presidenza della Repubblica, un chiaro punto di riferimento. Arrivo a dire che quello dei giovani d’oggi mi sembra un atteggiamento pragmatico e tutt’altro che rinunciatario. Penso al problema dell’inserimento nel mondo del lavoro: se la società non affida più alla politica il compito di risolvere i problemi, i ragazzi cercano di trovare soluzioni proprie. Lo fanno attraverso percorsi di formazione autonomi, affini ai propri interessi, da attivare in qualsiasi parte del mondo. Certo, la rinuncia all’azione collettiva a favore di un individualismo marcato è comunque un aspetto reale e da non sottovalutare.
Come vivono i ragazzi a Lodi?
Diciamo la verità: Lodi è poco attrattiva per i ventenni che, nelle occasioni di incontro e di divertimento, preferiscono frequentare Milano. La nostra città è invece molto apprezzata dalle giovani famiglie che devono crescere i figli piccoli. Entrambi questi aspetti devono essere considerati dall’amministrazione: ai ragazzi per un verso, e alle giovani famiglie per l’altro, occorre rispondere con politiche opportune, con opportuni servizi.
Parliamo di immigrazione e di integrazione.
Quello dell’immigrazione-integrazione è un tema che ha una caratterizzazione sociale da legare in modo imprescindibile a quello dello sviluppo. Se è vero, come è vero, che l’Italia ha assoluto bisogno di immigrati, ne consegue che dobbiamo elaborare un progetto che provi a gestire al meglio il fenomeno migratorio, che lo affronti con pragmatismo e umanità. Dobbiamo essere in grado di valorizzare chi sceglie di fermarsi in Italia. Il declino demografico e le profonde trasformazioni sociali ed economiche ci impongono di sviluppare un efficace modello di integrazione nazionale e di piena cittadinanza per gli immigrati e i lavoratori stranieri. Il nostro Paese, al pari degli altri Stati dell’Unione Europea, deve fare i conti con la carenza di manodopera in moltissimi settori economici. L’inclusione dei migranti nel mercato del lavoro è un dovere per tutti i decisori politici.
Integrazione: come?
Innanzitutto attraverso la scuola. Strutturando nuovi progetti che abbiano come obiettivo, tra non più di una manciata di anni, lo sviluppo di una cittadinanza attiva e solidale, di una società dalle componenti bene integrate. Una scuola che faccia crescere nei giovani il valore del rispetto, l’importanza della responsabilità civile ed etica.
Immigrazione e sicurezza: l’Italia si sente invasa e gli immigrati sono ritenuti causa di degrado, disordine sociale, aumento della criminalità.
In un Paese come l’Italia, che ha fatto fatica a pensarsi come “Paese d’immigrazione”, gli aspetti economici e sociali legati alla presenza degli immigrati passano sempre in secondo piano, sostituiti da una retorica che enfatizza l’idea del pericolo e della minaccia. Quello della sicurezza è senza dubbio un tema ampio e complesso. E se è vero che ci sono misure che il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica deve mettere in campo per contrastare possibili episodi criminosi – penso al presidio sul territorio delle forze dell’ordine, alla videosorveglianza, al contributo della della polizia locale – credo però che il cosiddetto “reato di strada” sia poca cosa rispetto a reati ben più consistenti, ad esempio ai tranelli e alle truffe on line o alle transazioni finanziarie legate alla criminalità economica.
Una ricetta per il territorio.
Due cose: sicurezza integrata e welfare di comunità. Occorre certamente garantire la sicurezza urbana attraverso una serie di interventi da parte dei diversi livelli territoriali di governo. Ma allo stesso tempo credo nella necessità della partecipazione attiva dei cittadini, delle comunità, del Terzo Settore, le cui energie possono e devono essere valorizzate non solo nella realizzazione di specifici interventi ma anche nella loro ideazione e programmazione. Occorre lavorare, crescere e stare insieme in un percorso di crescita e sviluppo che porti all’integrazione. In caso contrario c’è il concreto rischio di alimentare un clima sociale faticoso, irto di difficoltà e con dissidi che non fanno bene a nessuno.
Ambiente e consumo di suolo: anche il lodigiano ha assistito, negli anni, alla trasformazione di ampie zone agricole in aree destinate alla logistica.
E’ vero: il massiccio insediamento di questo tipo di attività ha modificato buona parte del nostro territorio, portando però in cambio sviluppo e posti di lavoro. Adesso, attraverso i Ptcp (Piani territoriali di coordinamento provinciale) è arrivato il momento di analizzare meglio il fenomeno con l’obiettivo di ridurre quanto più possibile il consumo di suolo attraverso attente pratiche di pianificazione territoriale e un uso efficiente dello spazio esistente. Non possiamo però dimenticare, e sarebbe disonesto non ammetterlo pubblicamente, che per molti anni ancora dovremo fare i conti con le decisioni adottate dai precedenti strumenti urbanistici, che ci consegneranno un territorio ancor più modificato rispetto a quanto vediamo oggi. L’enunciazione “consumo di suolo zero” è un principio sacrosanto ma, a mio dire, rischia di trovare una difficile attuazione. Diciamo che, da oggi e in futuro, il territorio si deve sviluppare adottando principi ambientali scrupolosi ma realizzabili, approcci sostenibili e responsabili nella pianificazione e nella gestione delle infrastrutture, promuovendo pratiche di riduzione dell’impatto ambientale che coinvolgano le comunità locali.
Con la cultura non si mangia, diceva qualche anno fa il ministro Tremonti. Molti amministratori hanno preso per buono questo concetto. E lei?
Io penso che la cultura, oltre a essere un diritto fondamentale del cittadino, può essere il motore del cambiamento per la sua capacità di attivare e sviluppare pratiche creative e innovative, di favorire la coesione sociale e la partecipazione, di promuovere la cittadinanza attiva. La cultura, inoltre, aiuta le comunità a rinsaldare il legame con le proprie radici, a proteggere l’ambiente e i luoghi, a rispettare la natura, a difendere il patrimonio artistico, perché racconta la storia dei vari territori mettendone in luce le caratteristiche peculiari.
Lodi in questo momento sta investendo cospicue risorse per realizzare l’Opificio della cultura, centrato sulla rigenerazione urbana dell’ex Linificio di via Fascetti. Con che obiettivi?
L’investimento nel recupero di questo spazio è uno dei punti qualificanti del lavoro di questa Amministrazione, e siamo in particolare molto soddisfatti del percorso fatto sin qui, in dialogo con la cittadinanza, per identificare insieme progetti e prospettive di utilizzo. Certamente la creazione di un nuovo polo museale e culturale e la collocazione al suo interno del Museo Civico non risponde solo al desiderio di dar vita a un progetto culturale di vasto respiro, capace di proporsi con successo anche al di fuori della città, ma anche all’esigenza di creare uno strumento che consenta, ai lodigiani tutti, di riappropriarsi della propria memoria storica. Perché la piena consapevolezza della nostra identità è l’essenziale punto di partenza da cui partire per poter decidere quale futuro vogliamo costruire per la nostra città.
Quali pensa dunque che dovrebbero essere le linee di sviluppo di Lodi nei prossimi anni?
Partiamo innanzitutto dall’esistente e cioè da quanto già oggi rende Lodi una città attrattiva, in particolare per le famiglie: ottimi servizi, un buon livello di sicurezza, un costo della vita non eccessivo, l’esistenza di ampi spazi verdi (Lodi è ai primi posti della classifica italiana per ciò che riguarda il rapporto superfici verdi/abitanti), la presenza di numerose piste ciclabili. Io credo che partendo da queste ottime premesse la città debba fare uno sforzo ulteriore per dotarsi di infrastrutture tali da poterle far assumere, all’interno della Città Metropolitana di Milano, un ruolo importante per quanto riguarda le funzioni residenziali di qualità. Certo è che creare le condizioni materiali per raggiungere questo obbiettivo non sarà di per sé sufficiente: bisognerà intanto saper raccontare all’esterno in maniera efficace questa nostra attrattività; e, soprattutto, dovremo essere capaci di candidarci a svolgere questo ruolo ambizioso.
Le recenti elezioni negli USA e la vittoria di Trump hanno nuovamente messo al centro delle analisi politiche le difficoltà dei partiti di sinistra a confronto con le dinamiche sociali che attraversano ormai su scala mondiale tutte le democrazie parlamentari e che spostano sempre più verso i partiti di destra e populisti gran parte dell’elettorato. Che riflessioni possiamo trarne in chiave italiana, anche alla luce della sua esperienza di candidato sindaco che ha invece guidato alla vittoria una coalizione di centrosinistra?
Fermo restando che le elezioni americane hanno avuto un loro peculiare e contingente percorso, non immediatamente trasferibile alla nostra realtà, io penso che la sinistra italiana debba essere capace di uscire dalle secche di un’autoanalisi che si trascina stancamente da più dieci anni e che non sa trovare soluzioni accettabili. Dobbiamo imparare a essere più concreti e a smettere di voler mettere “le brache al mondo”. Dobbiamo evitare di voler trovare a tutti i costi elementi di analisi della società assolutamente chiari ed esaustivi che ci permettano di avanzare proposte definitive ed omnicomprensive, perché la destrutturazione della società odierna rende questo tipo di approccio completamente inattuabile e perché in questo modo continueremo a sentirci inadeguati.
Dunque, che fare?
Dobbiamo semplicemente riprendere a fare politica seriamente. Che è una cosa difficile, complicata. Che richiede molta fatica, molto tempo, molto studio. E dobbiamo farlo mettendo in gioco i nostri valori, cercando soluzioni concrete ai problemi che abbiamo di fronte che consentano alla gente di capire e condividere le nostre proposte. Se si fa politica così potranno anche capitare momentanee sconfitte, ma sarà solo questo tipo di percorso che permetterà alla sinistra di essere nuovamente competitiva.




