La proposta di riforma della scuola del Ministro all’istruzione Giuseppe Valditara, lo si sa, ha suscitato grande clamore e un acceso strascico di polemiche. A metà gennaio il ministro ha rilasciato un’intervista a “Il Giornale” in cui ha offerto anticipazioni circa gli orientamenti delle nuove Indicazioni nazionali del primo ciclo d’istruzione che va dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di primo grado (ex scuole medie). Ne risulta un quadro di sostanziale rottura rispetto a quanto definito negli ultimi anni dalle articolate normative dell’ex Miur (Ministero dell’istruzione, università e ricerca) ora Mim (Ministero dell’istruzione e del merito).
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Le sensibilità sono diverse. Ma quale scuola serve davvero, oggi, ai nostri ragazzi? Probabilmente non esiste una risposta univoca, ma si può tentare di cogliere qualche segnale da chi, la scuola, la naviga quotidianamente con diversi ruoli.
Michele Vagli, classe 1993, attualmente responsabile della sezione Junior (dai 6 ai 13 anni) di Artademia, scuola parentale di Milano, dice: “Il mio percorso professionale nasce dalla rabbia maturata per le scuole che ho frequentato, un’insoddisfazione che mi ha spinto a cercare un approccio educativo alternativo, più autentico e centrato sulla persona”.
Il suo percorso formativo è lungo e articolato: è laureato in Scienze e Tecniche psicologiche e specializzato in disturbi dell’apprendimento e processi cognitivi comportamentali. Dopo aver approfondito diverse discipline, si è laureato in Psicologia strategica e ha completato un corso in Antropologia dell’età evolutiva, pedagogia curativa e clinica ad indirizzo antroposofico e pedagogia dell’emergenza, solo per fare un accenno al suo nutrito curriculum.
Michele, un commento sulla proposta di riforma della scuola del ministro Valditara.
La proposta segna un ritorno a valori come il rispetto e la responsabilità. Ma volerli trasmettere attraverso punizioni e minacce ottiene di allontanare i ragazzi dalla scuola e non educa. Questi valori non si costruiscono irrigidendo le regole o inasprendo le conseguenze ma instaurando relazioni autentiche, ascolto attivo e comprensione dei bisogni profondi dei ragazzi. Le regole devono essere ricondotte all’interno di una relazione. Stringere il cappio in risposta ad una richiesta di ascolto trasforma la scuola in un luogo di paura da cui fuggire e non aiuta la crescita. Sarebbe necessario formare su basi psicopedagogiche tutte le persone che lavorano all’interno della scuola, dirigenti inclusi.
Minacciare bocciature, per esempio, tradisce una visione educativa povera che non tiene conto della complessità dei processi di crescita. Anche il ritorno ai giudizi sintetici nella scuola primaria sembra frutto di un “tira e molla” senza una direzione ben delineata. Ai ragazzi occorre una valutazione chiara rispetto al proprio livelli di apprendimento, comprendere a che punto sono e come possono migliorare, che non corra il rischio grave di essere confusa con una valutazione sulla persona. Almeno fino al raggiungimento del diploma sarebbero opportuni giudizi articolati, ai quali far seguire una valutazione più strutturata, ma sempre con grande attenzione. Bellissimo e necessario l’obiettivo dell’educazione alla cittadinanza, ma mancano una seria formazione dei docenti ed un percorso condiviso.
Dovremmo chiederci se il Ministro abbia competenze psicopedagogiche perché questo farebbe la differenza, altrimenti si rischia di produrre regolamenti che non toccano cuori e menti.
Esistono tuttavia alcuni spunti positivi, come la raggiunta consapevolezza di non poter somministrare verifiche da un giorno all’altro, perché il tempo è un alleato fondamentale della crescita, non un ostacolo da aggirare. Va riconosciuto al Ministro l’aver riportato nel dibattito educativo l’idea che educare significa anche rispettare i tempi delle persone, e non solo esigere risultati immediati.
In termini di impianto psicopedagogico, la legge in vigore permette un cambiamento che, per motivi ancora tutti da indagare, non è avvenuto. Qual è la direzione che a tuo avviso è necessario prendere?
L’attuale impianto apre già ad una scuola che ascolta, accoglie la complessità degli studenti, valorizza i percorsi e non solo i risultati. I motivi constatabili del mancato cambiamento sono incerti: resistenze culturali, formazione inadeguata degli adulti educanti, tempi compressi, paura di perdere il controllo…
A mio avviso, serve spostare il centro dell’azione educativa dalla prestazione alla relazione, una rivoluzione dello sguardo che rimetta la persona (e non solo l’alunno o l’alunna) al centro del percorso educativo. Bisogna creare comunità educanti in cui scuola e famiglia possano lavorare insieme, in un’alleanza basata sulla fiducia e non sulla paura. Il processo educativo richiede pazienza e il coraggio di cambiare prima noi adulti.
Che differenza c’è fra un ritorno all’insegnamento delle discipline per compartimenti stagni rispetto ad un approccio multidisciplinare?
Il vero obiettivo non dovrebbe essere un semplice approccio multidisciplinare, inteso come collegamento tra argomenti diversi, ma piuttosto trasversale. Ciò significa integrare più saperi all’interno di un’unica esperienza didattica, senza forzare connessioni esterne.
Penso, ad esempio, ad una lezione di orto; un’attività che coinvolge naturalmente la matematica, il calcolo delle misure, la biologia, fino all’italiano per la descrizione dei processi osservati. In questo modo gli studenti non apprendono contenuti isolati, ma sviluppano una visione unitaria e viva della conoscenza.
In un mondo che costringe a cambiamenti sempre più rapidi, quali sono le competenze che è necessario che le nuove generazioni sviluppino?
Credo che, oggi più che mai, sia fondamentale coltivare quelle che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce life skills, ovvero le competenze per la vita. Parliamo di abilità come il pensiero critico, la gestione delle emozioni, la capacità di prendere decisioni, la comunicazione efficace, l’empatia e la resilienza.
Non basta più sapere “cosa” imparare, ma “come” affrontare l’incertezza, il fallimento, la complessità. Le nuove generazioni hanno bisogno di strumenti interiori, prima ancora che cognitivi, saper stare in relazione, leggere le situazioni, adattarsi con intelligenza senza perdere sé stessi. Se davvero la scuola vuole preparare alla vita deve saper intrecciare queste competenze con i saperi disciplinari in modo autentico e quotidiano.
Com’è possibile rendere la scuola inclusiva?
Fondandola su relazioni autentiche. L’inclusione va vissuta ogni giorno interessandosi sinceramente a ogni studente, alla sua storia, ai suoi bisogni, ai suoi talenti. L’inclusione non è un progetto, è un atteggiamento educativo che passa dall’esempio, da adulti che accolgono, ascoltano e si mettono in discussione.
Un ambiente è inclusivo non quando tutti fanno la stessa cosa, ma quando ciascuno può trovare il proprio spazio sentendosi riconosciuto e rispettato.
Cosa significa per te apprendere?
Significa trasformarsi. È un processo dinamico che coinvolge emozioni, relazioni, corpo e mente. Gardner, ad esempio, ci ricorda che “non si capisce veramente qualcosa finché non lo si sa spiegare in più modi”, a dimostrazione che apprendere significa anche saper rielaborare in chiave personale.
Dewey, già ad inizio Novecento, sottolineava che “si impara facendo”: l’apprendimento autentico nasce dall’esperienza attiva, non dalla mera trasmissione. Ancora, Bruner diceva che ogni conoscenza va costruita “dal punto di vista del bambino”, richiamando l’importanza della motivazione, della curiosità e del contesto. Ogni apprendimento significativo lascia un’impronta nella persona che siamo e che stiamo diventando.
A cosa si deve l’ansia da prestazione? È possibile fare un ritratto dell’adolescente di oggi?
L’ansia da prestazione si manifesta oggi in un sistema che premia il risultato più della persona. I ragazzi crescono in un contesto in cui devono essere veloci, performanti e visibili, imparando fin da subito come il proprio valore si misuri con voti alti, “like” e approvazioni. Quando il valore personale e il risultato coincidono interamente, ogni errore diventa una minaccia all’identità.
L’adolescente di oggi non è fragile, è spaesato. Si trova a navigare fra aspettative familiari, ideali irraggiungibili proposti dai social e una scuola che fatica a rallentare per ascoltarlo. È un giovane che cerca autenticità, ma ha paura di deludere; desidera essere visto, ma si mostra solo in una versione “accettabile”; vuole essere libero, ma si sente intrappolato dal bisogno di approvazione e dalla paura di fallire.
Bisogna inoltre considerare attentamente lo spazio emotivo, che oggi, come molti altri aspetti della vita, viene trascurato. Docenti e genitori non trovano il tempo necessario per dedicarsi all’ascolto delle emozioni e hanno spesso timore di affrontare questo aspetto, finendo per creare situazioni in cui manca una reale opportunità di dialogo e di espressione emotiva. I momenti per parlare apertamente di sentimenti e difficoltà si fanno sempre più rari, aggravando il senso di isolamento e spaesamento nei ragazzi.
A volte si ha l’impressione che la scuola punti quasi tutto sullo sviluppo delle capacità intellettuali, coinvolgendo la testa e lasciando ai margini tutto il resto della persona (esperienze, coinvolgimento del corpo, emozioni e sentimenti) e questo finisca poi per diventare un limite a quella comunicazione che impone un coinvolgimento integrale della persona. Penso a tutte le volte in cui la vita ci costringe a relazionarci con persone che non hanno “cultura” nell’accezione che normalmente si dà a questo termine. Qual è il tuo punto di vista? La cultura è una risorsa, ma può anche diventare un limite?
La cultura è una risorsa immensa, ma può diventare un limite se viene intesa solo come accumulo di nozioni o appartenenza a un’élite di linguaggi codificati. La scuola rischia, a volte, di formare teste brillanti, ma corpi assenti e cuori spenti. Apprendere davvero, comunicare davvero, significa coinvolgere tutta la persona, la mente, ma anche il corpo, le emozioni, le mani, il silenzio, i gesti. C’è poi una distinzione spesso trascurata, quella tra cultura e intelligenza. La cultura si costruisce, si legge, si studia, si visita un museo, se ne parla in famiglia. È frutto di esperienze intenzionali, mediate, spesso guidate.
L’intelligenza, invece, è un costrutto complesso, che precede l’apprendimento formale. È il modo in cui le persone organizzano la realtà, risolvono problemi, leggono le situazioni, a volte anche senza aver mai aperto un libro. Ci sono persone poco “istruite” nel senso tradizionale, ma dotate di una lucidità relazionale e pratica sorprendente.
La scuola dovrebbe coltivare una cultura viva, incarnata, che non escluda chi non conosce il linguaggio “giusto”, ma sappia entrare in dialogo con le differenze.
Il disagio che può nascere in chi sta crescendo spesso non trova ascolto in famiglia e a scuola, cosa lo ostacola? Mai come in questo momento, forse, la distanza generazionale ha avuto un forte peso, come si possono aiutare gli adulti a comprendere e poi a sostenere il percorso dei figli?
Il disagio dei ragazzi oggi spesso si esprime in silenzi, ritiri, scatti d’ira o comportamenti spiazzanti, ma troppo spesso non trova ascolto. A scuola si è schiacciati tra tempi stretti e programmi da svolgere. In famiglia si tende a intervenire, correggere, spiegare invece che fermarsi ad ascoltare. L’ascolto autentico richiede una sospensione: del giudizio, dell’urgenza, e anche del bisogno di avere risposte.
Le richieste della scuola difficilmente sono assolvibili autonomamente dai ragazzi, e quindi questa diventa il centro della relazione tra figli e genitori, il cui aiuto è necessario per lo studio per cui la prestazione prende tutto lo spazio della relazione. Più che la distanza generazionale, il problema oggi è la velocità che rende il divario ancora più accentuato. Non è però necessario “conoscere” il nuovo mondo per entrare in relazione con chi lo abita, è sufficiente avere il coraggio di ascoltarlo attraverso le parole dei ragazzi. Lasciarli raccontare, senza spiegare loro chi sono o cosa dovrebbero essere. Solo così è possibile iniziare a comprenderli, non attraverso manuali o modelli astratti, ma lasciandoci toccare dalle loro storie, dalle loro domande, perfino dai loro silenzi. Per aiutare davvero gli adulti a sostenere il percorso dei figli serve un cambio di prospettiva, educare non significa dirigere, ma accompagnare.
Quali sono le cause dell’emergenza educativa che ci si trova a vivere?
L’emergenza educativa esiste, ma non perché sia la prima volta nella storia che la società affronta una crisi educativa. Quella attuale è più profonda per l’atteggiamento con cui la osserviamo: da lontano, quasi estranei, spesso impreparati. Non ci avviciniamo, non cambiamo punto di vista, non ci lasciamo interrogare da ciò che accade. Restiamo fermi sui nostri modelli, sulle nostre certezze, senza fare il passo, difficile ma necessario, verso un nuovo modo di concepire l’educazione, i ragazzi e anche noi stessi come adulti. Il vero problema non è il disagio giovanile, ma l’immobilismo degli adulti. Un’educazione viva richiede presenza, movimento, ascolto, ma troppo spesso si finisce per chiedere ai ragazzi di adattarsi.
Perché sempre più spesso scuola e famiglia entrano in conflitto? Da cosa si può partire per ricostruire la fiducia?
L’educazione non può esistere senza comunità educante, lo ricorda bene il noto detto africano: “Per educare un bambino serve un intero villaggio”. Oggi il conflitto nasce dall’aver dimenticato che quello di educare è un compito condiviso, richiede alleanze e non schieramenti. Da una parte i docenti devono riscoprire la natura educativa del loro ruolo, che non si limita alla trasmissione dei contenuti, ma abbraccia anche il mondo relazionale ed affettivo del bambino, riconoscendo i genitori come interlocutori fondamentali. Dall’altra i genitori dovrebbero ricordare che educare è una scelta, non un automatismo. Richiede coerenza, confronto, condivisione. Non si può delegare alla scuola tutto il peso della formazione, né si può puntare il dito al primo ostacolo. La fiducia si ricostruisce partendo dal riconoscimento reciproco dei ruoli, dalla consapevolezza che ognuno, scuola e famiglia, può e deve contribuire a un progetto comune. La sofferenza degli studenti in questo momento, inoltre, è tale per cui docenti e genitori sentono un enorme responsabilità che porta spesso alla paura, che quando subentra ci fa perdere lucidità.
Parlando di scuola, educazione e famiglia gli aspetti che meritano approfondimento si moltiplicano. Richiedono rispetto, profonda conoscenza ed umana delicatezza. Il dottor Michele Vagli ha dato prova di una sensibilità non comune e di una grande disponibilità a mettere in discussione quel “si è sempre fatto così” che spesso è l’impedimento primo ad un reale cambiamento nonostante la sofferenza dilagante non si possa più negare.
Nell’attesa dei prossimi spunti di riflessione e punti di vista, a lui un vivo ringraziamento.




